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Lettera dal Senato. 35
di Tino Bedin
Per la loro informazione politica i cittadini disporranno di qualche
argomento in più e di qualche spot in meno. Vista finalmente dalla parte degli elettori,
è questa in sintesi la legge sulla "par condicio" radiotelevisiva, approvata
dal Parlamento e firmata dal presidente Ciampi (fatto non proprio dovuto, almeno a sentire
gli oppositori, che a Ciampi si erano appellati perché rinviasse la legge alle Camere).
Il dibattito, durato sette mesi (è dell'agosto scorso la presentazione del disegno di
legge da parte del governo), si è quasi esclusivamente incentrato sui diritti di chi
"fornisce" l'informazione politica. Nel momento in cui la legge è a
disposizione dei cittadini, provo invece a fermare l'attenzione sui diritti di chi
"riceve" l'informazione politica.
Il diritto
di restare nel programma prescelto
Il diritto fondamentale è appunto quello di avere informazione. Sotto questo aspetto il
Parlamento ha notevolmente migliorato la iniziale proposta del governo. Ora è previsto
che non solo la Rai, ma anche i privati devono dare spazio alla propaganda politica; è
stato assicurata la trasmissione di messaggi gratuiti autogestiti da parte dell'intero
sistema radiotelevisivo nazionale; i 30 giorni di campagna elettorale (all'inizio previsti
di completo silenzio) vedono invece la presenza di messaggi autogestiti. Anche le radio e
le tv locali partecipano a questo aumento di informazione, ricevendo nel loro caso un
sostegno finanziario pubblico. In questa maniera i cittadini avranno, appunto, qualche
argomento in più per valutare ed eventualmente votare.
Essi vedono assicurato questo diritto senza pagare un pedaggio a chi è più forte
economicamente. Non è una novità che si limitino le "intrusioni" non
richieste. Una serie di norme le più diverse (dalla tutela dei dati personali alle
tariffe postali) ha, ad esempio, posto un freno a chi, senza che nessuno glielo chiedesse,
veniva a riempire la nostra cassetta della posta con messaggi pubblicitari. Così fa la
nuova legge: dà qualche regola all'informazione politica, sia sul numero dei messaggi,
sia sulla loro collocazione all'interno della programmazione radiotelevisiva; distingue il
periodo elettorale da quello in cui non sono indette votazioni. Evita insomma che qualcuno
ci "intasi" il televisore. Ad esempio, la propaganda politica non può più
interrompere i programmi: non mi pare che ci sia qualche cittadino disposto a pensare che
questo limiti la libertà in Italia. Anzi è una norma ci lascia liberi di restare nel
programma che avevamo scelto.
Ho usato l'espressione "propaganda politica" perché la legge la prevede, la
consente, la incentiva sul piano locale. La legge vieta gli spot. Ma non per
"vietare" ma appunto per incentivare la pubblicità politica. Lo spot televisivo
dura dai 20 ai 30 secondi; la pubblicità politica secondo la legge deve durare almeno 60
secondi. Succede del resto già anche nella pubblicità commerciale: tutti abbiamo
presenti gli spot-racconto, che durano appunto il doppio di quelli normali e che alla fine
fanno opinione non solo per il "prodotto" ma anche per il racconto. La legge
richiede che per rispettare i cittadini la propaganda elettorale abbia almeno la dignità
di un racconto.
Non tutto
si può comprare
Vista da parte degli elettori, nemmeno qui è dunque questione di libertà, né
individuale né collettiva. Qui si sono confrontate due idee (o almeno due desideri) della
politica. Berlusconi ha teorizzato (e i suoi uomini in Parlamento hanno sostenuto negli
stessi giorni) l'idea dei cittadini come "consumatori della politica", così
come consumiamo le scarpe, i saponi e le telefonate. La nuova legge ipotizza l'idea di
cittadini che dialogano di politica, esigono informazioni, pretendono di partecipare in
qualche maniera al dibattito nella piazza telematica, così come i nostri padri o i nostri
nonni vi partecipavano dalle piazze dei paesi e della città.
In fondo a quest'ultima idea c'è anche una sottolineatura non secondaria in questi anni:
non tutto ha un prezzo, non tutto quello che si può comprare è un bene. Neppure questa
è una novità: nel calcio professionistico, ad esempio, un qualche limite c'è per
evitare lo strapotere di uno o due club che ucciderebbero il campionato. Nel campionato
elettorale da sempre ci sono regole che vanno nella stessa direzione di quelle del calcio:
manifesti uguali per tutti, pubblicità regolamentata sui giornali; dal 1993 anche norme
sulla propaganda radiotelevisiva. Non per togliere libertà, ma per accrescerla.
Per chi
"entra" in politica per la prima volta
Ad esempio per accrescere la libertà dei cittadini che non si riconoscono nelle
"offerte politiche" esistenti e ne vogliono "lanciare" di nuove. Nei
30 giorni di campagna elettorale la nuova legge offre loro le stesse opportunità che
hanno tutti i concorrenti. Votando a favore di questa legge abbiamo anche accettato la
sfida delle novità. Sappiamo infatti che la nostra società può avere bisogno di
soggetti politici nuovi per trovare un equilibrio adeguato al cambiamento delle persone e
delle famiglie: chi avrà voglia di provarci, almeno avrà un palco come tutti nella nuova
piazza telematica.
| 28/02/2000 webmaster@euganeo.it |
il
collegio senatoriale di Tino Bedin |