VECCHIAIA
Correndo fuori dalla miseria hanno cambiato la regione
I patriarchi della rivoluzione veneta
Anche ora che sono vecchi sanno che ogni giorno ha il suo futuro, ma per costruirlo hanno bisogno delle altre generazioni


Il volume "Le nostre radici. Viaggio a ritroso nell'identità veneta" (Padova, 2008) è introdotto da un'ampia intervista di Giuseppe Iori (curatore del volume con Anna Artmann) a Tino Bedin, Sebastiana Blundo e Francesco Ostuni, presidenti delle tre case di riposo di Padova, Piove di Sacco e Camposampiero che hanno edito il libro.
Dall'intervista abbiamo coordinato in un unico testo le risposte del senatore Tino Bedin.

dialogo con Tino Bedin presidente IRA Padova

Per le persone anziane l'identità è un'esperienza di vita prima che una cultura. Provo quindi ad offrire una chiave di lettura dell'identità veneta proprio rispetto alla vita che le interviste agli ospiti delle Case di Riposo faranno emergere.
Queste interviste sono racconti della memoria. Le radici identitarie alle quali rimandano saranno inevitabilmente radici contadine. Ciò vale in particolarmente per le persone che sono vissute fuori dalla città; ma anche le esperienze delle persone che hanno abitato a Padova completano la memoria di una società agricola, vissuta in orti e campi appena fuori dal centro, impersonata da pastori pellegrini al Santo, fatta di "paroni" che nei palazzi di Padova ricevevano le "onoranze" in natura dai loro fittavoli o attraverso i gastaldi.
Non è tuttavia con la società rurale che oggi i veneti, di qualsiasi età, possono misurare la loro identità. Quella società rurale (non ovviamente l'agricoltura come attività produttiva) è diventata storia. Il mondo contadino è altro, almeno dalla fine degli anni Sessanta, quando è finita l'emigrazione dal Veneto ed è cominciato lo sviluppo del Veneto dal punto di vista artigiano, industriale, commerciale, universitario. Questo emerge anche dalle interviste, magari sotto forma di nostalgia.

Di corsa fuori dalla miseria. Ad aver determinato questa "rottura identitaria" sono stati coloro che oggi volentieri la raccontano, e un po' la favoleggiano, cioè i più vecchi fra noi; intendo dire che è stata proprio la generazione cui appartengono le persone che oggi vivono in casa di riposo. Sicuramente la memoria porta gli anziani nella loro infanzia, ma la loro identità non è frutto delle radici dell'infanzia; la loro identità è piuttosto il Veneto di oggi, perché il Veneto di oggi è frutto del loro lavoro.
Nel pieno della loro giovinezza e della loro maturità, essi sono stati protagonisti della "grande rivoluzione" veneta: la rivoluzione che ha fatto di una regione di braccianti ed emigranti, di donne di servizio e di casoni un territorio di eccellenza a livello mondiale. Anzi, più di un territorio di eccellenza, un "modello": appunto, un'identità.
Erano ventenni e trentenni ed uscivano dalla guerra: gli uomini l'avevano fatta, molti a lungo, cominciando ancor prima del conflitto mondiale; le donne l'avevano subìta con i bombardamenti, le paure, i lutti, e avevano salvato le famiglie nella tragedia. Appena sono stati di nuovo insieme ed in pace, non si sono fermati a tirare il fiato; hanno continuato a correre, per uscire dalla miseria, così come erano stati capaci di uscire dalla morte.
Questa corsa fuori dalla miseria ha portato molti in giro per il mondo, fuori dal Veneto. Lì sapevano condividere la nuova società dentro la quale sfidavano il futuro, fosse lombarda o tedesca, piemontese o canadese. Ma quasi nessuno aveva rinunciato definitivamente al Veneto: qui mantenevano non solo i parenti, ma anche la casa, il campo, frutto quasi sempre della riforma agraria. Più che un patrimonio su cui contare, la casetta, il campetto erano la promessa del… ritorno, erano la condizione per potersi dire sempre veneti, per impersonare la prima identità del nuovo veneto: il mezzadro o il fittavolo diventato proprietario.
Più estesamente questa nuova identità veneta si è tuttavia espressa in chi è rimasto. Il lavoro di milioni di giovani uomini (e la fatica casalinga delle loro giovani mogli) ha trasformato il Veneto dalla campagna dei mezzadri ai paesi dei metalmeccanici che alla sera continuavano a fare i contadini. Questi "metalmezzadri" avevano qualcosa in più dei metalmeccanici piemontesi e lombardi: apprendevano il nuovo lavoro industriale "sotto padrone" ma restano "indipendenti" la sera nel loro campetto o nella loro piccola stalla. In migliaia e migliaia hanno così saputo far fare al Veneto il passo successivo, quello dell'identità attuale: una terra di artigiani e di piccoli imprenditori, spesso "imprenditori di se stessi", cioè lavoratori ma liberi.
Questa è l'identità delle persone intervistate. Di questa identità fa parte anche la loro esperienza di miseria, che tra l'altro ha costruito e diffuso capacità solidali superiori a chi è ricco, perché i poveri facilmente e naturalmente sono ospitali tra di loro.

