i-s3-01
La delega al governo
per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale
Coraggiosa
affermazione del diritto alla salute attraverso la restituzione
di certezze agli operatori della sanità
Una revisione
ormai indilazionabile. I punti nodali del confronto parlamentare:
lautonomia
degli enti nel perimetro delle regole; aziendalizzazione,
regionalizzazione e comuni; incompatibilità; assistenza integrativa; la gestione
di Severino Lavagnini
Una legge che ha lo scopo di migliorare la normativa sanitaria
attualmente frazionata e in parte contraddittoria con decreti
legislativi finalizzati a completare il processo di
regionalizzazione e di aziendalizzazione pervenendo, finalmente,
ad un Testo unico delle leggi sanitarie è una iniziativa
positiva che va sostenuta e appoggiata perché supera una fase
precaria a gestione annuale e inserisce la sanità dentro un
progetto definito con compiti e responsabilità di lungo periodo.
Il riformismo del servizio Sanitario è una storia di piccoli
aggiustamenti tra le due riforme, quella del '78 e quella del
92/93, dovuti ad esigenze finanziarie di contenimento della
spesa, di controllo dei flussi, problemi più di cassa del Tesoro
che legati ad una logica di settore e che spesso hanno trascurato
una visione più generale e prospettica.
Oggi in vista di un confronto sempre più stretto con gli altri
Paesi europei e con finanziarie meno penalizzanti ma più
interessate ai livelli di assistenza e alla riduzione degli
sprechi, una razionalizzazione e una rimodulazione del servizio
si rendono opportune e necessarie. Il Ministro e il Governo con la richiesta di
delega hanno ritenuto che alla crescente divaricazione tra
bisogno e risposta, in sanità, si dovesse corrispondere con una
garanzia sociale, reale, assunta direttamente dalle istituzioni.
Una chiara assunzione di responsabilità nei confronti del paese
in ordine alle richieste di miglioramento e alle denuncie sulle
inefficienze dell'attuale sistema.
La richiesta di delega del Governo ricalca i comportamenti tenuti
in passato, quando nel '92 e '93 i Governi dell'epoca chiesero ed
ottennero dal parlamento analoga delega sulla stessa materia.
A quanti hanno sostenuto che si deve insistere sull'attuale
modello anziché compiere l'ennesima modifica, va ricordato che
dopo 5 anni non c'è più il tempo per ulteriormente collaudare e
migliorare i meccanismi dei decreti legislativi 502 e 517, come
vanno dimostrando le cronache di questi giorni e le evidenze dei
conti e delle statistiche.
E' urgente, invece, cambiare perché alcuni istituti si sono nel
frattempo rivelati incongruenti rispetto agli obiettivi di
efficienza e solidarietà; altri - direi - contraddittori con le
esigenze di programmazione e governabilità necessarie per la
tenuta economica del sistema stesso.
L'ulteriore ritardo ad intervenire, in questo caso si rivelerebbe
una rischiosa proroga degli elementi di imponderabilità e di
crisi in esso presenti, che minacciano gli obiettivi e le ragioni
stesse della garanzia pubblica nella tutela sanitaria.
A quanti criticano il Governo perché vuole reintegrare questa
garanzia, chiedendo coerentemente i mezzi per poterla onorare,
domando se avvertono, come in tanti settori della vita sociale,
che anche nella sanità è in atto un profondo cambiamento nella
domanda di salute e nello stile di vita, il cui incipiente
mutamento è decifrabile nelle cronache quotidiane.
Si ritiene davvero che la garanzia costituzionale della tutela si
possa salvare mantenendo un sistema dove si fa fatica ad imputare
individualmente le responsabilità?
Un sistema che in tutte le sue soggettività professionali appare
invece orientato a privilegiare le proprie ragioni di
corporazione assistita, a rafforzare il proprio ruolo di
nomenklatura, al riparo dei contraccolpi, delle sanzioni, della
mobilità, del giudizio di valore sui suoi comportamenti; un
sistema che pospone le ragioni di servizio a quelle del proprio
mantenimento.
Il SSN è un bene nazionale, e non già un'odiosa scacchiera dove
il cittadino deve fronteggiare il proprio male fisico e
combattere la resistenza della struttura ad occuparsi con
efficacia ed umanità del suo bisogno.
Sulla scelta di legiferare per delega da parte del Governo,
l'atteggiamento di chiusura da parte dell'opposizione appare
preconcetto, con alcune astiose analisi più attente agli slogan
che alla fondatezza di concetti e delle proposte formulate nel
disegno di legge.
