TINO BEDIN

Lettera dal Senato. 97 / 30 aprile 2005
Sbagliata la pretesa di decidere in proprio le regole

L'illusione di avere ancora una frontiera
Di fronte alla mobilità delle persone sul pianeta più che le barriere contano i negoziati e la capacità di utilizzare tutti i talenti degli immigrati

di Tino Bedin

Cari amici, l'immigrazione incalza, incrocia, inquieta la società italiana. Le risposte legislative sono politiche, ma anche esistenziali e quindi per loro natura incomplete e modificabili. Per questo attraverso l'indagine parlamentare su "Gestione comune delle frontiere e contrasto all'immigrazione clandestina in Europa" non volevamo dimostrare una tesi, ma ricercare gli spazi e le prospettive per la gestione di una condizione umana, economica, culturale con la quale confrontarci e non tanto scontrarci. Questo è lo spirito delle conclusioni cui è arrivato il Comitato bicamerale Europol Schengen Immigrazione.
Quanto ai risultati, l'indagine consente di condividere alcune constatazioni: la mobilità delle persone è condizione globale che sarebbe illusorio affrontare singolarmente dai singoli Stati; la realtà dei fatti rende velleitaria qualsiasi barriera e fa optare per regolamentazioni; le esigenze dei paesi d'origine sono almeno altrettanto rilevanti di quelle dei paesi di accoglienza degli immigrati; le risorse individuali e non solo collettive degli immigrati suggeriscono strumenti di selezione e valorizzazione delle competenze; la salvaguardia dei diritti umani è la premessa di ogni politica della mobilità economica sul pianeta.

Una necessità strutturale. Dovendo indicare il risultato politico più rilevante dell'indagine, cui ho collaborato come capogruppo della Margherita, non ho dubbi nell'indicare la verificata dimensione non strettamente nazionale dei movimenti di popolazione nel nostro tempo. Uno dei limiti dell'azione politica italiana di questi ultimi anni è stato infatti la duplice e contrastante pretesa da una parte di decidere in proprio le regole sull'immigrazione e dall'altra di chiedere la "protezione" della comunità internazionale e soprattutto dell'Unione Europea nell'applicazione di queste regole e quindi nel contrasto dell'immigrazione clandestina. Così, se il punto di partenza è stato quello proposto dal titolo dell'indagine, il punto di arrivo può essere sintetizzato da questa consapevolezza, che cito dalle conclusione: "La migrazione internazionale appare come una necessità strutturale che deve essere governata con programmi specifici, adottando, come da più parti è richiesto, un approccio regionale, che salvaguardi la specificità dei diversi contesti geopolitici e la collaborazione fra paesi appartenenti alla stessa area".
E per quanto riguarda la dimensione europea un altro punto di arrivo si trova in queste altre due conclusioni: "Il cammino verso una politica comune in materia di immigrazione ed asilo, che è alla base della concreta realizzazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, non è ancora giunto a termine... È tuttavia opportuno che la politica europea non si limiti a controllare o a respingere l'immigrazione clandestina ma "apra" all'immigrazione legale nuovi canali che tengano conto delle diverse esigenze del sistema economico-produttivo di ogni Paese: una buona politica di immigrazione legale può così diventare lo strumento più efficace per combattere l'immigrazione clandestina".

Alla verifica del decreto-flussi. Si tratta di scelte inevitabili, come dimostra il decreto flussi emanato dopo la conclusione dell'indagine del Comitato Schengen.
Complessivamente nel 2005 l'Italia ammette 160.000 lavoratori stranieri. Infatti il decreto che regola i flussi migratori riserva 79.500 ingressi a lavoratori di paesi extracomunitari, di cui 25.000 stagionali. Complessivamente si tratta dello stesso numero del 2004, ma al suo interno gli stagionali sono stati dimezzati.
Questo significa che la stabilizzazione delle presenze è considerata una condizione di migliore gestione della situazione. Significa prendere atto di quello che gli organismi delle Nazioni Uniti hanno ormai verificato in merito alla natura strutturale degli spostamenti di persone nel pianeta.
In più nel decreto-flussi per il 2005 sono aggiunti altri 79.500 posti per lavoratori provenienti dai dieci paesi entrati nel 2004 nell'Unione Europea, il che equivale a riconoscere che nell'area comunitaria questo è il flusso che si genera spontaneamente e che non sarebbe possibile contrastare. Questo corrisponde a quell'approccio regionale che abbiamo indicato come strumento di governo del fenomeno e corrisponde anche all'obiettivo di preparare nei fatti la libera circolazione dei lavoratori nell'Unione Europea nel periodo di transizione previsto dai trattati di adesione dei paesi neocomunitari.
Al conto degli ingressi legali che abbiamo citato bisogna poi aggiungere i ricongiungimenti familiari.
In proporzione alla popolazione, l'Italia accetta lo stesso numero di immigrati degli Stati Uniti, circa un milione in una popolazione cinque volte più grande.

