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Lettera dal Senato. 26
10 gennaio 1999

I candidati alla presidenza della Commissione europea
La guida dell’Europa
diventa finalmente una scelta politica
Il dibattito italiano ne ha aperto uno più vasto, che mira
a superare i criteri "matematici". La "trappola" di Cossiga
per Prodi scatterebbe proprio per le vecchie regole

di Tino Bedin

Stiamo partecipando, vi partecipiamo cioè da cittadini, alla prima discussione "pubblica" sulla guida dell’Unione Europea. La "candidatura" di Romano Prodi alla presidenza della Commissione europea rivela finalmente ai cittadini dell’Unione quello che i ministri degli esteri e i primi ministri si sono finora ben guardati dall’ammettere come la normalità: le "decisioni di Bruxelles", della "lontana Bruxelles", non sono il frutto del caso ma della trattativa spesso diplomaticamente riservata tra governi. A cominciare appunto dalla scelta della composizione della Commissione europea, sulla quale ciascun membro dell’Unione ha diritto di proposta ma anche di veto.
Massimo D’Alema, apprendista primo ministro, lo ha detto in televisione agli italiani ed ha cercato di ricondurre la questione proprio alla normalità della trattativa diplomatica: prima di accappigliarci tra italiani - ha detto - aspettiamo a verificare con discrezione quello che è possibile ottenere dai membri dell’Unione. Giusto. Razionale. Fortunatamente impossibile.
L’euro ha cambiato gli europei. Impossibile lasciare tutto a D’Alema (e ai suoi quattordici colleghi) soprattutto perché la vicenda dell’euro ha cambiato gli europei. La moneta unica non è stata una scelta dall’alto: i cittadini di undici stati hanno "deciso" di avere una moneta unica, accettando una riduzione del loro Stato sociale, un taglio ai deficit dei bilanci statali, una riconversione produttiva che non ha finora creato occupazione. Lo hanno deciso sostenendo i governi che nei vari paesi e in epoche diverse hanno attuato politiche di questo tipo. Tanto e vero che Danimarca, Svezia e Regno Unito non sono nella moneta unica perché le rispettive opinioni pubbliche hanno negato il consenso ai loro governi a percorrere questa strada. Per la Grecia è diverso: lì la questione è esclusivamente economica, tanto è vero che la Grecia punta ad entrare già nel 2001, pronta magari alla circolazione dell’euro nelle tasche e non solo nei computer.
Questa partecipazione diretta ed in solido dei cittadini dell’Unione all’euro sta facendo sentire i cittadini titolari delle questioni europee ed attenti alle sedi dove vengono prese le decisioni. I nostri allevatori, tanto per fare un esempio, hanno ben chiaro che il loro presente e ancor più il loro futuro (al di là della polemica interna sulla gestione delle quote-latte) dipendono non dai "tecnici di Bruxelles" ma dalla decisioni politiche che verranno prese. Politiche, appunto: la politica agricola comune sarà infatti una componente di scelte più generali, che riguardano l’ampliamento dell’Unione ad Est, il rapporto con la sponda sud del Mediterraneo (e quindi la gestione degli spostamenti umani e della sicurezza militare), le più generali regole del commercio mondiale che l’Unione Europea (e non i singoli Stati) concorrerà a fissare.
Se deve essere un socialista mediterraneo... La sola trattativa diplomatica è poi impossibile perché il dibattito italiano ne ha già reso pubblico uno più complesso nel resto dell’Unione. Sono cominciate a fioccare le candidature.
E finalmente, pubblicamente l’Europa dei diplomatici e dei ministri degli Esteri si sta mostrando ai suoi concittadini e fa capire le "regole" che la ispirano. Una di queste regole ha un nome inglese e molto serio, che in italiano si traduce... "manuale Cencelli". Proprio lui: criteri (quasi) matematici e quindi (quasi) indiscutibili nell’assegnazione degli incarichi. E’ una regola "pubblica", a cui non ci si sottrae e nella quale, proprio come in matematica, contano i numeri. La questione dell’ingresso degli eurodeputati forzisti nel gruppo parlamentare popolare a Strasburgo è servita anche a questi "numeri".
In base al "manuale Cencelli" europeo è "stabilito" che dopo Jacques Santer, democristiano e continentale (è lussemburghese), la presidenza dell’Unione europea tocca ad un socialista e mediterraneo. Ci si poteva mettere subito anche il nome e il cognome, eccolo: Felipe Gonzales, socialista e spagnolo. Pare che quest’ultimo sia però più interessato all’Internazionale Socialista. Ed ecco pronto, con le stesse regole matematiche, un altro nome e cognome: Javier Solana, socialista e spagnolo (è attualmente segretario generale della Nato).
Ma già Solana è una "seconda scelta". E poi non è mai stato primo ministro (conta un po’ anche questo fatto, perché i primi ministri tra loro si conoscono e sanno quindi chi scelgono). E ancora: gli spagnoli fino all’avvento del governo prodi in Italia hanno avuto molti incarichi mediterranei. Insomma, secondo il manuale Cencelli europeo, visto che non c’è Gonzales, tocca ad un italiano.
