RASSEGNA STAMPA

Il Sole 24 Ore
17 luglio 2008
Enrico Letta

Sistema paese e strumenti per lo sviluppo
L'Italia tornerà a crescere con un nuovo welfare
Superare sterili dogmatismi nei modelli contrattuali, ragionare insieme su salari e contrattazione di secondo livello

Invecchiamento della popolazione e scarsa crescita della produttività. Se dovessimo sinteticamente passare in rassegna le "emergenze" sociali ed economiche dell'Italia degli ultimi anni è verosimile che in cima alla lista ci sarebbero queste due grandi questioni. In primo luogo, la demografia: il nostro è il Paese con il più basso tasso di natalità dell'Occidente, secondo solo al Giappone su scala mondiale. Dal 1965, il numero di figli per donna si è più che dimezzato e oggi è pari a 1,3, mentre ce ne vorrebbero 2,1 per mantenere stabile la popolazione. La base della piramide demografica si restringe e il vertice si allarga, dunque, con conseguenze facilmente intuibili in termini di sostenibilità del welfare e tenuta del sistema pensionistico. L'equazione, da questa angolatura, è piuttosto lineare: più anziani, meno contributi. In altri termini, in assenza di una chiara inversione di rotta, nel prossimo futuro dovremo provvedere alle pensioni di una massa crescente di anziani facendo affidamento, però, sui contributi di un numero sempre minore di lavoratori.
La seconda emergenza è legata alla scarsa crescita della produttività, cui si accompagna una dinamica deludente delle retribuzioni, con relativa diminuzione del potere di acquisto delle famiglie. È questo l'aspetto forse più preoccupante in un'ottica di coesione sociale e di equilibrio tra i diversi territori del Paese. Dinanzi, infatti, alla percezione, più o meno plausibile, di un generale impoverimento della popolazione, soprattutto dei lavoratori dipendenti, ciò che sembra affermarsi è un sentimento diffuso di scoraggiamento. A risentirne sono certamente le prospettive di crescita e di competitività dell'economia italiana. Ma soprattutto la nostra capacità di scrivere il futuro, di individuare soluzioni selettive e innovative per problemi complessi, di progettare una società diversa, più efficiente e giusta, per tutte le generazioni.
Questi problemi solo parzialmente rappresentano il riflesso di un processo di ridefinizione globale degli assetti produttivi e dell'insieme delle interrelazioni tra i vari soggetti economici. Molte delle loro implicazioni nel nostro Paese toccano, infatti, picchi di complessità difficilmente riscontrabili in altre realtà a sviluppo avanzato. Le cause sono evidentemente molteplici, spesso correlate a una storia economica e sociale quantomeno accidentata, e comunque non riassumibili in poche pagine. Tuttavia, affrontare entrambe le emergenze – con le rispettive declinazioni: dal rapporto intergenerazionale alle relazioni industriali, dal nodo della rappresentanza nel lavoro a quello di una gestione efficiente e lungimirante dei flussi migratori – impone responsabilità e capacità di visione. Si tratta, in definitiva, di pungolare prima e indirizzare poi una riflessione moderna sul nostro futuro. La domanda di fondo è quanto mai ambiziosa, pur nella sua essenzialità: attraverso quali strumenti la politica può attivare un processo di valorizzazione effettiva delle risorse e delle potenzialità inespresse del Paese?
Rispetto al dibattito pubblico sviluppatosi negli ultimi anni sul "rischio declino" dell'economia italiana – dibattito talvolta agitato strumentalmente dall'una o dall'altra parte politica – occorre anzitutto un mutamento di spirito e prospettiva. L'invecchiamento della popolazione italiana, ad esempio, può e deve essere letto come allungamento della vita attiva delle persone. Spostare in avanti l'età media di pensionamento costituisce un prezioso aiuto per la sostenibilità dei conti pubblici, ma allo stesso tempo può far aumentare l'offerta di lavoro, mantenendo al servizio della produzione un patrimonio di esperienze e competenze difficilmente sostituibile. Per far ciò c'è bisogno di interventi graduali sulla previdenza, che sfruttino appieno le caratteristiche del sistema contributivo, permettendo un volontario allungamento della vita attiva e magari una riduzione graduale del proprio impegno professionale. Lo stesso può dirsi per l'occupazione femminile: "più donne al lavoro" significa, da un lato, nuove opportunità di crescita per il nostro sistema produttivo e, dall'altro, sostegno alle famiglie monoreddito, quelle più esposte alla progressiva erosione del potere d'acquisto.