L'Italia ha un dovere in Europa. Il decreto-flussi del 2005 conferma che, in Europa l'Italia è, con la Spagna, il maggiore magnete migratorio. Ciò le imporrebbe di accreditarsi come paese europeo di avanguardia, capace di creare politiche per l'accoglienza e l'inserimento, e non solo controlli e rifiuti. Del resto, la necessità di incamminarsi su questa strada è stata riconosciuta anche dalla Commissione europea, che l'11 gennaio scorso ha emesso il Libro verde sull'approccio dell'Ue alla gestione della migrazione economica, con il quale sollecita una discussione e contributi.
Un criterio politico del nuovo corso di gestione potrebbe essere quello di considerare non solo le esigenze dei paesi accoglienti, ma anche quelle dei paesi d'origine. In altre parole, l'Europa dovrebbe interrogarsi sulle cause che provocano immigrazione per noi (cioè emigrazione per i paesi extracomunitari), e sulla necessità di cooperare con loro per ridurre questa pressione. Intendo dire una cooperazione non solo poliziesca.
Le sperimentazioni suggerite dalla Commissione Europea sono tutte interessanti.
Una è l'approccio orizzontale per disciplinare l'ingresso e soggiorno di lavoratori stranieri che si fermano più di tre mesi in uno stato membro, prevedendo disposizioni specifiche per esigenze particolari quali il lavoro stagionale o il distaccamento intrasocietario. In questo modo si creerebbe una disciplina comune globale molto flessibile. Un'altra proposta è la procedura comune accelerata per l'ammissione di lavoratori nei casi di carenza di manodopera e qualifiche specifiche, da adottarsi quando un certo numero di stati membri ottenga l'autorizzazione dal Consiglio. Potrebbe poi essere accordata la cosiddetta preferenza comunitaria, a quei cittadini stranieri che già lavorano in uno stato membro perché si spostino in altri stati. Analogamente potrebbero essere privilegiati coloro che hanno già lavorato nell'Unione europea in passato.
Con questi strumenti l'Italia potrebbe contribuire concretamente, oltre che politicamente, a definire una strategia europea per gestire i flussi migratori come leva per lo sviluppo. Una gestione cioè che non si "accontenti" di prendere atto dell'attrazione che l'Unione Europea esercita sia al proprio interno che all'esterno nei confronti di alcune categorie di lavoratori, ma sia in grado di selezionare le risorse umane che giungono sul suo territorio e di conoscere chi entra in Europa.
Questa politica è particolarmente necessaria per attrarre in Italia i "talenti" dal resto del mondo, visto che è estremamente basso il numero di studenti e di ricercatori extraeuropei presenti Italia, eppure la nostra qualità della vita e la tradizione delle nostre università dovrebbero consentirci di primeggiare in questo campo.

Cominciando dai diritti umani. Dobbiamo guardare avanti e guardare avanti insieme. Ad esempio occorre che rapidamente l'Italia ratifichi la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie, e la Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, e il protocollo connesso.
Uno degli "affari loschi" del crimine organizzato è la tratta di esseri umani, nelle sue varie forme, sempre gravi e alcune tragiche. Per questo obiettivo, qualche mese fa l'Onu ha fornito all'Italia alcuni suggerimenti operativi anche molto diversi tra loro: mettere in atto programmi di cooperazione allo sviluppo e punti informativi nei consolati; coinvolgere le regioni e le forze sociali nel mercato del lavoro italiano che assorbe gli immigrati; rendere più agevole il rinnovo del permesso di soggiorno; introdurre i visti per lavoratori che si rivolgono a piccole imprese o autonomi, come quelli che curano gli anziani o che lavorano negli alberghi; armonizzare le qualifiche e le professionalità e ridurre gli incidenti sul lavoro, favorire la mobilità professionale.
Al netto dissenso nei confronti delle scelte compiute dal governo in tema di immigrazione, ho preferito premettere le condizioni di una politica attiva, che mi auguro sia l'asse portante di ogni politica nel settore, proprio come emerge dalla nostra indagine. "Lo stile e la cultura del dialogo sono particolarmente significativi rispetto alla problematica delle migrazioni, rilevante fenomeno sociale del nostro tempo", ci ricordava infatti papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace, l'1 gennaio 2001.

Tino Bedin

Roma, 30 aprile 2005


5 maggio 2005
tb-104
home page
scrivi al senatore
Tino Bedin