Mario Lettieri e Paolo Raimondi -
Auspichiamo che l'attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l'occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.
Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all'inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato "Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica".
La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l'inevitabile "scontro di civiltà". Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.
1) Prima di tutto l'ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell'innovazione e nell'istruzione per superare quello che chiamano "una stagnazione secolare". Sembra quasi scritto per l'Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.
2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto "Sistema americano" di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l'altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.
Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l'esplorazione dello spazio e la costruzione di un'economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l'intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com'è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.
3) Infine, occorre invertire la tendenza dell'outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l'Italia e per l'Europa) a spostare le proprie attività produttive all'estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco "più complice". Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell'aumento dei salari.
Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l'economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l'ambiente.
Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.
ItaliaOggi

18 marzo 2020
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Mario Lettieri e Paolo Raimondi -
Nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è sceso del 30% portando il costo del barile intorno ai 30 dollari. È stato chiaramente provocato da una mossa geopolitica dell'Arabia Saudita contro la Russia, l'Iran e la Cina. Ovviamente con l'appoggio americano. Sarebbe sciocco pensare che sia dovuto soltanto alle contrazioni produttive in Cina o agli annunci relativi alla domanda e l'offerta del mercato. L'operazione, invece, è stata condotta attraverso "preparate" operazioni finanziarie speculative, futures e altri derivati, mirate al ribasso. Una mossa che, nell'intenzione di chi l'ha pensata, avrebbe dovuto piegare in brevissimo tempo le resistenze russe. Così non è stato e non è, in quanto la Russia, ci sembra, da tempo si è preparata a simili evenienze.
La conseguenza sembra colpisca, invece, il mondo delle obbligazioni americane. Infatti, titoli per oltre 140 miliardi di dollari emessi da imprese energetiche americane minori, potrebbero in breve tempo finire tra i junk bond ad alto rischio, cioè diventare "obbligazioni spazzatura". Perderebbero lo status di "investment grade", per cui i possessori istituzionali, come le assicurazioni e i fondi pensione, dovrebbero disfarsene.
Se l'attuale andamento del mercato petrolifero dovesse prolungarsi, altre obbligazioni, già con il penalizzante rating della tripla B, per 320 miliardi di dollari, potrebbero cadere nel famoso bidone della spazzatura. Si consideri che nel settore dell'energia degli Usa vi sono altre obbligazioni a rischio ammontanti a circa 2.000 miliardi di dollari, che potrebbero fare la stessa fine. Se ciò avvenisse, si potrebbero "infettare" altri 3.000 miliardi di dollari di obbligazioni del settore corporate che già galleggiano malamente nella palude della tripla B.
Secondo noi questi "giochi" hanno un effetto distruttivo maggiore della peggiore pandemia perché possono far saltare l'intero sistema economico.
Sintesi e titolazione a cura della redazione di Euganeo.it
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