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Lettera dal Senato. 38
20 aprile 2000
Il voto del 16 aprile conferma un dato già emerso nei comuni
La scheda non è più la pagella ai partiti
ma un investimento dei cittadini
Il voto, più che valutare il passato, si tende a "scommettere" sul futuro. In politica sta avvenendo un po' come per il risparmio

di Tino Bedin

Governare non serve alle elezioni. Non serve a vincerle (i governi di Prodi e di Massimo D’Alema hanno fatto scelte importanti e comunque di evoluzione della società italiana, ma ora D’Alema non sarà più a Palazzo Chigi). Non serve nemmeno a perderle (a Palazzo Balbi c’è ancora Giancarlo Galan, che a detta di molti non aveva fatto scelte per il Veneto negli ultimi cinque anni). La concomitanza delle due conseguenze (benservito a D’Alema, bentornato a Galan) rende più visibile una nuova componente della politica vissuta dai cittadini (non quella praticata dai partiti): non dico che governare non serva: dico che non basta a creare il consenso; soprattutto non basta a determinare le scelte dei cittadini per il futuro.
Mi pare che l’aspetto più nuovo del voto del 16 aprile, dal punto di vista del comportamento, sia proprio questo: la scheda non è più lo strumento per giudicare il passato, ma è prevalentemente lo strumento con il quale il cittadino "acquista" una parte del suo futuro. Sta avvenendo quello che è avvenuto con il risparmio: dal rendimento dei bot la gente è passata all’investimento in azioni; così in politica: dalla garanzia del buongoverno, la gente passa alla scommessa sul cambiamento.
Segni certi di questa evoluzione si erano già avuti in occasione di alcune elezioni municipali. Non essendo però generali, esse non avevano probabilmente alimentato sufficiente riflessione sui comportamenti profondi. Il voto del 16 aprile rende ora evidente un elemento sociale e culturale di cui la politica dovrà tenere conto, se non vuole ritrovarsi, da una parte o dall’altra, con sconfitte incomprensibili.
La prima occasione per una presa d’atto del cambiamento si ha proprio in queste ore. Scrivo giovedì mattina, mentre il centro-sinistra riflette sul nuovo governo e sulla scelta da proporre al presidente Ciampi. Mi auguro che la decisione di dare un governo all’Italia non nasca esclusivamente dalla convinzione che un anno di governo in più possa assicurare un risultato elettorale diverso da quello del 16 aprile. Sarebbe una convinzione sbagliata: facendo bene in quest’anno si potranno conservare i voti presi il 16 aprile, ma non si inciderà sull’elettorato che fa la differenza, quello cioè che sceglie se andare o no a votare sulla base dell’offerta di futuro che gli viene fatta in quel momento. Come hanno dimostrato le cifre assolute (e non le percentuali) registrate alle regionali, è il cambiamento degli astenuti che determina la vittoria o la sconfitta. Nell’ultima occasione si è infatti registrato uno spostamento di scelte all’interno dei votanti (con la riduzione dei voti al"terzo polo" della Bonino a vantaggio del centro-destra), ma non si è schiodata la percentuale di coloro che non hanno avuto interesse a votare.
Alla luce di questo comportamento dei cittadini, acquista assai minore rilevanza il legare il nome del presidente del Consiglio di oggi a quello del capo del centro-sinistra a partire dal 2001. Se ne è discusso opportunamente, ma anche in questo caso occorre assumere comportamenti nuovi, più simili a quelli praticati nella società nuova che la politica vuole rappresentare. Tutti sanno in America che il prossimo anno Clinton non sarà più presidente; tutti sanno anche il nome del suo possibile successore: ma Clinton continua a rappresentare gli Stati Uniti e a decidere. Potrebbe, dovrebbe avvenire così anche in Italia, senza scandalo, senza recriminazioni; lasciando libero il capo del governo di fare al meglio il suo compito e al candidato del futuro di andare oltre l’azione di governo.
E poi, facendo il capo del governo si diventa di sicuro noti, ma non necessariamente si diventa popolari. Soprattutto un capo del governo può essere chiamato a scelte inevitabili nel presente (penso a D’Alema con la guerra in Kossovo) ma poco suggestive per il futuro (penso ai pacifisti che per la guerra in Kossovo hanno rinunciato a votare, pur non compiendo scelte alternative).
Governare, appunto, non serve. Ascoltando mercoledì mattina nell’aula del Senato le dichiarazioni dei capigruppo del centro-sinistra nel corso del dibattito sulle comunicazioni di Massimo D’Alema, ne ho ricavato molte impressioni positive; vi ho sentito però al fondo, in tutte, un sentimento di incredulità. La sconfitta elettorale risultava amara, ma soprattutto incredibile. Molti hanno giustamente ripetuto cose dette in campagna elettorale perché vere, come i risultati di questi anni dimostrano sul piano economico e su quello istituzionale. E tuttavia mano a mano che procedevano nell’elenco delle cose buone, anche per ringraziare D’Alema, era come se si chiedessero, pubblicamente, in coro: è mai possibile che nonostante questo si sia perso?
Io credo che il centrosinistra abbia il dovere di completare questa legislatura: non (come hanno detto tutti in queste ore) per far fare i referendum (che sono cosa della politica e non dei cittadini come ha dimostrato l’astensionismo dell’anno scorso), ma per continuare la europeizzazione dell’Italia (anche attraverso la stabilità istituzionale del Parlamento) e la trasformazione dello stato sociale in nome della solidarietà vera.
Con la consapevolezza che nel 2001 questo sarà considerato dai cittadini un atto dovuto; né più né meno che la "restituzione" del voto avuto nel 1996. Con l'impegno conseguente a mostrare agli italiani il cambiamento necessario, condiviso, per gli anni successivi.

Tino Bedin

Le risposte alla "Lettera dal Senato"
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da Saonara
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da Napoli

Giuseppe Cristofani da Grantorto
Alberto Savio da Cadoneghe


22 aprile 2000
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