Proprio sulla base di questa regola matematica, ecco pronta la trappola di Cossiga: Romano Prodi, mediterraneo lo è di sicuro, se accetta candidatura ed eventuale designazione diventa definitivamente "socialista", visto che il posto tocca ai socialisti. Con il che sgombrerebbe il terreno per l’ambizione cossighiana di un "reducismo democristiano", che con Prodi in campo è del tutto irrealizzabile. Che la "seconda scelta" di Cossiga, nel caso che Prodi rifiuti, sia il socialista Giuliano Amato, rende evidente il gioco cossighiano nel rispetto delle "regole" europee.
Ci sono molti che si interrogano sulle difficoltà di Romano Prodi ad accettare il dibattito sulla presidenza della Commissione europea che lo coinvolge: vi leggono impuntature ed anche velleità. Proviamo a vedere questa proposta nella logica di Cossiga e il "distacco" di Prodi potrebbe avere anche un’altra più plausibile spiegazione.
Se può essere un popolare... Il quale Prodi però sulla scena politica europea non è certamente accasato con i socialisti, ma solidamente con i popolari. Quand’era presidente del Consiglio egli partecipava ai vertici dei presidenti popolari, tanto che ad un certo punto fu in grado di dire ad Helmut Khol: o me o Berlusconi alle riunioni; e Khol scelse il "democratico cristiano" Prodi.
Faccio questa osservazione, perché il lancio in Europa della candidatura di Prodi ha fornito lo spunto per tentare di superare il manuale Cencelli, cioè che non sia più prestabilito che il presidente della Commissione debba essere mediterraneo e socialista.
Ha osservato il governo tedesco: se al popolare Santer può succedere il popolare Prodi, al continentale Santer può succedere il continentale e socialista Oscar Lafontaine, tedesco di peso nel governo che ha sostituito quello di Helmut Khol. Ma se può essere un popolare (Prodi) e un tedesco (Lafontaine) allora potrebbe essere un popolare tedesco. E a questo punto si torna a nome e cognome già scritti: Helmut Khol, il grande cancelliere dell’unificazione tedesca, dell’euro, dell’Unione europea; l’europeo al quale l’ultimo Consiglio dell’Unione a Vienna ha conferito un’onorificenza toccata solo ai fondatori della Comunità europea, quelli che partirono in sei, con il carbone, l’acciaio e una grande speranza.
Il posto di Helmut Khol. Che sia Khol a guidare l’Unione l’ha proposto l’attuale presidente Santer. Si tratta dunque di una proposta che ha molto peso in più rispetto a quella di Cossiga e che rende più difficile la posizione sostenuta da Massimo D’Alema (posizione ha comunque istituzionalmente corretta).
Quella di Santer è infatti di una proposta "politica" e non di un semplice riconoscimento di ruolo. Anche se la nuova commissione europea verrà insediata dopo l’elezione del nuovo parlamento, le decisioni si prendono nella prima metà del 1999. La presidenza dell’Unione Europea è in questi sei mesi proprio della Germania; una Germania che per il cambio di maggioranza non sembra disposta ad essere tra i locomotori dell’integrazione; una Germania che sta rifacendo i conti dell’allargamento; una Germania che lancia la candidatura del suo superministro Lafontaine come segnale del peso politico che vuole avere. Santer ha probabilmente individuato, attraverso la candidatura di Helmut Khol la strada per garantire continuità di sviluppo all’Unione europea e contemporaneamente rassicurare i tedeschi. Il posto di Helmut Khol non è quindi solo... tedesco, è soprattutto europeo, cioè misurato su quello che l’Unione deve essere per i cittadini che ha oggi e per i cittadini che si è impegnata ad avere in futuro.
Discutiamo anche dei commissari. Solana, Prodi (o Amato), Lafontaine, Khol? Informiamoci, discutiamone. Al Senato, nei tempi tecnici sufficienti perché ciò potesse eventualmente accadere, sono stato tra i firmatari di una mozione, poi approvata, che sostiene la utilità politica dell’elezione diretta ed universale da parte di tutti i cittadini dell’Unione del presidente della Commissione europea. La mozione - lo sapevamo, lo sappiamo - era un gesto politico, senza conseguenze immediate, ma segnalava l’urgenza che delle questioni politiche dell’Unione siano sempre più direttamente investiti i cittadini.
E oltre che del presidente, discutiamo anche dei commissari, questi sì di diritto spettanti all’Italia: oggi sono Mario Monti ed Emma Bonino, scelti da Berlusconi quando era al governo con Bossi. Hanno complessivamente amministrato bene. Ma quella che si avvia con l’euro, con il nuovo trattato di Amsterdam, con il nuovo parlamento europeo e infine con la nuova Commissione è un’altra Europa rispetto a cinque anni fa; anche la nostra rappresentanza deve rispondere a criteri diversi.


10/1/1999
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