C'è la famiglia che continua. USottolineo che questa è l'identità effettiva perché ormai il Veneto può contare sulla terza generazione di ragazzi e ragazze che si riconosce nella scelta fatta dai loro nonni.
Sono loro, i nonni, che hanno cambiato il Veneto.
Essi stessi ne sono consapevoli. Ed è probabilmente questa consapevolezza che cambia l'approccio degli anziani con la loro età e la conseguente organizzazione delle case di riposo.
Riguardo al passato, non ho mai potuto dimenticare che l'unica promessa che mio papà, quando io ero ancora ragazzo e lui nel pieno della vita, mi aveva fatto fare, è stata quella che da vecchio non l'avrei mandato al Sant'Anna, che era il nome popolare proprio dell'IRA!
Quindi c'era, ed era radicatissima, la "fobia" dell'espulsione dalla società e dalla famiglia.
Indubbiamente oggi le situazioni sono diverse, e non solo perché la residenzialità protetta per gli anziani all'IRA o a Camposampiero o a Piove di Sacco è organizzata con criteri di qualità e di valorizzazione della persona. Adesso sono radicalmente cambiate le condizioni delle persone che arrivano nelle nostre istituzioni, nei nostri centri. Nella quasi totalità dei casi si tratta di persone "inabili", anzi più esattamente si tratta di persone inabili che arrivano in residenza solo quando, sia personalmente che dal punto di vista familiare, "non ce la fanno più" a stare in casa.
Va però subito detto che, anche quando c'è una scelta che si rende necessaria per importanti necessità assistenziali o sanitarie, i famigliari possono continuare a rendersi presenti. Prendiamo la situazione in cui ci sono sia la moglie che il marito e uno dei due viene ricoverato. In tal caso, il coniuge può continuare ad assisterlo, con la tranquillità del sapere che si trova in un luogo in cui viene seguito più adeguatamente in base alle sue necessità, è più "protetto" e magari vive di più.
E questo non che uno degli esempi di un rapporto familiare che continua pure in una realtà residenziale. È una "scoperta" che continuo a fare come presidente dell'IRA: le famiglie continuano a ritrovarsi e a riformarsi con le persone che vivono qui. Parlo di "scoperta", perché questa situazione contraddice pienamente le semplificazioni giornalistiche, portate a usare parole come "ospizio" e a descrivere "abbandoni". C'è invece un rapporto familiare ed amicale intenso. L'indagine su "Percezione della qualità della vita da parte di anziani istituzionalizzati", condotta nelle Residenze dell'Istituto di Riposo per Anziani di Padova dalla Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università di Padova, ha rivelato, tra le altre componenti di una vita di qualità, la presenza continuativa delle persone (familiari, amici…) che frequentano gli ospiti, condividendone vita e calendario. Quindi non c'è assolutamente l'abbandono. La solitudine ci sarà in uno o due casi, ma si tratta allora di una condizione non tipica della casa di riposo: la condizione di isolamento è infatti più frequente per gli anziani che vivono a casa loro.

