TINO BEDIN

Lettera dal Senato. 76 /19 ottobre 2003
Nella manovra economica per il 2004

I soldi delle pensioni
per comprarsi credibilità
Il governo ha consumato o inaridito altre fonti d'entrata, ma non è obbligato dall'Unione Europea a farlo

di Tino Bedin

Cari amici, sono settimane ormai che aspettiamo posta dal presidente del Consiglio. Non dipende dal nostro postino. La lettera sulle pensioni non è stata probabilmente ancora scritta. Il governo infatti sta ritardando la presentazione alla commissione Lavoro del Senato di una proposta formale sul taglio della previdenza pubblica, lasciando passare settimane dopo lo spettacolare spot televisivo a reti unificate del presidente del Consiglio.
Di fronte a questo ritardo sia la maggioranza che il governo hanno balbettato che il taglio alla previdenza pubblica non incide sulla manovra di bilancio e quindi non ci sarebbe proprio tutta questa urgenza di avere il testo.

Schizofrenie politiche, sociali ed economiche. Sanno però che non è così. E bastano alcune domande per verificarlo.
Perché mai, infatti, nell'aula del Senato il ministro Tremonti ha aperto la sua spiegazione della Finanziaria affermando che questa è non solo legata al taglio della previdenza, ma si giustifica solo con questo taglio?
Perché Berlusconi e Tremonti si sono avventurati in uno scontro nella maggioranza ed in uno scontro sociale per una riforma che si prevede di iniziare dal 2008, quando - io confido - ci sarà un governo dell'Ulivo che avrà già provveduto a modificarla?
Perché non rispettare la tabella di marcia prevista ed accettata dalle parti sociali di una revisione nel 2005?
Perché danneggiare irreparabilmente le casse dell'Inps e degli altri istituti previdenziali con un balletto di date e di sconti possibili, balletto il cui passo finale è il salto nella pensione di chi è in grado di farlo e non vuole rischiare?
C'è una sola risposta a queste schizofrenie politiche, sociali ed economiche: il governo Berlusconi-Tremonti ha bisogno di dimostrarsi "severo" a livello internazionale. Deve farlo per evitare che cali l'affidabilità dell'Italia nel mercato dei capitali, costringendo Tremonti a pagare di più bot e btp. Deve farlo per compensare in Europa la scorrettezza di una Finanziaria che inverte il percorso di riduzione del debito pubblico.
Per comprasi un po' della credibilità sperperata in due anni e mezzo, il governo va a prendersi i soldi delle pensioni. È obbligato a prendersi i soldi delle pensioni perché ha consumato o inaridito altre fonti d'entrata, ma non è obbligato dall'Unione Europea a farlo.
L'Unione Europea ha chiesto "misure strutturali" nel campo della spesa pubblica, senza però indicare ai governi come e dove tagliare: questa è una scelta dei singoli paesi. Berlusconi e Tremonti non possono sostenere che l'Italia deve fare la riforma delle pensioni "perché ce lo chiede l'Europa". Giuridicamente e politicamente non c'è e non ci sarà una "Maastricht delle pensioni", con regole uguali per tutti come per l'euro.
Berlusconi, come presidente di turno del Consiglio europeo, ha provato ad esportare in Europa i suoi problemi, annunciato più volte un coordinamento comunitario in materia previdenziale. Ma è solo un suo desiderio; il Consiglio europeo non è assolutamente unanime su questa materia e non se ne fa nulla, certo non nel Semestre italiano.
Se Berlusconi taglia le pensioni pubbliche è solo perché glielo chiede Tremonti, appunto come il ministro del Tesoro ha detto in Senato.

