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Lettera dal Senato. 35
28 febbraio 2000
La nuova legge sulla propaganda politica in tv
Più liberi come telespettatori,
più informati come cittadini
Non è in discussione la libertà; la diversità è nell'idea della politica: se deve diventare un genere di consumo o se sia il risultato di confronti e ragionamenti

di Tino Bedin

Per la loro informazione politica i cittadini disporranno di qualche argomento in più e di qualche spot in meno. Vista finalmente dalla parte degli elettori, è questa in sintesi la legge sulla "par condicio" radiotelevisiva, approvata dal Parlamento e firmata dal presidente Ciampi (fatto non proprio dovuto, almeno a sentire gli oppositori, che a Ciampi si erano appellati perché rinviasse la legge alle Camere).
Il dibattito, durato sette mesi (è dell'agosto scorso la presentazione del disegno di legge da parte del governo), si è quasi esclusivamente incentrato sui diritti di chi "fornisce" l'informazione politica. Nel momento in cui la legge è a disposizione dei cittadini, provo invece a fermare l'attenzione sui diritti di chi "riceve" l'informazione politica.

Il diritto di restare nel programma prescelto
Il diritto fondamentale è appunto quello di avere informazione. Sotto questo aspetto il Parlamento ha notevolmente migliorato la iniziale proposta del governo. Ora è previsto che non solo la Rai, ma anche i privati devono dare spazio alla propaganda politica; è stato assicurata la trasmissione di messaggi gratuiti autogestiti da parte dell'intero sistema radiotelevisivo nazionale; i 30 giorni di campagna elettorale (all'inizio previsti di completo silenzio) vedono invece la presenza di messaggi autogestiti. Anche le radio e le tv locali partecipano a questo aumento di informazione, ricevendo nel loro caso un sostegno finanziario pubblico. In questa maniera i cittadini avranno, appunto, qualche argomento in più per valutare ed eventualmente votare.
Essi vedono assicurato questo diritto senza pagare un pedaggio a chi è più forte economicamente. Non è una novità che si limitino le "intrusioni" non richieste. Una serie di norme le più diverse (dalla tutela dei dati personali alle tariffe postali) ha, ad esempio, posto un freno a chi, senza che nessuno glielo chiedesse, veniva a riempire la nostra cassetta della posta con messaggi pubblicitari. Così fa la nuova legge: dà qualche regola all'informazione politica, sia sul numero dei messaggi, sia sulla loro collocazione all'interno della programmazione radiotelevisiva; distingue il periodo elettorale da quello in cui non sono indette votazioni. Evita insomma che qualcuno ci "intasi" il televisore. Ad esempio, la propaganda politica non può più interrompere i programmi: non mi pare che ci sia qualche cittadino disposto a pensare che questo limiti la libertà in Italia. Anzi è una norma ci lascia liberi di restare nel programma che avevamo scelto.
Ho usato l'espressione "propaganda politica" perché la legge la prevede, la consente, la incentiva sul piano locale. La legge vieta gli spot. Ma non per "vietare" ma appunto per incentivare la pubblicità politica. Lo spot televisivo dura dai 20 ai 30 secondi; la pubblicità politica secondo la legge deve durare almeno 60 secondi. Succede del resto già anche nella pubblicità commerciale: tutti abbiamo presenti gli spot-racconto, che durano appunto il doppio di quelli normali e che alla fine fanno opinione non solo per il "prodotto" ma anche per il racconto. La legge richiede che per rispettare i cittadini la propaganda elettorale abbia almeno la dignità di un racconto.

Non tutto si può comprare
Vista da parte degli elettori, nemmeno qui è dunque questione di libertà, né individuale né collettiva. Qui si sono confrontate due idee (o almeno due desideri) della politica. Berlusconi ha teorizzato (e i suoi uomini in Parlamento hanno sostenuto negli stessi giorni) l'idea dei cittadini come "consumatori della politica", così come consumiamo le scarpe, i saponi e le telefonate. La nuova legge ipotizza l'idea di cittadini che dialogano di politica, esigono informazioni, pretendono di partecipare in qualche maniera al dibattito nella piazza telematica, così come i nostri padri o i nostri nonni vi partecipavano dalle piazze dei paesi e della città.
In fondo a quest'ultima idea c'è anche una sottolineatura non secondaria in questi anni: non tutto ha un prezzo, non tutto quello che si può comprare è un bene. Neppure questa è una novità: nel calcio professionistico, ad esempio, un qualche limite c'è per evitare lo strapotere di uno o due club che ucciderebbero il campionato. Nel campionato elettorale da sempre ci sono regole che vanno nella stessa direzione di quelle del calcio: manifesti uguali per tutti, pubblicità regolamentata sui giornali; dal 1993 anche norme sulla propaganda radiotelevisiva. Non per togliere libertà, ma per accrescerla.

Per chi "entra" in politica per la prima volta
Ad esempio per accrescere la libertà dei cittadini che non si riconoscono nelle "offerte politiche" esistenti e ne vogliono "lanciare" di nuove. Nei 30 giorni di campagna elettorale la nuova legge offre loro le stesse opportunità che hanno tutti i concorrenti. Votando a favore di questa legge abbiamo anche accettato la sfida delle novità. Sappiamo infatti che la nostra società può avere bisogno di soggetti politici nuovi per trovare un equilibrio adeguato al cambiamento delle persone e delle famiglie: chi avrà voglia di provarci, almeno avrà un palco come tutti nella nuova piazza telematica.


28/02/2000
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Tino Bedin