Una rinuncia al confronto e una conferma della propria intrinseca
e costituzionale incapacità a presentare in sanità un progetto
anche alternativo, ma nemmeno propositivo, organico, razionale.
Nelle parole dell'opposizione si avverte più la lamentazione che
la proposta, più il tatticismo e la furbizia della vecchia
politica clientelare, che strizza l'occhio alle mille lobby e
corporazioni sanitarie, che una consapevole e lucida idea di
quello che è necessario fare per recuperare il sistema da quei
guasti su cui, pur quotidianamente, essa esercita i suoi tuonanti
discorsi.
L'opposizione anche in questo dibattito segue una strategia più
generale, scambia la politica per la denuncia demagogica,
scadendo a polemica incessante, urlata senza confronto e senza
speranza.
La rivendicazione di liberismo in sanità appare in questo caso
piuttosto un'ondata di furioso nichilismo contro un tentativo
certo arduo, forse velleitario, comunque positivo di coniugare la
solidarietà alla efficienza.
L'accusa di dirigismo e statalismo alla iniziale proposta del
Ministro e a quella, poi vieppiù articolata, del parlamento,
rivela il perdurante, e direi ormai preoccupante, ritardo ad
assumere nella sua cultura di governo l'impegno a garantire
l'uguaglianza di tutti i cittadini, almeno nel diritto alla cura
e alla salute.
Peraltro il lavoro svolto nella commissione di merito ha
evidenziato come correzioni, integrazioni e miglioramenti sono
stati possibili sulla base di riflessioni fatte da tutti. Così
da rendere più organico e completo il disegno di legge in
relazione alle Autonomie locali, all'integrazione dei servizi, al
ruolo dei Comuni, all'Agenzia sanitaria per i servizi regionali,
all'aziendalizzazione e regionalizzazione, alla dirigenza
sanitaria, ai rapporti con l'Università, all'assistenza
integrativa, alla ricerca, all'edilizia sanitaria, alla medicina
veterinaria e alla assistenza sanitaria nelle carceri.
L'autonomia
degli Enti nel perimetro delle regole
Nel corso della discussione ci siamo
prioritariamente occupati della necessità di accrescere e
tutelare l'autonomia, e quindi la responsabilità dei vari
livelli di governo, all'interno di un definito sistema di regole
per il libero dispiegamento dei vari soggetti.
L'autonomia e la responsabilità, infatti, vengono definite e
garantite in un quadro di uniformità nazionale, innanzitutto a
tutela di chi deve decidere ed amministrare.
Qualcuno ha inteso scambiare il garantismo legislativo con la
rigidità centralistica del primo modello di servizio, quello
precedente i decreti 502 e 517.
Ma dove in quello del '76 il velleitario centralismo romano,
degenerava poi in periferia nella spartizione partitocratica e
nella dissoluzione del processo di responsabilità, in questo,
prefigurato dalla delega la Regione e l'azienda sono invece
chiamate a governare assumendosene la responsabilità
direttamente, attivando processi di valutazione e coinvolgimento
con i cittadini, i Comuni, le associazioni sindacali, i
professionisti e le altre espressioni locali afferenti la sua
istituzionalità. Insomma, in tessuto socialmente ricco di
istituzioni e presenze locali, ma finalmente anche di
indicazioni, di vincoli e quindi di responsabilità.
Si accusa la proposta di delega al Governo e della maggioranza di
essere autoritaria, ostativa il processo di regionalizzazione ed
aziendalizzazione avviato dal 502, contraddittoriamente si
sfiduciano poi le stesse aziende e Regioni riguardo agli
obiettivi indicati ai punti f), g) e h), laddove esse sono
impegnate secondo la delega a razionalizzare le strutture,
perseguire l'efficienza e l'efficacia, controllare
l'appropriatezza delle prescrizioni.
L'opposizione a fronte della complessità di orientare gli
interessi alla realizzazione degli obiettivi dietro la ricetta
liberalistica (e liberatoria per l'impegno pubblico!) consegna di
fatto il governo del sistema alle convenienze dei soggetti forti
in esso operanti.
Un atteggiamento che oscilla tra la volontà delle riforme e il
disimpegno non appena si pone mano al cambiamento.
Mentre si sollecitano le innovazioni si propone subito dopo la
linea della mediazione sui diritti e degli interessi vulnerati
dal cambiamento.
Come nella legge per il sistema televisivo, si vorrebbe solo la
disciplina di quelle situazioni, nel frattempo abusivamente sorte
nell'assenza o debolezza nella guida del Servizio.