Istituzioni e scienza sono in ritardo. Non a caso un'altra - e relativamente nuova - motivazione nella scelta della residenzialità protetta ed è la ricerca di sicurezza. Molti anziani si sentono seguiti, ma soprattutto più sicuri nelle residenze dell'IRA, perché sanno che hanno il medico a portata di mano. Nella grande età la sicurezza più ricercata, anche a livello psicologico, è indubbiamente quella sanitaria e il sapere che in ogni caso c'è un medico presente che arriva in qualche minuto, riduce la preoccupazione e probabilmente anche… le malattie.
La volontà personale degli ospiti e l'impegno delle case di riposo a "dare più vita agli anni" sono dunque sempre più diffusi.
Di fronte a questa crescente esigenza, registro un ritardo. Avremmo bisogno, non tanto come IRA, ma come società, che sia le istituzione pubbliche sia le università dedicassero uno specifico approfondimento sulle capacità delle persone dagli 80 anni in su. Non c'è una sufficiente letteratura né sociologica né psicologica al riguardo. Ci sono, al contrario, posizioni molto diverse.
Giustamente è stato osservato che bisogna cambiare il lessico per quel che riguarda la terza età. L'IRA ha organizzato anche un convegno su questa materia: ne abbiamo concluso che il "vocabolario della vecchiaia" è inadeguato. In quella occasione ho fatto notare che usare la stessa definizione di "anziano" per le persone dai 60 ai 100 anni è come se continuassimo a usare la definizione "bambino" per le persone da 0 a 25 anni. Per definire e distinguere la parte iniziale della vita abbiamo parole diverse. Questa precisione non c'è nella parte della vita successiva alla maturità. Non è una questione lessicale. Il fatto che il vocabolario sia inadeguato a descrivere le situazioni sostanzialmente diverse, vuol dire che non c'è ricerca sufficiente. Bisognerà quindi che la cultura umanistica, la ricerca scientifica, l'analisi psicologica diano alla società nel suo insieme (prima alle famiglie e poi alle istituzioni, ovviamente) conoscenze adeguate al crescente desiderio di vita nelle persone di grande età.

C'è un domani ad ogni età. Richiamo l'attenzione sull'importante ruolo che anche la stimolazione cognitiva ha nella complessiva qualità della vita.
Certamente bisogna distinguere a seconda della condizione psico-fisica delle persone.
Tra le protagoniste delle interviste di questo libro e quindi del progetto in cui le interviste si inseriscono, ci sono - ad esempio - anche persone che risiedono al nostro Pensionato Piaggi. Si tratta di persone valide, autosufficienti, in grado di confrontarsi con gli avvenimenti di oggi rispetto alla loro esperienza. Nella loro situazione, il recupero delle condizioni e dei modi di vita che avevano nelle loro case, è una delle condizioni per stare bene anche in una comunità. In questo caso, la vitalità è all'interno delle persone e la sfida è quella di rafforzarla, assicurando il massimo di autonomia, pur facendo vivere la comunità come un'opportunità e non solo come un'inevitabile necessità.
Questo vale pure per alcune persone che vivono, invece, nel complesso residenziale dell'IRA in via Beato Pellegrino. Per la maggior parte delle persone che vivono qui è invece più importante la buona relazione e il rapporto empatico con gli ospiti, che sono componenti della professionalità individuale degli operatori.
Se dovessi riassumere l'insieme di questa relazione, parlerei di "linguaggio della carezza" da praticare nell'insieme della vita nelle Residenze per anziani. La rispettosa leggerezza della carezza, che lascia al destinatario la piena libertà di risposta e di accettazione, va estesa dalle persone all'istituzione, dai comportamenti individuali alle attività comunitarie.
Un rito, una musica, una data, una bandiera diventano carezze collettive che arrivano a sfiorare la mente e il cuore. Ho visto (ma certamente chi ci vive a diretto contatto è in grado di dirlo meglio di me) anche le persone che sembrano aver perso la memoria, che sembrano non avere interesse, che magari non si allontanano, se non raramente, dal loro letto, ho visto anche queste persone prestare attenzione quando sono sfiorate da una loro tradizione. All'IRA nell'ultimo anno abbiamo deciso di celebrare, nel senso di far vivere, tutte le ricorrenze che gli ospiti vivevano prima di venire ad abitare qui. Non solo le feste religiose, ma anche le ricorrenze civili: tutto quello che nella loro comunità veniva in qualche maniera celebrato, cui magari non partecipavano; però sapevano che c'era e costituiva le date di un calendario collettivo.
Abbiamo recuperato, e vogliamo perfezionare questo tipo di celebrazioni proprio per far sentire la "carezza del tempo" che corre, che cambia i giorni, che crea attese, che diventa vita anche in casa di riposo.
Bastano piccoli gesti. Cito come esempio, il "ritorno" nelle residenze dell'IRA della Madonna di Fatima. In questo caso sono la religiosità e la devozione comunitaria a "fare la vita" dentro l'Istituzione, una vita con delle "citazioni" del passato (la Madonna di Fatima si colloca con precisione nella vita precedente) e anche una vita con delle "scadenze", delle date, dei giorni che sono diversi l'uno dall'altro. "Citazioni" e "scadenze" che creano un "clima" della residenza e che possono così essere colte anche da persone che non partecipano direttamente, perché chi non si muove non sempre viene alle celebrazioni (ma nel caso della Madonna di Fatima anche questo limite è superato, perché sono i volontari ad andare nella stanza degli ospiti).
Ovviamente si tratta solo di pochi esempi. In generale mi pare di poter dire che il fatto che l'Istituto racconti e viva le esperienze esterne sia uno dei modi di tenere legati tutti i momenti della vita degli ospiti e di ribadire che c'è un domani ad ogni età.

