Il governo di sanità e assistenza
va affidato ai Comuni
La condizione per realizzare uno dei contenuti
del Piano sanitario nazionale presentato da Rosi Bindi.
La gestione deve essere tecnica,
ma l’indirizzo va affidato a chi risponde ai propri concittadini
di Antonio Prezioso
La presentazione del Piano Sanitario Nazionale ha costituito un atto
di rilevante impegno sociale e politico del ministro Rosi Bindi e del governo.
L’accoglienza sostanzialmente positiva a livello di operatori e di opinione
pubblica sta a dimostrare che il piano ha colto alcuni aspetti realmente
interessanti per coloro che si dedicano alle attività sanitarie
(ma anche socio-assistenziali) con intendimenti e spirito nuovi , e per
amministratori e dirigenti, ai quali spetta la responsabilità dell’organizzazione
dei servizi.
Vorrei sottolineare un breve capitolo del Piano, ma essenziale per
fare della sanità italiana non un complesso di interventi curativi
e riparatori della malattia - certamente necessari - ma anzitutto un sistema
coordinato e diffuso di tutela della salute. Il capitolo al quale mi riferisco
è quello che riguarda “L’integrazione tra assistenza sanitaria e
sociale”, che - secondo un’opinione largamente diffusa, anche se meno largamente
applicata - è condizione necessaria per la tutela della salute.
Si tratta, in sostanza, della chiave di lettura di tutto il Piano, non
a caso definito “Patto di solidarietà per la salute”; l’integrazione
fra i servizi non è anche’essa una forma di solidarietà a
vari livelli, istituzionale, programmatorio, operativo? Ecco il contenuto
dell’integrazione fra i servizi: di fronte all’unità della persona
e della famiglia la risposta unitaria del sistema socio-sanitario, potremmo
dire dello Stato sociale, a garanzia della fruizione dei diritti sociali,
che sono diritti costituzionali.
Vera integrazione, e non semplice coordinamento, si potrà
realizzare, a mio parere, solo riportando la titolarità in materia
sanitaria, così come in materia socio-assistenziale, ai Comuni,
unici ed effettivi interpreti dei bisogni della comunità locale,
in base anche al conclamato principio di sussidiarietà, che in tali
materie può trovare una delle più concrete e incisive applicazioni.
Alle Regioni compiti di legislazione e di programmazione (Piano socio-sanitario
regionale); ai Comuni opportunamente associati il governo (non la gestione)
dei servizi. Ciò significa: ambiti territoriali adeguati (la dimensione
provinciale è aberrante); a capo delle Ulss (come di ogni altra
azienda pubblica e privata) un consiglio di amministrazione, espressione
dei Comuni associati , con responsabilità dirette nel governo, nella
programmazione locale e nella verifica dell’efficienza ed efficacia dei
servizi, a cominciare dalla nomina del direttore generale che attualmente
è un vero e proprio “dipendente” della Giunta regionale.
Le soluzioni istituzionali non sono le sole necessarie per realizzare
l’integrazione: ci sono problemi attinenti alla formazione e alla cultura
degli amministratori e degli operatori, alle risorse finanziarie (unico
Fondo nazionale e regionale), all’organizzazione e alla direzione dei distretti
e così via. Mi sembra però che, se fosse riconosciuta la
titolarità dei Comuni, cioè l’unicità delle competenze
in materia sia sanitaria sia socio-assistenziale, l’integrazione fra i
servizi, proposta dal Piano, troverebbe più facile e sicura attuazione.
| 07/08/1998
webmaster@euganeo.it |
il
collegio senatoriale di
Tino Bedin |