Aziendalizzazione
- Regionalizzazione e Comuni
Si è ritenuto di vedere contraddizione nel processo di
attuazione dei criteri di aziendalizzazione, di sviluppo del
ruolo regionale e la proposta di coinvolgimento dei Comuni contenuta nella
delega.
Il lavoro della Commissione Sanità del Senato ha meglio chiarito
compiti e funzioni organicamente definendo il quadro di
riferimento istituzionale.
Il Comune è chiamato in quanto ente principale di riferimento
territoriale (le ASL sono aziende appunto locali) a partecipare a
pieno titolo in tema di programmazione locale regionale e
valutazione dei risultati. Ritengo che tale ruolo non lo si possa
ad esso negare in considerazione che i destinatari delle
prestazioni, i cittadini, nella maggioranza dei casi vivono sul
territorio, che è anche bacino di utenza dell'azienda sanitaria.
Una conferma dell'organicità e razionalità dell'intervento
progettato con la delega è fornito dall'attuazione del
distretto, mitico luogo della illusione riformistica nel '78.
E' assai apprezzabile pertanto la previsione che permetterà una
più forte integrazione tra le esigenze del territorio ed
individuerà un bacino di servizio e riferimento per il medico di
base, finalmente localizzato in un ambito esterno al proprio
studio ove è stato recluso in questi anni.
Il ruolo svolto dal Comune, di rappresentanza primaria dei
cittadini e che è ben lontana dall'adombrare quel controllo
politico, oppressivamente incombente nel regime delle precedenti
USL, viene valorizzato attraverso il principio di sussidiarietà
individuato nell'erogazione dei servizi, la verifica delle
prestazioni, le prestazioni aggiuntive, la previdenza
integrativa, la valorizzazione del distretto sanitario.
E' questa una critica che, avanzata dal Polo delle Libertà e
dalla Lega, paladina del federalismo, contraddice proprio la
libertà di questo ente locale, attribuendogli un ruolo di mero
ente di spesa di fondi trasferiti ad esso dallo Stato, non
accreditandogli quella capacità di governo ed autonomia che,
pure in nome dei loro programmi politici - dichiarati fin nei
nomi dei loro stessi movimenti - dovrebbero sostenere.
Sul ruolo della dirigenza sanitaria e del medico in particolare,
viene finalmente soddisfatta un'esigenza di carattere
professionale e tecnico, facendo chiarezza sulle attribuzioni di
funzioni del medico nella sua autonomia professionale e
culturale, quale responsabile centrale e primario, tanto nella
esecuzione quanto nella gestione della propria attività.
Una rivendicazione questa, assai avvertita dai medici, e
richiamata quale esigenza organizzativa nel dibattito corrente.
La delega viene a riconoscere, una annosa rivendicazione dei
medici: quella di essere, nei fatti, la figura centrale del
sistema.
Incompatibilità
Nella visione critica dell'opposizione l'incompatibilità diviene
cavallo di battaglia per la difesa in generale delle professioni
liberali, evidenziata in questa discussione dalla peculiarità
del medico e di altre condivisibili, purtroppo astratte,
considerazioni sulla sua dignità e professionalità, vulnerata
dall'impedimento a lui posto di svolgere più lavori e
contemporaneamente.
Un argomento questo che può essere sostenuto meglio da un
sindacato, da una categoria professionale, da coloro cioè che
difendono solitamente interessi di parte, anziché da gruppi
politici, il cui destinatario di riferimento è l'interesse della
generalità dei cittadini.
La difesa della pluralità dei rapporti professionali in sanità
è in contrasto non solo con la stessa logica d'impresa - che
pure vieta ai dipendenti di un'azienda di prestare
contemporaneamente la loro attività nella società concorrente -
ma postula anche un'azienda sanitaria debole nell'assicurare i
diritti degli assistiti e dipendente dalle convenienze dei suoi
dirigenti: una autonomia rovesciata non dall'ente ma dei suoi
operatori.
Una tesi che confermerebbe ancora una volta quello che il
cittadino qualunque afferma liberamente in privato: che la
sanità pubblica è anche - purtroppo! - un luogo di transito
degli interessi privati per stornare i pazienti dalle strutture
pubbliche a quelle private. E meraviglia come l'autority per la
concorrenza interessata dalle tante lobby che vivono nella
sanità e così preoccupata a far crescere la domanda di salute
visto che è lo Stato che paga l'offerta, non si sia posto
appunto il problema di chi offre prestazioni a diversi
concorrenti.
