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Lettera dal Senato. 15
2
giugno 1997

Sull’Ordine dei giornalisti
un referendum che riguarda il lavoro

Chissà che organizzazione professionale ha il medico dal quale ci tocca andare? E il nostro farmacista è iscritto ad un Ordine di categoria? Credo che nessuno se lo chieda. Intanto non ci pare un problema. Soprattutto siamo portati a pensare che eventuali questioni riguardano il nostro medico ed il nostro farmacista e che siano loro a preoccuparsene. Invece uno dei referendum proposti per il 15 giugno chiede a tutti gli italiani elettori di decidere se sia giusto che i giornalisti abbiano un loro Ordine professionale.
Categoria speciale, i giornalisti? Non tanto: i riformatori (ultima, per ora, definizione plurale che Pannella dà di se stesso), dopo aver ottenuto per quest’anno il referendum sull’Ordine dei giornalisti, ne hanno già prenotato un altro per l’anno prossimo sull’Ordine dei farmacisti. Nel primo come nel secondo caso si chiede ai cittadini italiani se vogliono abrogare la legge che istituisce l’Ordine professionale
Per i giornalisti la legge sottoposta a referendum è del 1963 (ma l’Ordine dei giornalisti è precedente). Una legge con quasi 35 anni sulle spalle in un settore come quello dell’informazione è certamente vecchia. I progetti di legge per aggiornarla si sono susseguiti: io personalmente ne ho presentato uno nella precedente legislatura ed uno in questa. Attualmente, finalmente, questo mio disegno di legge è in discussione, assieme ad altri, al Senato.

Il tema del referendum
Il fatto che Pannella si appresti a farci votare sui farmacisti oltre che sui giornalisti, può aiutare a comprendere quale è il vero tema del referendum, cioè l’obiettivo politico che attraverso la eliminazione degli ordini professionali si vuole ottenere. Pannella punta ad affidare esclusivamente al mercato le selezione dei rapporti professionali (chi è più forte, più bravo, più appoggiato, vince) ed a lasciare ai cittadini-utenti la sola arma della libera scelta per condizionare i comportamenti dei professionisti (non mi soddisfi, non vengo più a servirmi da te).
La presenza di un Ordine professionale (quello dei giornalisti ma anche quello degli avvocati o degli ingegneri) determina invece una selezione professionale attraverso il riconoscimento di una preparazione (scolastica o pratica) e consente ai cittadini-utenti di confrontarsi con i professionisti anche sulla base di comportamenti morali (la deontologia professionale) ai quali gli iscritti devono ispirarsi nello svolgimento della loro attività e sui quali devono rispondere dal versante professionale, oltre che giudiziario
La scelta politica vera che Panella pone sull’Ordine dei giornalisti (e l’anno prossimo sui farmacisti e poi, se i cittadini dimostrano interesse, chissà su quale altra professione) è dunque di natura economica e di rapporti sociali, riguarda il tipo di democrazia sociale e contrattuale. con o senza vincoli a tutela di chi è meno forte.

Come si diventa giornalisti
La "libertà di stampa", cioè uno dei diritti fondamentali dettati dalla Costituzione, non c’entra nulla con il referendum. Vediamo perché.
Oggi si può scrivere sui giornali senza essere giornalisti. Si può manifestare il proprio pensiero senza limitazioni, se non quella di trovare un giornale o una televisione disposti ad accettarlo. Guardo me: ora non faccio il giornalista ma il senatore, scrivo su giornali e parlo in televisione senza bisogno di mostrare la tessera professionale di giornalista, che pure ho.
E’ invece necessario essere iscritti all’Ordine dei giornalisti se si "vive di giornalismo", cioè se l’informazione è principalmente una attività lavorativa e non un’espressione di pensiero. L’Ordine serve per lavorare.
Per diventare giornalisti professionisti, secondo la legge sottoposta a referendum, bisogna fare un esame professionale, dopo aver lavorato come "praticante" per almeno diciotto mesi. Secondo i promotori del referendum l’esame impedisce a migliaia di giovani di diventare giornalisti. Basta una osservazione: la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la libera circolazione in Italia, a rendere questo diritto davvero generale è soprattutto l’automobile, ma nessuno finora ha ritenuto incostituzionale l’esame per la patente di guida.
Ma non ci fermiamo alla battuta. Oggi l’esame da giornalista si fa quasi esclusivamente se si viene assunti da un editore di giornali o di televisioni. Insomma l’accesso alla professione e al "titolo" avviene solo per via aziendale. Senza essere assunto non si diventa giornalista professionista. L’eliminazione dell’Ordine professionale non cambierebbe la situazione, anzi rafforzerebbe l’esclusiva degli editori nella scelta dei giornalisti, in quando l’altro, ridotto, canale attuale di accesso è costituito da alcune scuole, che sono organizzate proprio dall’Ordine professionale e che abilitano all’esame. La vera liberalizzazione si ha solo con l’accesso alla professione per via scolastica, come previsto dalla riforma in discussione al Senato e come avviene per tutti: si diventa geometri andando all’istituto per geometri e non venendo assunti da un’impresa edile.

Come si dirige un giornale
Se non raggiunge quindi il presunto scopo di liberalizzare l’accesso alla professione, il referendum non serve neppure per un altro obiettivo pure dichiarato e che può interessare molti: quello di abrogare la norma che consente solo agli iscritti all’Ordine di dirigere una pubblicazione. Ci sono associazioni, comunità, gruppi di volontariato che sentono come soffocante questa norma. In parte essa è superabile non solo per... amicizia, ma per disposizione di legge. Ma il punto non è questo. E’ che questa norma non è contenuta nella legge del 1963 sull’Ordine dei giornalisti (quella che si chiede di abrogare), ma nella legge sulla stampa del 1948, la n. 47. Insomma la disposizione sulla direzione delle pubblicazioni resterebbe comunque in vigore, perché non oggetto di referendum e perché una qualche regolamentazione dell’attività giornalistica comunque il Parlamento la darà.
Certo l’Ordine professionale per i giornalisti non è indispensabile. Non lo è nella nostra Costituzione e non lo è in Europa. La nostra Costituzione lo prevede ma non lo impone e la Corte costituzionale non vi ha mai visto un ostacolo all’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di stampa. Nell’Unione Europea alcuni stati lo prevedono, altri no: c’è in Francia e non in Germania (per citare paesi delle nostre dimensioni).
Insomma non è una questione di grande valore ideologico. E’ certo un tema di organizzazione dei diritti (soprattutto quelli dei cittadini di avere più di oggi un ordine professionale che verifichi la qualità dell’informazione e soprattutto che garantisca la tutela delle persone che "finiscono sul giornale") e di organizzazione del lavoro.
Un referendum su questo argomenti è di sicuro semplicistico: perché fa finta di eliminare senza risolverli i veri nodi dello sviluppo dell’informazione. Ma un referendum su una questione del genere è, soprattutto, eccessivo. Forse meglio tenerci la voglia di referendum per questioni di tutti. I giornalisti (e l’anno prossimo i farmacisti) non sono, non siamo, così importanti.

Tino Bedin

Roma, 2 giugno 1997


03/01/1998
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