Non fanno sconti a nessuno i paesi del Bric e cioè il Brasile, la Russia, l'India e la Cina
I nuovi ricchi vogliono più spazio
La Cina rimpiazza gli Usa come primo partner di Brasilia
La miopia, se non curata, è una malattia grave e progressiva. Vale anche per la politica.
Si vedono soltanto le cose più vicine, che nel nostro piccolo diventano ossessive, ma che sono irrilevanti sugli scenari internazionali. Ne è la prova la grande superficialità con cui vengono riportati eventi di valenza strategica come il summit dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) tenutosi il 15 aprile a Brasilia. Qui, i quattro capi di stato hanno consolidato il processo di cooperazione e di decisione, che sta cambiando la distribuzione del peso politico ed economico del mondo.
Al loro primo summit, a Yekaterinburg, in Russia, nel giugno 2009, furono i cinesi a scuotere i centri di potere, mettendo in discussione il ruolo dominante del dollaro, come moneta di riserva e del commercio internazionale. A Brasilia, è stato il presidente russo Dmitri Medvedev a porre alcune questioni rilevanti da definire nelle sedi internazionali. Ricordando che i paesi BRIC costituiscono il 26% del territorio, il 32% delle terre agricole, il 42% della popolazione e il 14,6% del Pil mondiale, Medvedev ha rivendicato il loro impegno per la riforma del sistema di Bretton Woods. Ha sostenuto, inoltre, che la cooperazione economica tra i quattro "può migliorare attraverso la creazione di spazi di interazione finanziaria, sotto forma di accordi per l'uso delle monete nazionali nel commercio reciproco e lo scambio di informazioni su possibili attacchi speculativi alle valute, alla borsa e alla borsa merci".
L'incontro ha ribadito la volontà di giungere a un "ordine mondiale multipolare, a un'architettura finanziaria più stabile e a un sistema monetario internazionale più forte e diversificato". Perciò, rivendicano un loro ruolo più significativo nei lavori del G20, che ritengono l'unica sede di decisione politica internazionale. L'appuntamento del summit di novembre a Seul è considerato, a questo proposito, come il termine ultimo per cambiare anche il sistema delle quote di controllo del Fmi. Esso, finora, ha penalizzato pesantemente le nazioni emergenti. I paesi BRIC riconoscono che le cause della crisi finanziaria globale non sono state ancora rimosse. Del resto, le recenti dichiarazioni del presidente Obama confermano tale preoccupazione e i rischi di future nuove crisi sistemiche. Comunque, in una coerente strategia di ripresa economica, essi accelerano i loro scambi commerciali, i grandi investimenti e le joint venture.
Naturalmente la Cina è il partner più dinamico nei commerci tra questi paesi, utilizzando anche la sua moneta, lo yuan. Nel settore dell'energia, la Cina sta costituendo joint venture in Argentina per oltre 3 miliardi di dollari e in Canada per 5 miliardi. Dal Venezuela ha aumentato l'import di petrolio del 21% in un anno e in Brasile ha stipulato un contratto di 10 miliardi con Petrobras. Inoltre, ha concordato di costruire un'acciaieria a Port Acu, nello stato di Rio, investendo ben 5 miliardi di dollari. Quindi, la Cina non sta solo comprando materie prime, di cui ha enorme bisogno, ma costruisce fabbriche e investe nelle industrie in collaborazione con i governi e gli imprenditori del posto. Ecco perché da un anno la Cina ha rimpiazzato gli USA come primo partner commerciale del Brasile. E si stima che entro il 2015 supererà l'Unione Europea nel commercio con l'intera America Latina.
In Europa qualcuno, in un ottica suicida, pensa al protezionismo commerciale e non ad aprirsi con lungimiranza a questi paesi. Non si può stare fermi. I paesi emergenti si muovono. A Brasilia è stato anche costituito l'IBSA, il nuovo gruppo di cooperazione formato da India, Brasile e Sud Africa. L'Europa e l'Italia, invece, sembrano voler continuare sulla strada della vecchia cooperazione. Eppure, Enrico Mattei, aveva già intuito la necessità di fare joint venture con i paesi in cui l'Eni investiva.
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