Nei criteri di delega si è prevista una norma non punitiva ma
premiale per coloro che scelgono l'esclusività del rapporto con
il servizio pubblico. Ma colleghi - chiedo - non vi sembra
esagerato il pregiudizio che sopra il malato del servizio
pubblico ci debba essere, sovrano, il diritto del medico a
guadagnare: come quando e con chi vuole; che sopra il tentativo
di razionalizzare la spesa possa esistere una libertà anarchica,
che può persino rifiutare i protocolli terapeutici elaborati dai
colleghi e anche dall'Ordine professionale: E ancora con queste
affermazioni Voi pensate di parlare di sanità pubblica per tutti
gli italiani?
Sulla proposta al nostro esame c'è invece l'accordo con i
sindacati medici più rappresentativi: incentivando chi decide di
lavorare solo con il pubblico ma assicurando, finalmente, la
realizzazione di un vecchio obiettivo tradito, e rammentato ormai
da coloro che, vent'anni fa, optarono per il "tempo
pieno" e da cui poi si sentirono delusi. Appassionati
utopici della riforma sanitaria, credettero possibile far
coincidere nell'Ospedale, e comunque nella struttura pubblica,
l'attività di studio, di libera professione e di ricerca, senza
dover preoccuparsi della corsa al guadagno, subendo la
schizofrenia della frammentazione della loro attività
professionale, in tante ore alla settimana qua e là.
Il punto p) potrebbe, se correttamente applicato, favorire invece
quel decollo della sanità pubblica che per vent'anni è stato
vanamente atteso, ed irriso dagli avversari della legge 833.
Il nodo dei rapporti università - SSN è stato finalmente
proposto ed affrontato non senza difficoltà dal Ministro e
condiviso, con ulteriore motivazione, dalla maggioranza.
L'opposizione, naturalmente, anche in questo caso per fare il suo
mestiere, parte dalla condivisibile posizione del rispetto
dell'autonomia universitaria, che per talune situazioni dovrebbe
raccordarsi con le più generali esigenze di mutamento del Paese.
Ancora una volta si divinizza l'autonomia e si subordinano ad
essa bisogni sociali, e talvolta istituzionali, che ai titolari
di quella autonomia fanno invece appello per essere soccorsi.
Insomma, il Ministro Bindi ha posto all'intero Governo la
riflessione sulla titolarità e la autonomia del SSN ad
articolare secondo le proprie strutture con la scelta delle
figure professionali e secondo il fabbisogno delle proprie
esigenze.
Appare quindi pienamente condivisibile la formulazione
dell'articolo 6 della delega che autorizza decreti legislativi di
riordino nonché i punti n) e u) i quali anticipano la strategia
del SSN nella richiesta di personale in coerenza con i suoi
bisogni.
L'esperienza ci ha insegnato che il mancato raccordo tra il SSN e
l'Università è causa di carenza e di intollerabile spreco di
risorse economiche, umane e professionali.
In questo caso l'autonomia dell'università, senza alcuna
intenzione di vulnerare o menomare il suo ruolo nel settore della
formazione, come invece sospetta la senatrice Castellani, si
rafforzerà aprendosi a quei bisogni reali che essa stessa ha
promosso, per via indiretta, attraverso altri saperi ed altre
discipline.
Si avvia, così, un'operazione di informazione e verità sugli
sbocchi professionali esistenti nel SSN, cioè nella struttura
che nel Paese avanza la più alta domanda di lavoro sanitario:
Correttamente il SSN rivendica questo ruolo attraverso le Regioni
e le aziende con i punti q), r ) ed u) , soprattutto laddove
nell'arco delle prestazioni socio-sanitarie ad elevata
integrazione sanitaria, si riserva l'indicazione delle figure
necessarie per gli operatori di quest'area.
Assistenza
integrativa
Viene concepita come assistenza aggiuntiva rispetto ai livelli di
assistenza garantiti dal sistema sanitario che, ispirati dal
criterio dell'universalità e dell'eguaglianza, si pongono,
pertanto, come livelli minimi di assistenza, e pertanto
inderogabili.
Essa non si contrappone all'assistenza pubblica, espressa nelle
forme di una prestazione efficace ed essenziale ma la arricchisce
di quelle opzioni assistenziali che il cittadino desidera.
L'opposizione ha deciso invece di fare di questa assistenza
contrapponendole, del tutto gratuitamente, a quella pubblica, una
rivendicazione di libertà, nell'intenzione di far valere la
pubblicità dei comforts con cui essa è erogata, sulla immagine
degli Ospedali pubblici resa dai mass-media, prescindendo così
dalla faticosa ricerca di una proficua soluzione del rapporto
pubblico-privato, in chiave di una integrazione dei ruoli in
vista del miglior impiego delle risorse.
