19 maggio 2019
La missione nella visione di Papa Francesco / 3
I "poveri maestri" insegnano ascolto non proselitismo
La missione non è mai conclusa, purché si proponga di arrivare "fino ai confini estremi dell'uomo", dove abitano le risposte alle domande più profonde
È stato Papa Benedetto XVI a richiamare la capacità attrattiva della missione: "La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione", ha detto il 13 maggio 2007 sulla spianata del Santuario dell'Aparecida in Brasile. Papa Francesco ripete quasi le stesse parole: "La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione".
Papa Francesco, lungo tutto il suo servizio petrino, sta insistendo su una autentica conversione missionaria. Proprio per chi pensa di essere arrivato "ai confini del mondo", il criterio del "si è sempre fatto così" non è più applicabile; fare manutenzione dell'esistente non salva l'edificio, ma lo appesantisce di sovrastrutture. La conversione missionaria non è però organizzativa. Essa è inscritta nelle parole-segnale che si rincorrono nella predicazione di Papa Francesco: uscita, periferie, discepoli missionari. Sono parole-messaggio che egli trova nella fede perenne della Chiesa, così come l'ultima parola che ci sta proponendo in vista del Mese missionario straordinario: battezzati. È la prima parola della Salvezza a partire dalle rive del fiume Giordano. È la prima parola di una rinnovata missione ad gentes e inter gentes della quale sono investiti i battezzati. La centralità battesimale dei discepoli laici è decisiva per la missione mai conclusa, purché che si proponga di arrivare "fino ai confini estremi dell'uomo", dove abitano le risposte alle domande più profonde.

 
14 aprile 2019
La missione nella visione di Papa Francesco / 2
La festa è fuori
"La Chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari
che prendono l'iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano,
che fruttificano e festeggiano"

La "Chiesa in uscita" è una delle parole-messaggio del pontificato di Papa Francesco, ma non è una sua "invenzione": è la Chiesa che il Vangelo ci mostra già nella figura e nel compito del servo nella parabola del Grande Banchetto. Questo servo che non fa obiezioni nel cercare commensali meno… degni di lui ("Conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi"), anzi si preoccupa che la sala del Grande Banchetto sia piena, è la fotografia della Chiesa annunciata da Francesco: "Noi dobbiamo aprirci alle periferie, riconoscendo che anche chi sta ai margini, addirittura colui che è rigettato e disprezzato dalla società è oggetto della generosità di Dio. La Chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari che prendono l'iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano".
La sequenza di verbi che descrivono la Chiesa in uscita si conclude con "festeggiare". Per Papa Francesco la festa è il culmine della missione, tanto che la gioia dà il titolo al documento programmatico del suo pontificato: "Evangelii gaudium", appunto.

 
3 marzo 2019
La missione nella visione di Papa Francesco / 1
Ora che siamo arrivati "fino agli estremi confini della terra"
Il cammino può continuare, utilizzando due parole-segnale: periferie, discepoli missionari
Siamo arrivati "fino agli estremi confini della terra". La globalizzazione e i social media consentono di girare il pianeta, di conoscerlo anche nelle persone, di sentircene parte. Vale in particolare per i giovani, ai quali Papa Francesco ha fatto osservare: "Gli estremi confini della terra sono per voi relativi e sempre facilmente navigabili. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino e immediato" (Messaggio per Giornata missionaria mondiale 2018).
Arrivando proprio dalle "Missioni", Papa Francesco ha ben chiaro che gli estremi confini della terra si raggiungono e si abitano utilizzando non la geografia ma la biografia: utilizzando l'autobiografia nell'andare: "Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo" (Evangelii Gaudium, 273); utilizzando le biografie collettive nel cercare e nell'incontrare: "Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli estremi confini della terra"(Messaggio per Giornata missionaria mondiale 2018).

 
17 febbraio 2019
Una missione che è la sua identità fin dall'inizio della sua storia
Il farmaco "Misericordia" nella Chiesa ospedale da campo
Il confessionale è l'ambulatorio
nel quale più che altrove l'umanità ferita deve trovare gli specialisti

Il farmaco più prescritto nella Chiesa ospedale da campo è inevitabilmente la misericordia. "Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia", racconta Sant'Agostino a proposito dell'incontro fra Gesù e l'adultera.
Una missione che è la sua identità fin dall'inizio della sua storia: "Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie: E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi" (Luca 9, 1-2); anzi fin dall'inizio della storia della Salvezza: "Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori" (Isaia 53, 4).
Una missione che il Concilio Vaticano II ha riattualizzato. A proposito del Concilio, da lui condotto e concluso, San Paolo VI dice: "Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani [...] ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell'uomo".

