i-s05-01
Approvata
dopo tre legislature di grandi discussioni
La
riforma dei concorsi universitari:
un passo necessario, ma insufficiente
E
stata accantonata la condizione di gran parte dei ricercatori
e degli associati; caduta anche la proposta sui contratti di
insegnamento.
Si va comunque verso la revisione dello stato giuridico
di Alberto
Monticone
Una radicale revisione del
reclutamento dei docenti universitari era attesa da molto tempo a
causa dei mutamenti profondi avvenuti negli anni '80 e '90 nel
sistema universitario italiano. La crescita del numero di
studenti aveva portato a moltiplicarsi degli insegnamenti e al
proliferare di nuovi atenei, senza che si modificassero i criteri
concorsuali e, soprattutto, senza che si creassero posti di ruolo
sufficienti alle esigenze didattiche.
Si è venuto in tal modo a costituire un corpo docente assai
numeroso nel suo insieme, assommante ad alcune decine di migliaia
di docenti, eppure profondamente sproporzionato al suo interno,
per la ragione che si è verificato quasi un blocco tra i ruoli
iniziali e quelli superiori, riducendosi il passaggio dai primi
ai secondi a rare cordate concorsuali, con centinaia di
concorrenti a fronte di una manciata di posti a disposizione. Per
corrispondere alla domanda didattica, venivano nel frattempo
affidati giustamente molti insegnamenti ai ricercatori,
contribuendo tuttavia a rendere più evidente la necessità di
porre mano ad un piano organico di riordino della docenza.
Lo scorso anno il Senato, dopo lungo lavoro che aveva visto una
buona convergenza in Commissione e in Aula, tra diverse forze
politiche, approvò il ddl relativo agli accessi alla docenza
universitaria, senza purtroppo riuscire a far coincidere quel
provvedimento con una legge quadro sullo stato giuridico, che
pure aveva preso le mosse alla Camera ma si era tosto arenata. Il
ddl approvato dal Senato era indubbiamente complesso e di non
facile applicazione; tuttavia costituiva un soddisfacente punto
di equilibrio tra le esigenze dell'autonomia degli atenei e il
necessario avallo della comunità scientifica nazionale.
Il testo rinviatoci dall'altro ramo del Parlamento va oltre
l'equilibrio da noi raggiunto, proponendo decisamente a favore
dei concorsi locali, anche se con commissioni in gran parte
composte da docenti esterni, eletti nell'ambito delle singole
aree disciplinari. E' scomparsa ogni prova nazionale di idoneità
che avrebbe consentito, da un lato, di far esprimere da un
collegio unico per tutti una valutazione di maturità scientifica
e, dall'altro, di riconoscere tale maturità a giovani che già
operano nella docenza universitaria. Il concorso locale, dato che
gli atenei devono regolarsi sulla base delle loro risorse, non
sarà frequente per i ruoli superiori e non risolverà il
problema della strettoia della docenza. La Camera ha lasciato
inoltre cadere una importante proposta del Governo, e nostra,
relativa ai contratti di insegnamento, che avrebbe agevolato
l'ingresso ai primi anni di docenza e avviato quel sistema di
docenza a contratto che potrebbe costituire una delle soluzioni
di stato giuridico per il futuro. Il problema più serio, però,
è che con questo provvedimento si accantona la condizione di
gran parte dei ricercatori e degli associati, non ponendo
condizioni utili a riformulare lo stato giuridico.
Il PPI non ritiene questa legge pienamente adeguata alla gravità
dei problemi e sufficientemente innovativa del sistema
universitario. Essa comunque è un primo passo verso la
valorizzazione dell'autonomia e verso un riesame dello stato
giuridico dei docenti.
| 13/10/1998 webmaster@euganeo.it |
il collegio senatoriale
di Tino Bedin |