Consapevolezza collettiva sulla vita degli anziani. I vecchi ne sono consapevoli e lo sanno anche le persone che ne condividono i giorni. Insufficiente al riguardo è invece la consapevolezza nella comunità.
C'è una questione culturale di fondo con cui deve confrontarsi la società italiana e la sua rappresentanza politica: mentre la condizione giovanile, la condizione dell'infanzia sono una questione pubblica, la condizione degli anziani è una questione ancora privata, familiare. La fragilità e la conseguente sostenibilità della "grande età" sono prevalentemente affidate (addossate?!) a… chi gli tocca!
Per rimanere al titolo di questo libro, per ora la società guarda ai frutti (i bambini, i giovani), mentre dovrà abitarsi a considerare che senza le radici (gli anziani) non si producono frutti e quelli che pur la pianta riesce a far germogliare, hanno vita corta.
Il salto culturale che abbiamo davanti è questo: rendere effettivamente "sociale" il prolungamento dell'età. Al riguardo può aiutare un dato storico che ricordo alle Istituzioni: l'Istituto di Riposo per Anziani di Padova come la maggior parte delle case di riposo ha origine dalla comunità, è patrimonio alimentato dalla beneficenza; è insomma parte di quella identità veneta solidale e autonoma, da cui ha preso le mosse il nostro colloquio. La politica deve garantire questa identità. Le case di riposo devono essere comunitarie, pubbliche, ma non essere trasformate in "municipalizzate" e tanto meno in "aziende regionalizzate".
Questa è la prima cosa che chiedo alle Istituzioni come rappresentate di una casa di riposo.
Una seconda cosa chiedo alla politica, ma non per le case di riposo; la chiedo per le famiglie: le spese sanitarie nel nostro ordinamento dovrebbe essere a carico della Repubblica (Regione o Stato o Comune, non importa), mentre oggi nelle case di riposo i cittadini pagano una quota per le spese sanitarie.
Il peso si trascina da anni. Ora un'opportunità si apre con la recente attivazione del Fondo nazionale per la non autosufficienza. Può essere lo strumento attraverso il quale i cittadini siano messi nella condizione di non pagare le spese sanitarie che sono necessarie in casa di riposo e che oggi finiscono con l'ingrossare la retta. Come ho detto, questo non lo chiedo per le case di riposo, ma per le famiglie. Noi desideriamo che le rette possano essere accettabili per tutti in modo da rendere la protezione residenziale per gli anziani una libera scelta per tutti.
Servizi e strutture per gli anziani non autosufficienti e i loro familiari richiedono abbondanti risorse finanziarie da ricavare sia attraverso la fiscalità pubblica che attraverso le donazioni private. Le une e le altre si avranno solo se c'è una consapevolezza collettiva sulla vita degli anziani. Ed è questo che dobbiamo costruire.

1 marzo 2009


6 marzo 2009
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