 
10 febbraio 2019
Mentre l'emarginazione sanitaria continua
anche nel nostro tempo e non utilizza solo dei lazzaretti

Dimostrare che la vita è possibile
a persone che si sono arrese alla morte

Sono molte le situazioni di emergenza e di urgenza nelle quali la Chiesa ospedale da campo impara ad accogliere, accompagnare e guarire
L'ospedale da campo richiede di correre rischi, molti più rischi che negli ospedali stabili. Le persone che vi arrivano sono sconosciute, non hanno documenti, non hanno certificati medici. E non si possono isolare o selezionare: bisogna prenderli come sono.
Sono tutte situazioni nelle quali la persona è importante solo per le sue ferite; tutto il resto eventualmente verrà dopo.
Sono tutte situazioni di emergenza e di urgenza, nelle quali la Chiesa ospedale da campo impara ad accogliere, accompagnare e guarire. Impara anche ad assumersi quotidianamente le proprie responsabilità. In un ospedale da campo più che nelle strutture sanitarie stabili la capacità e la scelta del medico è una questione di vita o di morte per il ferito: il medico deve essere presente ad ogni costo e non può rinviare nel tempo e non può aspettare che intervenga uno più bravo di lui o più specialista di lui.
E deve dimostrare, la Chiesa ospedale da campo, che la vita è ancora possibile a persone che si sono già arrese alla morte, avendo visto disastri e cadaveri attorno a sé.

 
27 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 6

Il popolarismo sturziano contro la frammentazione
L'attualità di una proposta dentro una storia che è ancora interrotta
Fin dove resta valida oggi la concezione del popolarismo sturziano?
Nel dicembre 1942, durante l'esilio statunitense, in un articolo pubblicato su Il Mondo di New York, Sturzo scriveva: "La storia non si ripete; l'esperienza del Partito polare italiano fu unica: esso fu creato dopo la prima guerra mondiale come il contributo dei cattolici al nuovo ordine, democratico e pacifico, che doveva seguirne. Ma esso fu anche il compimento integrale della vita nazionale dopo che i cattolici (…) ne erano assenti dal 1870 in poi". Si trattava, da parte di Sturzo, della constatazione della irripetibilità di quell'esperienza.
Non è stato così. Gli elettori, i dirigenti, le politiche che per mezzo secolo hanno espresso la Democrazia Cristiana fanno parte di una esperienza sociale, culturale, politica e religiosa iniziata proprio il 18 gennaio 1919. Non è così neppure oggi: in questi mesi migliaia di persone e decine di associazioni di ispirazione cristiana, proprio nella sintesi operata un secolo fa da Don Luigi Sturzo, cercano gli strumenti per ridurre la frammentazione della comunità italiana: frammentazione che non caratterizza tanto i cattolici, quanto la società nel suo insieme.
Se però dal Partito Popolare passiamo a Don Luigi Sturzo, è forte la sensazione che la storia sia ancora interrotta.


 
20 gennaio 2019
Spazi civili nei quali la quotidianità dell'esperienza laicale accorcia le distanze
L'urbanistica dell'incontro
è fatta da piazze e ospedali da campo

Per le persone che non conoscono la strada per la salvezza
o perché nessuno l'ha loro insegnata o perché la vita l'ha cancellata dalla loro mente e dal loro cuore, oppure non hanno la forza di arrivarci

"Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo", dice Papa Francesco. Piazze e ospedali da campo insieme: l'ospedale da campo - anche se non necessariamente ha strutture, reparti e primari - è parte di una "urbanistica dell'incontro", di un'idea di città e quindi di una visione "politica". Papa Francesco ne parla nella Evangelii gaudium: "Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell'altro".
Il contesto di "polis", per questo politico, richiede una presenza larga e originale di laici: piazze e ospedali da campo sono spazi civili nei quali proprio la quotidianità dell'esperienza laicale accorcia le distanze. ono laici che devono essere competenti, formati, esperti. Non si può improvvisare nell'ospedale da campo. I pazienti non sono come gli utenti degli ospedali fissi: oltre alla salute hanno perso tutto, non hanno idea del loro destino, nessuno probabilmente verrà a trovarli.

 
18 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 5

C'è Libertas al centro dello scudo crociato dei Comuni
"La libertà - spiega Don Sturzo - è come l'aria: se l'aria manca si muore; la libertà è come la vita… la libertà è dinamismo che si attua e si rinnova"
Il 18 gennaio 1919 nasce il Partito Popolare Italiano: tre termini per definire le sue tre matrici di fondo. Partito: perché la politica è necessariamente una "parte", e il PPI non è cattolico, ma composto da cattolici. Popolare: perché Sturzo inventa pure una nuova ideologia politica sul rapporto tra cittadino e Stato, tra libertà privata e militanza pubblica, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa. Italiano: perché i cattolici fuoriescono dall'assenteismo e si candidano a governare il Paese, fornendogli quell'anima nazionale (perché popolare e cattolica) che ancora gli mancava. Don Luigi Sturzo, in fondatore, spiega così "la funzione storica del Partito Popolare Italiano": "È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione". Conseguentemente il Partito Popolare non si è mai proposto di realizzare l'unità politica dei cattolici: "La mia fu soltanto una corrente di cattolici che fondò un partito", racconta Don Sturzo.

