POPOLARI

Mentre sempre più persone guardano al passato
per immaginare il futuro personale e della loro comunità

Essere popolari tornando al popolo
Non con un partito di cattolici, ma con una forza politica popolare, accogliente e dialogante

di Tino Bedin

È terribile la paura sociale. "I cittadini che conservano alcuni diritti sono tentati dalla falsa sicurezza dei muri fisici o sociali. Muri che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati, da un lato; esclusi, esiliati, ancor più terrorizzati, dall'altro. È questa la vita che Dio nostro Padre vuole per i suoi figli? La paura viene alimentata, manipolata… perché la paura (…) ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza di fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli" (Papa Francesco, 5 novembre 2016).
Succede inoltre che sempre più persone guardano al passato per immaginare il futuro personale e della loro comunità. A muoverle è - appunto - la paura non più la speranza. E se lo fanno le persone, la politica segue. Sulla paura si fanno attività di governo e battaglia di opposizione: l'una e l'altra ridotte a campagna elettorale permanente. Alcuni esempi: si riducono i parlamentari tra l'applauso generale; si invocano i pieni poteri senza imbarazzo, sia da parte di chi li concederebbe che da parte di chi li eserciterebbe; nei rapporti internazionali un drone fa prima di una trattativa e la guerra può anche scoppiare. È il passato che si fa presente e non fa paura: succede in Italia, in Europa, in gran parte dell'Occidente a cominciare dagli Stati Uniti.
Così la politica diventa sempre meno necessaria, perché non svolge la sua funzione di interpretare le novità del presente e di dare loro un futuro con la speranza (o anche, a volte, l'illusione) di realizzarlo. Invece, l'impegno politico dei cattolici (non solo italiani) parte dalle "rerum novarum", le cose nuove, alle quali Papa Leone XIII dedica nel 1891 la prima enciclica sociale.
Non erano meno drammatiche le "cose nuove" in quel finire dell'Ottocento. "È chiaro, ed in ciò si accordano tutti - scrive Leone XIII, motivando la sua enciclica sulla questione operaia - come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell'uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile".
E il cardinale Bassetti, nel discorso a Caltagirone su don Luigi Sturzo che ho già citato, dopo aver ricordato le sfide attuali per i cattolici democratici, annota: "D'altronde, cento anni fa, quando Sturzo scrisse quell'Appello, aveva di fronte un'umanità travolta dalla Prima guerra mondiale: milioni di morti sul campo di battaglia e un mondo capovolto nei suoi valori e nelle sue gerarchie".

Là dove si è lasciato il popolo
Il centenario dell'"Appello agli uomini liberi e forti" si è inserito in "un processo di cui non conosciamo l'esito e di cui non esiste un progetto preconfezionato", aveva premesso nella stessa occasione il presidente della Cei. In effetti il ripensamento, a livello nazionale e in molte comunità locali, sia del popolarismo sturziano sia della sua evoluzione storica ha coperto l'intero 2019 ed ha portato tra l'altro ai due appuntamenti più rilevanti degli ultimi mesi: la presentazione del Manifesto Zamagni il 31 ottobre e il convegno a Roma del 18 gennaio, nel duplice anniversario della nascita e della ri-nascita del Partito Popolare Italiano.
L'anno si era aperto con l'editoriale di padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica da titolo "Tornare ad essere popolari".
Padre Spadaro, suggerendo "Sette parole per il 2019", pone l'accento più sul verbo "essere" che sul verbo "tornare". È una alternativa decisiva, perché sarebbe velleitario tentare di tornare alla Democrazia Cristiana: non solo perché la macchina del tempo non è parcheggiata da nessuna parte, ma soprattutto perché vorrebbe dire far partecipare i cattolici alla gara di nostalgia proposta agli italiani dalle forze politiche prevalenti in questo momento in Italia e sicuramente perderla.
Occorre invece tornare là dove si è lasciato il popolo. "La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. (…) La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. (…) I flussi migratori siano una delle priorità dell'Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l'Europa. (…) Siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro ad una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro". È solo un'antologia dei "luoghi" nei quali, scrive padre Spadaro, occorre stare, "essere" per "ricostruire la relazione naturale con il popolo".
Che strada seguire per raggiungere questi luoghi, per tornare ad essere popolari?
È stata questa una delle domande su cui maggiormente i cattolici hanno speso parole e dato vita a divergenze in questi anni di afonia pubblica. C'è la strada della animazione sociale, culturale, comunitaria e c'è la strada della politica, meglio della partecipazione politica diretta. Era del resto la domanda che il movimento cattolico italiano continuava a farsi anche nella stagione della nascita del Partito Popolare di Don Sturzo. La risposta - 101 anni fa - fu che era il momento dell'impegno diretto nelle istituzioni, per contribuire a cambiare la società attraverso le leggi.

La parabola di don Sturzo sulla piazza della chiesa
Anche oggi il tempo di questo dibattito sembra esaurito. Poiché non è solo il movimento cattolico ma la società italiana nel suo insieme che è sfidata a "tornare ad essere popolare", la risposta non può che essere politica, non può che essere l'organizzazione della presenza pubblica di quanti hanno le stesse idee sulla comunità, vivono le stesse speranze, animano le stesse sfide. Non un partito di cattolici, ma una forza politica popolare, accogliente e dialogante. Ce la spiega don Luigi Sturzo con la… parabola della piazza adiacente a una chiesa dove "convengono tanto coloro che escono dalla Chiesa santificati, quanto coloro che vanno in Chiesa per santificarsi, e anche gli altri che si fermano in piazza per accudire ai loro affari o per conversare; anche costoro di tanto in tanto levano gli occhi alla chiesa, come se desiderassero di avere tempo o agio o volontà per entrarvi. Il partito politico può somigliarsi alla folla che sta in piazza, che da qualsiasi parte vi arrivi, non può non vedere la chiesa".
La scelta della strada - oltre che dalla maturità cui è giunto il confronto all'interno del cattolicesimo democratico - è resa ancora più attuale dalla evoluzione della partecipazione elettorale: si sta configurando un sistema elettorale che con il metodo proporzionale consente una più dettagliata rappresentazione delle idee della società italiana. È anche questa un'opportunità. Non va dimenticato che la richiesta del sistema elettorale proporzionale era nel primo programma del Partito Popolare di Don Sturzo e che proprio l'attuazione di questo punto consentì una forte presenza popolare nel Parlamento del Regno d'Italia.
La fecondità di questa sfida dipenderà tuttavia - ed è questa una essenziale differenza rispetto all'esperienza di un secolo fa - dalla capacità della comunità cristiana di essere feconda nella ricerca, nello studio, nella preparazione all'attività politica, in modo che questa non sia una attività casuale o solitaria, ma l'espressione di un progetto di società cui comunità e forma partito danno vita nelle rispettive attività.

2 febbraio 2020


pp-022
20 febbraio 2020
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Tino Bedin