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Lettera dal Senato. 32
15 giugno 1999
I risultati delle elezioni del 13 giugno 1999
In Europa e in municipio
ha vinto la politica con nome e cognome
Gli italiani hanno accettato di affrontare i rischi della personalizzazione delle istituzioni

di Tino Bedin

Chi ha perso è chiaro. Dopo le elezioni europee Marini e Bossi, Fini e Manconi hanno messo a disposizione il loro ruolo di guida nei rispettivi partiti. Il percorso successivo sarà diverso da partito a partito; ma intanto elettori, iscritti e militanti di queste forze politiche sanno che la loro proposta è stata insufficientemente apprezzata dai concittadini e ciò richiede una riflessione che non tocca solo ai capi.
Chi ha vinto è un po’ meno chiaro. Non si tratta di negare l’evidenza: Berlusconi, Bonino e Prodi hanno di che congratularsi con se stessi (e non hanno mancato di farlo). In base ai numeri hanno vinto. Ma la politica non è una scienza matematica.
Non solo quei tre. Non ho chiamato casualmente per cognome (Berlusconi, Bonino e Prodi) i partiti più votati delle elezioni del 13 giugno: non sono infatti i partiti ad aver vinto, ma proprio loro tre, cioè Silvio Berlusconi, Emma Bonino e Romano Prodi. Lo sanno anche loro: Berlusconi ha condotto la campagna elettorale in proprio, usando lo strumento di sua proprietà con il quale egli si identifica anche personalmente, cioè la televisione. Emma Bonino ha semplificato tutto, chiamando la lista con il suo nome. Romano Prodi ha messo anche lui il nome sulla lista ed ha impostato la campagna elettorale sulla propria "disavventura" per legare l’elettorato ulivista al patto personale stretto nel 1996.
Questa personalizzazione della politica è un bene o un male? Per cominciare a rispondere, facciamoci prima un’altra domanda: sono stati solo loro a chiamare la politica per nome e cognome? Mi pare di no. E non penso a Cito o a Sgarbi; non penso neppure a Dini.
Ho in mente i partiti che hanno il loro nome e il loro simbolo, che hanno la loro storia ed il loro presente di sezioni e di migliaia di militanti. Ho in mente i risultati delle altre schede che sono state votate il 13 giugno, quelle per i consigli comunali, i consigli provinciali, i sindaci.
Molti si sono chiesti: è possibile un voto così diverso nello stesso giorno? è logico che il centro-sinistra vinca in casa e perda in Europa? è politicamente più importante il voto scrutinato domenica notte o quello scrutinato lunedì pomeriggio? E così è stato ancora meno chiaro chi abbia vinto per davvero le elezioni del 13 giugno.
I punti da cui partire per rispondere sono molti e tutti interessanti. Ne suggerisco uno: anche nel voto locale ha vinto la politica con nome e cognome.
Berlusconi, Bonino e Prodi stanno lontano da noi e chiedevano di mandare loro o i loro rappresentanti a Strasburgo e a Bruxelles. Molti elettori li hanno accontentati. Non li hanno invece accontentati quando si è trattato di mandarli in municipio: per il municipio infatti gli elettori avevano altri nomi e cognomi, che conoscono di persona o di cui sanno molto, che hanno dimostrato già di saper fare o di saper progettare. Nomi e cognomi locali, cui fare riferimento diretto. Non voglio sostenere che la vittoria del centro-sinistra alle elezioni locali sia tutta frutto dei candidati; mi pare però che per cercare di capire e per agire sia utile partire dai comportamenti delle persone piuttosto che dalle teorie politiche.
L’elezione diretta porta inevitabilmente a questa identificazione tra istituzione e persona. I partiti si adeguano. Gli elettori impongono questo rapporto con la persona piuttosto che con i partiti. Le coalizioni (tutte abbastanza eterogenee, tutte tanto o poco conflittuali) spingono poi a valorizzare la sintesi appunto nella persona. Ho in mente il mio amico Antonino Ziglio, con il quale stiamo ancora in campagna elettorale perché diventi presidente della Provincia di Padova. Con gli elettori abbiamo "scommesso" su di lui; i manifesti puntano sul suo volto e sul suo nome, al punto di identificare in lui un territorio: la bella immagine dalla targa automobilistica di Padova con le iniziali di Tonino non è solo uno slogan.
Avevo una certezza… E allora, la personalizzazione della politica è un bene o un male? Avevo una certezza: la personalizzazione è un pericolo. L’esperienza storica ed alcune esperienze dell’attualità confermano che la personalizzazione delle istituzioni comporta pericoli di frammentazione, di instabilità (basti vedere il percorso elettorale della Lista Dini, di fatto durata meno di una elezione). Esiste anche il pericolo che la individuazione della classe dirigente avvenga sulla base di meccanismi estranei alla democrazia (ad esempio la capacità di aggregare risorse economiche per campagne elettorali costosissime come quella della Bonino, oltre che di Berlusconi). C’è poi il pericolo che questa classe dirigente sia portata a non confrontarsi direttamente con i propri elettori ma solo a "informarli" (la Bonino ha evitato accuratamente assemblee pubbliche nella sua campagna elettorale; evidentemente non le farà neppure una volta eletta).
E’ un rischio da correre con i cittadini. Avevo queste certezze. Non le ho sostituite con il dubbio; ho sostituito la parola "pericolo" con la parola "rischio". Il rischio in sé non è né buono né cattivo: dipende dal motivo per cui si affronta il rischio.
Gli italiani hanno ormai dimostrato di voler correre il rischio della personalizzazione delle istituzioni. Ai partiti, alla politica, non resta che prenderne atto e farsi compagni di strada dei propri concittadini in questa avventura, in modo che essa abbia risultati davvero utili per la comunità e per la democrazia. Questo ha a sua volta dei rischi per i partiti, ma è dall’incertezza che ci si rinnova.
Ricordate l’idea originaria, originale dell’Ulivo? C’erano molte ricchezze in quell’idea: una riguardava proprio il tema che stiamo affrontando. Le forze popolari e democratiche italiane avevano saputo trovare una risposta alla personalizzazione della politica non solo e non tanto attorno a Prodi quanto attorno al nome di cui tutti erano proprietari. L’Ulivo non era una sigla; era qualcosa che non c’era e che cominciava ad esistere insieme a tutti quelli che la facevano, a tutti quelli che la votavano. L’Ulivo era un nome collettivo. Il centro-sinistra non è un nome collettivo; è la ragione sociale di un programma politico preesistente all’impegno e alla scelta dei cittadini. Per questo il centro-sinistra non è bastato in questa occasione elettorale e sarà probabilmente insufficiente anche alla prossima.


16 giugno 1999
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Tino Bedin