Il governo e il lavoro
Un patto equo contro la precarietà
Nei primi cento giorni occorre subito una misura negoziale. Creato il consenso, si potranno studiare norme di legge
La precarietà del lavoro sarà uno dei temi più scottanti per il nuovo governo. A giudicare dalle dichiarazioni del dopo elezioni, sulla riforma della legge Biagi si sta già profilando un clima di radicalizzazione, che rischia di essere esasperato dalla retorica dei «cento giorni». È giusto aspettarsi che il nuovo governo lanci subito dei segnali concreti. Ma sui temi del lavoro la fretta può indurre a passi falsi. Il segnale che può essere dato rapidamente riguarda la direzione di marcia, lo stile di riforma: gli interventi legislativi, se necessari, verranno dopo, senza bruciare i tempi.
Le esperienze europee più riuscite di riforma del mercato del lavoro forniscono alcuni utili spunti di riflessione. In Olanda, in Danimarca, in Spagna la realizzazione della flexicurity (una combinazione di flessibilità per le imprese e di sicurezze per i lavoratori) è avvenuta per gradi, costruendo il consenso dal basso, sperimentando soluzioni diverse. Le riforme hanno poi coinvolto un ampio numero di stakeholders: non solo governo nazionale e parti sociali, ma anche governi regionali e locali, agenzie di collocamento, università e centri di formazione, organizzazioni del terzo settore e così via. Chi riduce la «precarietà» a una semplice questione di contratti «senza garanzie» commette una terribile semplificazione. La precarietà è una sfida sociale a largo raggio, alla quale va data una risposta mobilitando un'ampia gamma di attori e strumenti.
Interessanti spunti di metodo provengono anche dalla Francia. Certo non dalla politica di questo Paese, vista la fallimentare vicenda dei «contratti di primo impiego». Gli spunti provengono piuttosto da un recente Rapporto dell'Istituto Montaigne sulla precarietà e l'esclusione, redatto da un gruppo di esperti e di rappresentanti del mondo industriale e sindacale ( www.institutmontaigne.org). Il Rapporto parte da una condivisibile constatazione: la precarietà non conviene a nessuno, neppure alle imprese. Nel nuovo contesto produttivo e competitivo alle imprese serve flessibilità. Ma questa può e deve essere inquadrata all'interno di un qualche «patto equo», in modo che le esigenze delle imprese non producano spirali di precarizzazione. Questo patto equo — e qui sta lo spunto più interessante — deve essere di natura negoziale piuttosto che legislativa.
Il Rapporto arriva a proporre la stipula di veri e propri accordi collettivi contro la precarietà e l'esclusione (a livello europeo, nazionale, locale e settoriale) in cui si indichino le regole da rispettare, gli obiettivi da raggiungere, le responsabilità e le eventuali sanzioni. Oggetto principale di questi accordi dovrebbero essere naturalmente le condizioni contrattuali: ad esempio il potenziamento del lavoro interinale «garantito» come risposta naturale alle esigenze di flessibilità (e non, come spesso avviene oggi, il ricorso a contratti a termine). Ma gli accordi dovrebbero riguardare anche il ruolo di attori esterni. Scuole e università potrebbero ad esempio impegnarsi a svolgere seriamente il ruolo di tutoring nei percorsi di apprendistato. I comuni potrebbero fornire agevolazioni tariffarie o facilitare l'accesso all'abitazione nel caso di nuovi insediamenti industriali. Il tutto in un quadro di incentivi e finalità negoziate.
Qualche critico potrebbe osservare che l'Italia ha già avuto una lunga stagione di concertazione, a livello nazionale e locale, e che molti «patti» sono rimasti inattuati. Ma innanzitutto nessuno di questi patti ha avuto per oggetto specifico la lotta alla precarietà, che è la grande sfida di oggi. In secondo luogo, in Italia il deficit di attuazione riguarda anche le leggi e non solo i patti. Infine: se ben orchestrato, un patto serve a produrre una diagnosi condivisa, a creare consenso, a individuare il cammino di successive misure legislative. Se il nuovo governo riuscisse a conseguire questi obiettivi nei suoi primi cento giorni sarebbe già un bel risultato.
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