Altro aspetto essenziale per la produttività è l'investimento in capitale umano, in formazione di base e formazione continua. È indispensabile rendere più qualificati i lavoratori. Ne va del miglioramento qualitativo delle nostre produzioni e del graduale spostamento delle imprese italiane verso una specializzazione produttiva a più alto contenuto tecnologico. Tanto le imprese quanto i lavoratori sarebbero in tal modo meno esposti ai contraccolpi della globalizzazione e riuscirebbero a trarre vantaggio dalle sue potenzialità. Se ne gioverebbero la crescita economica e la produttività generale, con indiscutibili effetti positivi sulle retribuzioni.
Infine, per migliorare la reattività del mercato e l'efficiente allocazione delle risorse, servono strumenti che incidano sul funzionamento del mercato del lavoro, favorendo la pronta ricollocazione dei lavoratori e la rispondenza dei salari alle condizioni dei mercati locali. Al tal riguardo, si è discusso a lungo negli ultimi tempi di un ripensamento o di un aggiornamento del modello contrattuale. In questo, come in ogni altra area dell'intervento pubblico, è indispensabile adottare un orientamento libero da sterili dogmatismi. E ragionare insieme su salari di produttività e contrattazione di secondo livello può condurre a una riforma del modello contrattuale moderna, condivisa, realmente in linea con le esigenze del Paese e le sue specificità non solo territoriali. Proprio il territorio – insieme al "fattore azienda" e, appunto, alla produttività – costituisce uno dei tre elementi cruciali per il superamento dello schema di contrattazione nazionale classico. Superamento forse indispensabile per rimediare alla sofferenza del lavoro dipendente – specie in alcune aree del Paese dove il costo della vita è più alto – e, più in generale, per consentire una maggiore rispondenza dei salari alla produttività locale e aziendale.
In un'ottica ancora più allargata, per la lotta alla precarietà sembra affermarsi un'unica possibile ricetta. Quella di conciliare due elementi egualmente fondamentali: da una parte, l'indispensabile flessibilità del lavoro; dall'altra, l'altrettanto ineludibile garanzia di sicurezze per i lavoratori, a partire da quelli più giovani.
Questi ultimi devono tornare a essere il motore della società. Come negli anni Sessanta quando la crescita collettiva era sostenuta da un grande investimento di aspettative, risorse, ottimismo: trenta-quarantenni protagonisti di un boom senza precedenti e con pochissimi corrispettivi al mondo. Trenta-quarantenni interpreti ed esecutori di uno straordinario progetto condiviso. Oggi, invece, tutte le statistiche descrivono i giovani italiani come sistematicamente in ritardo rispetto ai propri coetanei: sono in Europa quelli che più tardi abbandonano la casa d'origine, più tardi si sposano e mettono su famiglia, più tardi trovano un'occupazione che garantisca loro autonomia di scelta. I traguardi fondamentali della vita di un individuo sono così puntualmente spostati in avanti, mentre il livello delle aspettative e quello della fiducia sociale scendono progressivamente. Non si tratta, beninteso, di un problema meramente generazionale, da affrontare, ad esempio, con interventi settoriali confinati nell'alveo asfittico delle cosiddette "politiche giovanili". È una questione che investe in profondità l'interesse generale: vecchi e giovani, lavoratori e pensionati, politica e società.

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