E' impropria ed incongrua l'identificazione della assistenza
integrativa con la medicina privata e la indicazione della
fruizione di quest'ultima addirittura come una rivendicazione di
libertà.
E' insidiosa l'apertura del servizio pubblico a forme private di
assistenza, in assenza di una preventiva delimitazione dei due
contesti assistenziali e della definizione dei momenti di
raccordo tra loro.
Il rischio è che, in considerazione delle diversità di natura
ed obiettivi tra i due sistemi, quello pubblico finirebbe per
soccombere in alcuni settori del servizio e per le classi di
destinatari più abbienti.
Un sistema sanitario fondato prevalentemente sulla medicina
privata, anzitutto non si può definire un "sistema", e
sarebbe comunque un sistema assistenziale dichiaratamente
classista ed ineguale, più costoso, più ingiusto e,
soprattutto, meno garantista.
Basti pensare in proposito le cronache e le statistiche sanitarie
statunitensi.
La facoltà lasciata agli enti locali di organizzare e
partecipare alla gestione delle forme integrative di assistenza
(punto bb) è ben lontana dall'affermazione del senatore
Tomassini circa la presunta volontà del Governo di togliere lo
spazio all'intervento dei privati, ma configura invece
un'ulteriore opportunità garantista e certamente non
obbligatoria (e come mai potrebbe esserlo se l'assistenza è
integrativa)!
La
gestione
I temi: dell'accreditamento, dei tetti di
spesa, degli incentivi: ai medici ospedalieri, di famiglia e ai
direttori generali, dei tempi di attesa di norme più snelle e
oggettive sulle nomine di revoca dei Direttori Generali e
soprattutto il collegamento della programmazione con il Piano
Sanitario Nazionale, anche attraverso il ruolo determinante
dell'agenzia sanitaria per i servizi regionali, sono tutti
istituti che tendono a migliorare le gestione, a definirne meglio
le funzioni, ad incoraggiare la professionalità, a ridurre i
conflitti e le incertezze, a snellire le procedure che dovrebbero
ottenere l'apprezzamento di tutte le scuole di pensiero, in
particolare quelle che si richiamano all'efficienza, al
liberismo. Ed invece anche qui si affacciano le fosche previsioni
di chi dimentica che molti di questi istituti sono avviati e
sperimentati in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Sconcerta che liberisti di casa nostra degenerino fino
all'ostilità nei confronti di norme e misure che, lodevoli ed
esemplari all'estero, da noi, soprattutto nel settore pubblico
vengono accusate di essere clientelari e sospetti strumenti per
comprare il consenso politico.
Per concludere, io penso che il Senato abbia svolto un positivo
lavoro di miglioramento e di integrazione del testo pervenuto
dalla Camera.
Purtroppo dobbiamo registrare in un comparto come quello
sanitario, dove la gestione è articolata sul territorio e in
particolare fa capo alle Regioni la contraddizione di una
disponibilità e di una sostanziale condivisione, non solo sulle
scelte della delega ma anche sui principali criteri di riforma da
parte di rappresentanti regionali dell'opposizione, mentre in
sede parlamentare sono emersi i limiti del contributo fornito
dall'opposizione; il confronto non si è arricchito con proposte
e idee ma si è fermato ai residui ideologici, utilizzando le
tipiche categorie oppositive: pubblico-privato, operatore
cittadino, libera concorrenza-statalismo,
burocrazia-aziendalizzazione-liberismo.
Una superficialità che mi auguro sia scelta politica e non anche
esiguità dialettica.
Mentre l'aver serrato le fila disarticolate o interrotte tra i
livelli di Governo l'aver restituito obiettivi, certezze e
responsabilità agli operatori in tempi in cui le grandi
trasformazioni, i cambiamenti e l'internazionalizzazione dei
rapporti rischiano di dimenticare e marginalizzare la persona e
il suo diritto
primario alla tutela della salute è un atto coraggioso prima
che necessario.
Una riforma, dunque, proposta nella convinzione che non esiste
una strada infallibile sempre giusta o sempre sbagliata, ma la
consapevolezza di corrispondere con coerenza e responsabilità ai
diversi problemi della realtà sanitaria italiana. Convinti come
siamo che il sentimento di umana solidarietà non si può dare o imporre per
legge, anche se una norma può adombrare l'etica. Rendere agile,
trasparente e più vicino un importante pezzo di Stato significa
non solo rivalutarne la vocazione ma soprattutto farlo crescere
nella coscienza della gente.
| 24/10/1998 webmaster@euganeo.it |
il collegio senatoriale
di Tino Bedin |