i-t21

Lettera dal Senato. 27
21 marzo 1999

Anche se non c’è ancora l’elezione diretta del presidente
Far partecipare i cittadini
alla "partita del Quirinale"
L’indicazione tempestiva del nome risponde a questa esigenza. Si può fare,
perché questa volta i buoni candidati sono numerosi: Tina Anselmi, per esempio…

di Tino Bedin

Tina Anselmi è la "mia candidata" al Quirinale. Posso dichiararlo? Un "grande elettore" può dire la sua preferenza? Mi pare di sì. Certo è una partita importante e il gioco di squadra è una condizione indispensabile, ma una decisione di questa portata (e di questa… durata) non può avvenire senza un dibattito pubblico. Il Parlamento non è un Conclave e il Presidente della Repubblica non è il Papa (spero che lo Spirito Santo aiuti anche noi, ma la responsabilità è solo nostra). E allora dico chiaramente che sarei molto contento se, dal dialogo tra le forze dell'Ulivo, emergesse il nome di questa donna veneta quale risorsa personale e politica da proporre a tutto il parlamento a vantaggio della nostra Repubblica.
Sarei contento innanzi tutto perché a lei si arriverebbe non per forza, ma per scelta. Di possibilità di buone scelte in questa occasione ne avremo infatti molte.
E’ la prima osservazione, che mi viene spontanea. Non mi pare che i colleghi che ci hanno preceduti come "grandi elettori" del presidente della Repubblica si siano trovati in questa condizione favorevole. Avevano nomi quasi "obbligati", oppure delle… riserve. Questa volta tutti i nomi che si fanno hanno, pur per ragioni diverse, le caratteristiche necessarie.
I presidenti di "casa mia". E i nomi sono numerosi, anche solo restando "a casa mia", dove abitano non solo i popolari, ma tutti coloro che mettono in politica anche un segno della loro partecipazione ad una comunità di fede religiosa. Tina Anselmi, è fra questi.
Non solo per spirito di… gruppo (quello dei Popolari al Senato), ma soprattutto perché ho potuto conoscerlo ed apprezzarlo politicamente e personalmente voterei molto volentieri Nicola Mancino. Ho già votato per lui tre volte: per la presidenza del gruppo al Senato, per la presidenza del Senato ed anche per un incarico non raggiunto: la segreteria del Partito Popolare; al primo congresso del Ppi nel 1994 la maggioranza dei delegati gli preferì Rocco Buttiglione; basta questo nome a… convincermi di non aver sbagliato voto neppure quella volta.
E a proposito di "storia popolare", anche Mino Martinazzoli è un buon candidato: capace di esprimere i dubbi degli italiani sulla politica, ma anche di credere nella politica e nel compito dei partiti.
Ci metto anche Carlo Azeglio Ciampi: è un buon candidato a guidarci sia come italiani sia come italo-europei. Abbiamo davanti a noi molta Europa nei prossimi sette anni, forse più Europa che Italia: è una condizione da non trascurare, anche nell’assetto istituzionale.
Anche fuori di "casa mia" ci sono buoni possibili presidenti: se attorno ad uno di loro la Repubblica darà il segnale di essere unita e fiduciosa, lo voterò volentieri. Unità e fiducia: deve essere essenzialmente portatore di questi valori il nostro presidente. Per questo non voterò – e mi pare che i miei amici abbiano diritto di saperlo visto che ad oggi è l’unica candidatura – per Emma Bonino. Non la voterò perché non è segno di unità, ma di divisione e di contrapposizione nella comunità nazionale. Non la voterò perché politicamente non è portatrice della fiducia ma espressione della paura esistenziale di cui una parte della società contemporanea soffre.
Nella nuova "partita della libertà". Non è per contrapposizione ad Emma Bonino che il "mio presidente" è Tina Anselmi. Non comincio dal "genere" per pensare al nostro presidente. E’ un elemento, la femminilità, che conta. Anche l’essere veneta conta, non solo per me. Dell’uno e dell’altro di questi due elementi dirò più avanti. C’è infatti, prima di ogni altra, una valutazione sulla situazione della nostra democrazia che mi fa "candidare" la Anselmi.
E’ condivisa e diffusa la coscienza che il patto costituzionale vada aggiornato; che le regole della vita democratica debbano corrispondere ad una società diversa rispetto a quella che ha cominciato nel 1943 la sua "partita della libertà" prima sul terreno della Resistenza, poi su quello della Costituzione, poi su quello della partecipazione dell’Italia all’Europa e all’Alleanza Atlantica, fino alla sconfitta continentale del comunismo. Per accompagnare questo cambiamento (che semplicisticamente è riassunto nello slogan "dalla prima alla seconda Repubblica"), occorre avere piena consapevolezza della "partita della libertà" che gli italiani hanno giocata nella seconda metà di questo secolo. Tina Anselmi è in questa condizione: lo è per esperienza esistenziale e per scelta politica.
