Lunedì 4 gennaio il
battesimo dell'euro Il 1999 cambia l'Europa:
una nuova moneta, un nuovo Trattato,
un nuovo parlamento Non tutte le conseguenze sono
state previste: le feste nazionali,
ad esempio. Rappresentanza nazionale e approvazione
di Agenda 2000. I ritardi in tema di sicurezza e di giustizia
di Tino Bedin
Per molti bancari italiani l'8 dicembre scorso sarà stato l'ultima volta in cui hanno
celebrato la festa dell'Immacolata non andando a lavorare. L'anno prossimo i loro colleghi
tedeschi non faranno festa il giorno di Pentecoste. Devo confessarlo: nelle proiezioni che
ho fin qui fatte delle conseguenze della moneta unica europea, che
nasce l'1 gennaio e viene tenuta a battesimo il successivo lunedì 4 gennaio 1999, questa
non l'avevo messa in conto. Nessun politico ci aveva pensato. Hanno fatto tutto i tecnici
delle monete e delle borse: hanno previsto un sistema di pagamenti borsistici chiamato
"Target" nel quale non si tiene conto delle festività di ciascuno degli undici
Stati di Eurolandia. Si salvano solo le feste comuni: e per fortuna che tra queste ci sono
Natale e Capodanno. Torna a rischio la Befana? E' importante che qualche migliaio di persone in Europa
lavorino in giorni di festa religiosa o nazionale (gli italiani "perderanno"
anche il 25 aprile)? E' una questione che riguarda solo loro e che magari si risolve
facilmente con un giusto compenso economico? Ce ne dobbiamo preoccupare?
Io me ne preoccupo: un po' come cittadino, molto come parlamentare.
Da cittadino penso ai futuri telegiornali dell'Epifania (quella del 1999 è salva, perché
l'euro il 6 gennaio è ancora troppo... gracile, ma già nel 2000 sarà la moneta unica ad
averla vinta): in quel giorno invece di raccontarci della Befana che interessa a tutti e
che è una speranza, ci racconteranno come ogni altro giorno lavorativo della borsa che
interessa chi ha soldi ed è una cosa scommessa). Si ridurranno ulteriormente il senso
della festa, della "pausa" e la possibilità di "celebrare" ogni tanto
durante l'anno qualcosa che non abbia a che fare con l'economia.
Da parlamentare mi domando alla vigilia dell'euro quante novità non abbiamo potuto o
saputo prevedere, quanto abbiamo lasciato che sia il mercato a decidere, senza fare il
nostro lavoro, che è quello di assicurare la giusta sintesi fra esigenze diverse, in modo
che se anche una deve prevalere, si sia tenuto conto delle altre. Ci siamo impegnati in un
lavoro non gratificante per ridurre il debito finanziario della nostra società: ci siamo
riu-sciti, ma forse abbiamo posto le premesse per altri debiti, ad esempio nei confronti
di tradizioni patriottiche o religiose, di cui noi adulti conserveremo il ricordo ma di
cui impoveriremo definitivamente i ragazzi europei.
Ecco perché è importante che si discuta, che discutiamo anche delle
"festività", che ne facciamo un "tema politico". In Italia è già
avvenuto una volta: per l'Epifania. Il "risanamento finanziario" se l'era già
portata nel cimitero delle Festività Soppresse, ma è resuscitata con un voto del
Parlamento. Possiamo ricordarcelo da europei. Entrerà in vigore il Trattato di Amsterdam. Non perché questo sia il tema
principale; è anzi un piccolo tema: ma su queste "piccole cose" si può fare
esperienza per l'Europa che vogliamo costruire. Nell'anno che comincia questa costruzione
subirà una accelerazione progressiva. Gli effetti dell'euro non riguarderanno infatti
solo i giorni festivi.
L'euro è comunque una strada già decisa. Nel 1999 ci saranno invece da programmare temi
che verranno a maturazione negli anni successivi, ma la loro influenza sulla vita dei
cittadini dipenderà molto da come verranno impostati. La diplomazia è fatta di una serie
di contratti; il contratto è appunto l'elemento determinante; quando verrà a scadenza è
importante quello che vi è scritto, non quello che si sperava al momento della firma o
quello che ci si aspetta all'atto dell'applicazione.
Già la "contrattualizzazione" dell'Europa è una questione. Questa sì
l'abbiamo già posta come parlamentari: abbiamo già detto ai nostri governi che l'Unione
europea non può più essere costruita con atti diplomatici, con decisioni
"tecniche" prese dai governi, sulla base di trattative nelle quali gli
ambasciatori (ne abbiamo di bravi) adottano comunque gli strumenti che conoscono e non
quelli oggi più importanti della rappresentanza dei cittadini.
L'Europa si è fatta finora attraverso una serie di trattati. Quello che tutti gli
italiani conoscono (hanno dovuto conoscere) è il Trattato
di Maastricht, con i suoi impegnativi "parametri": questi però ne sono solo
un capitolo, che riguarda l'Unione Economica e Monetaria, non tutta l'Unione Europea.
