Cari amici,
quanto è decisiva la pace per lo sviluppo economico dell'Italia, per il riequilibrio della globalizzazione? Impegnati a ricercare ricette per le "malattie" portate dal petrolio e dalla produzione cinese, sia in Italia che in Europa e negli Usa, economisti, politici (di maggioranza e di opposizione) sembrano non valutare la quantità di risorse sia finanziarie sia progettuali che le politiche di pace possono generare. L'Unione Europa sembra fare eccezione.
Il Parlamento Europeo ospiterà il 7 e 8 dicembre 2005 una Conferenza composta da Parlamento Europeo, Commissione Europea, Consiglio europeo e Parlamenti nazionali degli Stati membri, nel corso della quale progetti relativi alla non proliferazione e al disarmo nucleari saranno presentati al Parlamento europeo e agli Stati membri. Le assemblee europee, che mettono formalmente insieme le diverse Istituzioni dell'Unione, compresi i Parlamenti nazionali, sono un'eccezione. Per questo è importante l'appuntamento: segnala la centralità che nell'ambito della Politica europea di sicurezza comune (Pesc) l'Unione attribuisce al tema della non proliferazione nucleare e dell'aggiornamento del Trattato sulla non proliferazione.
In un contesto di opinioni pubbliche distratte a proposito di armi nucleari, di parlamenti non preoccupati (in Italia, siamo riusciti a discutere una mozione in Senato prima della fallita quinquennale conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, nel maggio scorso alle Nazioni Unite, ma non abbiamo ascoltato il nostro ministro degli Esteri dopo quell'appuntamento), di forze politiche senza la bandiera del disarmo nucleare: neppure nel manifesto dell'Unione non se ne fa cenno) questa Conferenza è un avvenimento che dovrebbe far notizia.
Tema da elezioni primarie. Le istituzioni europee si sfidano con l'iniziativa straordinaria della Conferenza di dicembre sulla non proliferazione. C'è però il rischio che senza l'apporto delle opinioni pubbliche, i documenti restino tali e non diventino azioni positive. Anche la Costituzione europea è stata una sfida che le Istituzioni si sono lanciata, ma l'estraneità delle opinioni pubbliche l'ha depotenziata.
Per la scelta del disarmo nucleare occorre lavorare perché questo non si ripeta. La memoria e la preoccupazione del sessantesimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroscima e Nagasaki possono facilitare il coinvolgimento delle opinioni pubbliche europee a farsi sentire a quella Conferenza. Bisogna riportare il disarmo nel cuore degli europei.
In Italia abbiamo un'occasione in più. Ci stiamo preparando alle elezioni politiche del 2006 e per una parte dei cittadini, quelli che si riconoscono nel centrosinistra, la preparazione avviene anche attraverso l'innovativo strumento delle elezioni primarie. Il disarmo nucleare totale deve essere tra i punti più qualificanti della politica di pace del centrosinistra, e del suo programma di governo del Paese. È importante che i suoi leader traccino una concreta agenda per la pace e il disarmo, coinvolgendo elettori e cittadini. Alle elezioni del 16 ottobre si discuta anche di questo, ma non come di un tema di "nicchia" o di bandiera, ma come di una delle condizioni complessive per assicurare lo sviluppo vero dell'Italia negli anni prossimi.
Manca un'opinione pubblica europea. C'è davvero bisogno di una discussione pubblica sulle armi nucleari e - in Italia - il centrosinistra se ne deve far carico. Le scelte politiche, gli impegni finanziari, l'apporto comune agli appuntamenti internazionali dell'Unione Europea in tema di non proliferazione nucleare non hanno infatti creato finora un'opinione pubblica europea in materia.
Disattenzione dei cittadini europei? Direi di no. L'opinione pubblica non ne è informata semplicemente perché l'Unione evita di enfatizzare questo aspetto della sua politica di sicurezza e di difesa. Anzi il tema della non proliferazione non fa nemmeno parte della Pesc, on è mai affrontato in documenti che vengono all'esame dei parlamenti nazionali.
Una ragione c'è. La gestione di questa posizione implica imbarazzanti conseguenze in sede Nato nonché all'interno della stessa Europa.
Mentre alcuni Stati dell'Unione come la Germania, il Belgio, l'Olanda, l'Irlanda, il Lussemburgo, la Svezia fanno parte di coalizioni di Stati - come la New Agenda Coalition che ne raggruppa 15 - schierati per il disarmo completo, il negoziato in discussione riguarda un regime internazionale, quello del Non-Proliferation Treaty, che oggi rischia di essere messo a dura prova da una serie di fattori e in primo luogo, dalla mancanza di volontà politica, da parte degli Stati nucleari, anche membri dell'Unione Europea, di procedere speditamente ad un disarmo nucleare.
La questione non riguarda però solo la Francia e il Regno Unito.
Oggi, con il negoziato in corso sul Trattato di non proliferazione, si rischia di dare maggior risalto soltanto all'aspetto della non proliferazione, dimenticando invece che anche Paesi Nato, come l'Italia, oggi hanno sul loro territorio nazionale armi nucleari e di distruzione di massa. In undici basi militari di sei nazioni europee gli Stati Uniti dispongono di un massimo di 480 bombe atomiche, 180 delle quali potrebbero essere montate in caso di guerra sotto le ali di aerei da combattimento dei Paesi ospitanti, Italia inclusa. Sono due le basi della Penisola ad ospitare atomiche americane: ad Aviano si trovano 50 bombe ed a Ghedi di Torre 40.
In presenza di queste contraddizioni, di questi imbarazzi, di queste reticenze risultano ancor più sorprendenti e significative le politiche dell'Unione Europea in materia di non proliferazione nucleare e le posizioni comuni che essa riesce a prendere, tanto che l'Unione Europea è vista da molti come una grande forza in grado di gestire il percorso che ci può portare ad un mondo libero dall'incubo nucleare.
Un tema per il prossimo governo. Noi europei non possiamo però affrontare da soli questa sfida. Ed è un altro dei temi sui quali con chiarezza il centrosinistra è chiamato a confrontarsi con i cittadini in vista di assumere un ruolo di governo.
Per quanto concerne gli Stati Uniti, ad esempio, molti Paesi faticano a capire perché mettano costantemente in guardia e, in effetti, a ragione dai pericoli derivanti dalle armi di distruzione di massa e contemporaneamente lavorino a una nuova generazione di cosiddette armi nucleari "leggere". Tali sviluppi porteranno ancora una volta a una corsa agli armamenti, la quale stavolta riguarderebbe una tipologia di armi che potrebbe finire in mani sbagliate con ancor maggiore facilità. Pertanto l'Europa deve rivolgersi agli Stati Uniti affinché abbandonino tali progetti e insieme a noi investano tutte le loro energie nella ripresa degli sforzi in favore della non proliferazione e del disarmo.
La posizione ufficiale dell'Unione Europea è di pieno sostegno a questa tesi, ed è regolarmente riaffermata in tutte le sedi. Probabilmente per essere decisiva deve diventare la posizione dei cittadini europei.