Mi rassicura dunque che ogni cambiamento sarà favorito perché la democrazia resti il "trofeo finale" che la società italiana si assicura nel campionato quotidiano della politica. L’abbiamo del resto già valutata in questa sua capacità di individuare e contrastare i "poteri forti" non democratici.
Dal Veneto con fiducia. Questa coerente fedeltà alle ragioni giovanili della sua scelta politica è un secondo fattore di sicurezza. Anche perché la sua non è una coerenza cocciuta. Ecco dove entra il nostro Veneto, con la sua filosofia di vita. La coerenza non esibita di Tina Anselmi è un regalo che il Veneto potrebbe fare a tutta la politica italiana, alla società italiana.
Ne scaturirebbe anche un messaggio di unità nazionale: questa nostra regione, spesso più avanti di altri territori nella ricerca di partecipazione sociale, darebbe al massimo livello le ricchezze di cui è portatrice e che a volte sono nascoste dalle difficoltà di cui soffriamo. Ne verrebbe un messaggio di innovazione, di cambiamento, dunque di fiducia nel futuro che, assieme all’unità, è oggi il valore di cui maggiormente abbiamo bisogno. Credere che è possibile cambiare, essere sicuri che la vita dipende in gran parte dal proprio impegno: ecco il messaggio politico forte che viene da Tina Anselmi, veneta e cattolica; messaggio esattamente speculare a quello di Emma Bonino.
La "normalità" della politica. La "differenza di genere", quello femminile, entra solo a questo punto, non come "differenza" ma come valore in più, come elemento di "identificazione". Il bisogno di riconoscersi nelle istituzioni è oggi fortissimo: nelle istituzioni vere, come è la presidenza della repubblica, ed in quelle meno rilevanti, come… il Festival di Sanremo (ricordate non solo il professor Dulbecco, ma la gente comune chiamata a fare da presentatore?). In questa "donna normale", che è stata in politica (e quindi ne conosce i meccanismi che dovrebbe, da presidente, governare) ma non si è esaurita nella politica, l’Italia che ha bisogno di riconciliarsi con la politica troverebbe una interlocutrice capace di capirla.
Ciò vale per la personalità della Anselmi, ma probabilmente è il genere femminile qui che diventa prevalente: una donna è un segnale di "normalità" della politica rispetto alla vita quotidiana.
I cittadini vogliono partecipare alla scelta. Questo bisogno di "vicinanza" della politica dovrà essere tenuto in considerazione nel determinare i comportamenti in queste settimane. C’è un elemento nuovo rispetto alle precedenti votazioni del Quirinale – quello della partecipazione democratica alla "scelta" del presidente della Repubblica – che non può essere messo in secondo piano. E’ vero che non esiste l’elezione diretta del presidente, ma il dibattito sulle riforme istituzionali, il cambiamento in senso presidenzialista di molte istituzioni e di molti comportamenti non possono essere dimenticati in questo passaggio cruciale. Gli italiani sentono di avere il "diritto" in ogni caso di partecipare alla "partita del Quirinale": sanno che non lo possano fare da giocatori, credo che si sentiranno gravemente derubati se non lo potranno fare almeno da… tifosi. Questo richiede che l’indicazione delle "candidature" sia fatta pubblicamente, in maniera motivata, tempestivamente.
Le partite in corso sono molteplici e la loro concomitanza consiglia indubbiamente prudenza nelle innovazioni. E’ ragionevole il riserbo, è comprensibile la paura di "bruciare" nomi. Il rischio che la partita del Quirinale sia presentato dalla spietatezza della semplificazione televisiva come un "gioco di palazzo" è però, a mio parere, superiore al rischio di "bruciare" le soluzioni migliori. Per questo sarebbe indispensabile che l’Ulivo innanzi tutto facesse la sua proposta tempestiva all’opinione pubblica e ai "grandi elettori". L’opinione pubblica lo sente come un diritto.
Come "grande elettore" lo sento personalmente come un dovere nei confronti dei cittadini che rappresento: con loro, prima di "chiudermi in conclave" per la seduta comune di Senato e Camera, mi sembra giusto confrontarmi, discutere il nome che cercherò di sostenere assieme agli altri. Il presidente che noi sceglieremo per gli italiani durerà ben oltre questa legislatura: non è quindi una questione che possiamo sbrigare da soli.


21/3/1999
webmaster@euganeo.it
home page
il collegio senatoriale di
Tino Bedin