Quello firmato a Maastricht è ancora il trattato dell'Unione. Nell'ottobre del 1997 ad
Amsterdam ne è stato firmato uno nuovo, che però non è ancora in vigore: essendo
appunto un "trattato internazionale" e non un atto politico democratico, deve
essere ratificato dai singoli Parlamenti dell'Unione o direttamente o (in pochi casi)
attraverso un referendum. L'Italia ha già ratificato il Trattato di Amsterdam. La
conclusione delle ratifiche si avrà entro la primavera del prossimo anno. Ed ecco dunque
la seconda grande novità del 1999: oltre ad una moneta unica per 11 paesi, l'Europa avrà
una nuova base giuridica, il Trattato di Amsterdam Domenica 13 giugno: si voterà per l'Europa. Fra le novità che più direttamente
mi riguardano come parlamentare, il Trattato di Amsterdam darà "possibilità di
parola" ai parlamenti
nazionali: circoscritta, non determinante, ma finalmente richiesta e non più solo
volontaria.
Avrà più potere anche il Parlamento
europeo: cresceranno le materie sulle quali il suo voto sarà richiesto. Il Parlamento
europeo ci interesserà del resto tutti nel 1999: domenica 13 giugno infatti andremo a
votare per eleggerne i componenti. Si tratta di un appuntamento elettorale che viene
"evocato" da mesi dalla politica italiana, non per ragioni europee ma per
questioni tutte domestiche. Invece la politica farebbe bene a fare il suo dovere proprio
in vista dell'Europa.
Ci sono almeno due questioni sulle quali i cittadini hanno il diritto di giudicare i
partiti, anche in considerazione degli accresciuti poteri del Parlamento dell'Unione.
La prima è quella di candidature di persone in grado davvero di esercitare il compito di
parlamentare europeo. Traduzione: dovrebbe essere affermata la incompatibilità tra
l'incarico di parlamentare europeo e altri incarichi elettivi di impegno continuativo
(parlamentare nazionale, sindaco di comuni con oltre 15 mila abitanti; e via
rappresentando). Non è tanto questione del "cumulo delle cariche", quanto della
necessità di investire in un mandato che per molte questioni potrebbe essere
"costituente".
La seconda questione è quella del peso della rappresentanza nazionale, peso che è
inversamente proporzionale al grado di frammentazione politica. Traduzione: se gli
eurodeputati italiani saranno presenti in 3 o 4 gruppi parlamentari (e non dispersi in
tutti come attualmente) avranno la possibilità di determinare la linea dei gruppi e di
fare anche gli interessi dell'Italia. Questo dipende certamente dai partiti; dipenderà
anche dalle scelte di noi elettori.
Se inserito nella logica della rappresentanza nazionale, anche il riferimento all'Ulivo
per i partiti italiani che ne fanno parte assume quella giusta dimensione europea che deve
avere e finalmente fa discutere gli italiani sul tema vero e non sempre su cose che non
hanno a che fare con il voto che sono chiamati ad esprimere. Agenda 2000: un programma decisivo. L'azione combinata del parlamento italiano
(rafforzata dal Trattato di Amsterdam) e di una coesa rappresentanza nazionale al
parlamento europeo sono le condizioni perché il 1999 porti più svantaggi che problemi
all'Italia in Europa. Nel corso del nuovo anno saranno infatti compiuti passi decisivi in
almeno due direzioni.
Innanzi tutto entro marzo verrà approvato il programma
"Agenda 2000", che rivede molte delle politiche dell'Unione a cominciare dai
fondi strutturali e dalla politica agricola comune. Su tratta di riforme che avranno un
peso determinante sulla nostra economia e le cui conseguenze si espanderanno per molti
anni a venire. La vicenda delle "quote latte" (che, al di là della gestione
interna, nasce da impostazioni economiche europee) basta da sola a illuminare l'importanza
di questo passaggio programmatico.
Contemporaneamente proseguirà il confronto per l'allargamento dell'Unione ad altri sei
paesi. E' un allargamento che potrebbe riportare l'asse economico-politico dell'Europa
verso Nord (dopo gli allargamenti che hanno fatto entrare Grecia, Spagna e Portogallo):
anche in questo caso quindi occorre essere politicamente attivi per evitare che la
"frontiera vera" dell'Unione, oggi costituita dal Mediterraneo,
resti sguarnita dal punto di vista dei progetti economici e quindi più vulnerabile sul
piano politico e della sicurezza. Tra Iraq e Ocalan. La questione della sicurezza nel suo complesso è comunque un
tema che non riguarda solo il fronte mediterraneo dell'Europa: è la questione europea del
momento. Il Trattato dell'Unione è infatti composto di tre parti: la prima riguarda la
moneta unica, la seconda la politica estera comune, la terza lo spazio giuridico. A
Capodanno avremo la moneta unica e basta. L'intervento angloamericano in Iraq ha infatti
riportato indietro il processo di integrazione delle politiche estere e di sicurezza,
visto che il Regno Unito ha scelto gli Usa invece che l'Europa. Poco prima la rinuncia
della Germania ad estradare Ocalan dall'Italia ha aperto una falla nello "spazio
giuridico" europeo.
Il "caso Ocalan" darà probabilmente a perfezionare comportamenti che
l'eliminazione dei passaporti e l'euro hanno reso irreversibili. Lo spazio giuridico
europeo non sarà certo compiuto nel 1999, ma sicuramente si rimedierà al passo indietro
imposto dalla Germania alla fine del 1999.
Più impegnativa la problematica sollevata dalla guerra angloamericana contro l'Iraq. Essa
infatti chiede agli europei di prende atto che il "protettorato militare"
americano, grazie al quale essi hanno potuto godere di sicurezza senza responsabilità,
non è compatibile con il nuovo ruolo dell'Europa. Oggi ci compete certo parità: di
iniziativa, ma anche di responsabilità, che non può essere assunta se non con una
politica estera comune.