 
15 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 4

Un partito di cattolici per la libertà di tutti
Sottratti alla subordinazione "papalina" nella quale erano confinati sia dal loro assenteismo sia dal giudizio che su di loro davano le altre forze politiche
Probabilmente l'idea dell'autonomia dei cattolici in politica è l'idea più fortemente innovativa che Sturzo introduce nel pensiero e soprattutto nell'azione politica concreta dei cattolici. Anche in questo caso - e forse soprattutto in questo - la preparazione è, tuttavia, tenace e metodica. Dice infatti nel discorso di Caltagirone del 1905:Il partito dei cattolici non è una emanazione chiesastica nel senso clericale della parola, non è né può essere una emanazione monarchica nel senso che vi danno i liberali; la difesa dell'altare è la difesa della religione e la difesa del trono è la difesa del principio di autorità, ma né l'altare né il trono sono coefficienti organici del partito dei cattolici, ragioni costituzionali del1'organismo di una vita libera, costituzionale, popolare.
Le motivazioni dell'impegno politico dei cattolici erano cioè squisitamente democratiche e popolari, e perciò il partito dei cattolici era concettualmente autonomo in quanto perseguiva fini propri, cioè i fini di cittadini democratici e non semplicemente i fini dei cattolici, con la piena consapevolezza dei ruoli e dei fini della Chiesa, dello Stato e dei partiti in una società moderna. Ma certo Sturzo era ben consapevole dell'esistenza, e anche della drammaticità per alcune coscienze cattoliche, della questione romana, e non intendeva certo negare il problema né essere indifferente alla sua soluzione.

 
13 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 3

Un prete che frequenta il popolo in Sicilia e a Roma
L'orientamento socio-politico di Don Sturzo fin dall'inizio
non è la separazione dalle istituzioni, ma la trasformazione delle istituzioni;
non le catacombe, ma la piazza e la società

La figura del prete organizzatore sociale è una delle più caratteristiche del movimento cattolico italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento. Don Luigi Sturzo è fra questi. Nasce a Caltagirone (Catania) il 26 novembre 1871, da una famiglia dell'aristocrazia agraria. Nel maggio del 1894 viene ordinato sacerdote e nello stesso anno si trasferisce a Roma per frequentare i corsi dell'Università Gregoriana, dove si laurea in teologia nel luglio 1898.
A Roma partecipa del fervore culturale dei giovani cattolici, attratti dalle idee e dai protagonisti della prima Democrazia Cristiana, come Don Romolo Murri. In Sicilia ha già conosciuto la prostrazione dei contadini, degli artigiani e degli operai della sua terra, specie di quelli che lavorano nelle solfatare. Anche a Roma tocca con mano la miseria estrema di tanta gente. Ricordando la benedizione pasquale fatta nel 1895 in certe case di Trastevere, segnate dalla povertà e dal degrado, Don Luigi non nasconde lo smarrimento: "Per più giorni mi sentii ammalato e incapace di prendere cibo".

 
9 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 2

Forma e destino politico del popolo
La politica come la capacità di mobilitare e di organizzare le forze sociali per l'affermazione della propria autonomia
Per "tornare ad essere popolari", come invita il direttore di Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro nel suo editoriale del 5 gennaio, è indispensabile conoscere la natura del popolarismo di Don Luigi Sturzo.
Il popolarismo è, prima che una teoria politica, un'esperienza diretta delle istituzioni e della vita comunitaria. Giovanni Bianchi, che è stato presidente della più recente e ultima esperienza di Partito Popolare Italiano tra il 1994 e il 1997, non si stancava di dire che "Sturzo fece prima le cooperative e poi il Partito Popolare, e che, ancora da grande leader nazionale, continuava ad occuparsi della latteria di Caltagirone, del bosco di San Pietro, della cartiera".
L'elemento vitale del popolarismo è dunque la politica intesa come la capacità di mobilitare e di organizzare le forze sociali per l'affermazione della propria autonomia.

 
6 gennaio 2019
A 100 anni dall'Appello di Don Luigi Sturzo e dei cattolici popolari
"A tutti gli uomini liberi e forti" / 1

Il Popolarismo: dentro una storia e capace di storia nuova
Ancor oggi, un secolo dopo, quell'aggettivo "popolari" risulta adatto all'attualità della società italiana e alla sua ricerca di futuro
Populisti. Popolari. Non c'è un solo modo di declinare la parola Popolo. Già questo rende attuale il centenario della nascita del Partito Popolare Italiano. Era in 18 gennaio 1919, giusto un secolo fa, quando con un appello A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria iniziava ufficialmente l'attività un partito nuovo per l'Italia, il cui segretario politico era un prete, Don Luigi Sturzo.
Dentro una storia e capace di storia nuova, il popolarismo sturziano è un passaggio fondamentale che ha consentito di superare l'antica frattura tra la Chiesa e lo Stato moderno. Il Partito Popolare dura poco, appena sei anni: nel 1926 viene sciolto dal fascismo. Eppure ancor oggi, un secolo dopo, quell'aggettivo "popolari" risulta adatto all'attualità della società italiana e alla sua ricerca di futuro.

 
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21 maggio 2019
Redazione Euganeo.it
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