L'unica preoccupazione è l'euro di carta. In questi mesi l'Italia non ha cercato un ancoraggio europeo alle difficoltà: non nel senso di chiedere sconti, ma nella direzione di aggiornare l'approccio comune allo sviluppo e alla stabilità. L'euro di carta è apparso (e probabilmente è stato) l'unico messaggio che il governo italiano ha fatto arrivare ai propri cittadini, come se uno strumento potesse diventare un obiettivo.
Sia nel programma annuale del Consiglio europeo, presentato assieme alla Grecia, sia nella gestione diretta della Presidenza di turno dell'Unione l'Italia non si è impegnata a porre rimedio - con "giochi cooperativi" - al trasferimento di sovranità nazionale rappresentato dall'euro. Avremmo dovuto fare, a luglio, il Dpef insieme a francesi, tedeschi, e spagnoli. Invece il governo si è preoccupato di far apparire il taglio alla previdenza pubblica come una esigenza di Bruxelles, al punto che il ministro Tremonti ha sfidato Prodi a dire se la manovra annunciata sulle pensioni gli va bene.
Una sfida davvero singolare quella di Tremonti a Prodi. Come farà il presidente della Commissione europea a farsi un'opinione prima che Tremonti metta nero su bianco la sua proposta? Oppure esiste una proposta del governo italiano a Bruxelles che il Parlamento italiano non ha mai visto?

L'Europa non è la casa dell'Italia. Il cuore economico della manovra italiana per il bilancio 2004 non batte dunque in Europa. Anche nel poco "sangue" che vorrebbe pompare nella società italiana sono scarsi i "globuli europei".
Ad esempio mancano risorse e politiche per la partecipazione dell'Italia alla Strategia di Lisbona, cioè a quell'insieme di politiche fissate nel 2000 nella capitale portoghese per fare dell'Europa la più competitiva società della conoscenza.
Oppure: proprio nel 2004, l'anno dell'allargamento dell'Unione Europea, si riducono gli investimenti nelle aree in ritardo di sviluppo, impedendo a queste di affrontare le sfide e le opportunità dei nuovi confini dell'Europa.
Neppure nell'iniziativa, pur condivisibile, del sostegno alle produzioni italiane c'è un adeguato riferimento alle normative e alle iniziative dell'Unione: questo rischia di ridurre l'efficacia e la stessa applicazione delle disposizioni previste dalla Finanziaria.
Il fatto è che questo governo sente l'Europa non come la casa dell'Italia, ma come una delle tante alleanze. Se ne ha una conferma per quanto riguarda la Politica europea di sicurezza e di difesa, la Pesd. Commentando la destinazione di 15 milioni di euro alla Pesd, la Nota di aggiornamento del Dpef relativa al ministero degli Esteri, la giustifica con la costante sua evoluzione e "conseguente previsione di maggiore partecipazione a eventi militari e a missioni umanitarie e di soccorso da parte degli Stati membri in Bosnia (post SFOR), Sudan, Afghanistan, Iraq, Macedonia e scenario mediorientale, e in altri probabili scenari africani. A ciò si aggiunga la partecipazione all'operazione "Artemis" già in corso" (si tratta della l'operazione militare della Unione europea nella Repubblica democratica del Congo).
In Iraq non c'è nessuna partecipazione dell'Europa. Ma per questo governo tutto è la stessa cosa, con una commistione che conferma la scarsa presenza di "globuli europei" nelle sue vene.

Noi, europei d'Italia, ci meritiamo di più. I nostri produttori meritano molto di più di queste rassicurazioni per essere europei e per aver dimostrato di saper reggere la sfida anche senza le svalutazioni competitive della lira. I nostri giovani ricercatori meritano molto di più di uno sconto sulle tasse per aver investito per primi in conoscenza. I nostri lavoratori meritano molto di più di un taglio alle pensioni per aver accettato con Romano Prodi la non facile "conquista" dell'euro. Come sembra lontano quel tempo?
Certo anche la "tassa sull'Europa" era una una tantum. Ma è servita come anticipazione per "comprarci il futuro". Le una tantum di Berlusconi e Tremonti servono a pagare i danni dell'incompetenza.

Tino Bedin

Padova, 19 ottobre 2003


21 ottobre 2003
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