RASSEGNA STAMPA

Avvenire
28 novembre 2008
Annamaria Poggi

Federalismo
Scuola protagonista dell’autonomia
Ogni singolo istituto chiamato a indicare la propria strada per raggiungere obiettivi comuni

Si è svolto il 18 novembre presso la sala Zuccari del Senato il seminario di stu­dio promosso dall’Agesc su «Federalismo, sistema d’i­struzione e scuole parita­rie » al quale sono interve­nuti la prof. Annamaria Poggi e la prof. Luisa Ribolzi.

La riforma Bassanini ha introdotto un impian­to fortemente autonomistico, cioè l’idea che la de­centralizzazione del sistema non può che passare attraverso il rafforzamento contestuale di un "sistema" di autonomie. L’autonomia non è il solo passaggio di competenze dallo Stato alle istituzioni scolastiche, o dal- lo Stato alle Regioni: questo è semplicemente il passaggio burocratico di un certo numero di competenze da un ente all’altro. Un sistema di autonomie è l’esito di uno Stato che si trasforma, smantella l’organizzazione burocratica dei suoi ministeri, trasformandoli in centri funzionali. Un sistema dove i destinatari di competenze e funzioni si concepiscono come enti responsabili del funzionamento.
È necessario, quindi, superare la logica delle scuole come "organi" dell’amministrazione statale: ragionare sull’origine e sul contenuto dell’autonomia avrebbe portato alla luce un dibattito mai veramente affrontato (la scuola come comunità o come amministrazione). C’è ancora, invece, una concezione "amministrativa" della scuola, in cui prevale l’impostazione applicativa (delle circolari) e non si sviluppa la logica dell’autorganizzazione e della responsabilità, proprie dell’autonomia.
Ciò che compete ai vari attori del sistema dipende dagli esiti che si vogliono raggiungere: se non sono chiari gli obiettivi e la direzione in cui si vuole andare la distribuzione delle funzioni tra enti è strumentale. Ciò vale soprattutto e a maggior ragione per l’autonomia delle scuole: se non è chiaro a cosa serve l’autonomia delle scuole, dove si colloca nel processo di riforma e a quali esigenze deve rispondere, ogni provvedimento può essere considerato in maniera relativa perché manca il paragone essenziale: la sua adeguatezza alla realizzazione del fine.
L’organizzazione di un sistema scolastico allora va valutata non tanto alla stregua della capacità di distribuire diplomi e certificati giuridicamente riconosciuti ma invece dal punto di vista della «capacità di garantire un insegnamento equo e giusto a tutti» che abbia un riconoscimento nella società civile ed economica.
La gestione centralistica statale non è riuscita a garantire l’unica cosa davvero importante: l’equità nella distribuzione delle conoscenze scolastiche e delle risorse. Lo Stato non può più pensare di indirizzare e insieme gestire l’intero sistema: la tradizionale struttura burocratica dell’amministrazione scolastica è oggi del tutto inadeguata a reggere le sfide poste dai complessi processi di riforma autonomistica. Lo Stato deve concentrarsi sulle politiche di sistema vasto (valutazione, redistribuzione).
L’autonomia delle istituzioni scolastiche può essere virtuosa se inserita in un contesto di autonomie e deve diventare regola di funzionamento del sistema istruzione: per questo è importante avere la consapevolezza che l’autonomia delle scuole non può che collocarsi in un sistema di autonomie. Altrimenti si riduce ad autoreferenzialità della scuola.
Due le condizioni per cui un sistema autonomistico nel suo complesso (autonomia delle istituzioni scolastiche e decentralizzazione) funzioni: la costruzione di un reale sistema autonomistico locale e di una effettiva governance del sistema stesso, che scongiuri il pericolo neo-centralismo regionale; la ridefinizione del ruolo dello Stato.

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sc-rs-001
29 novembre 2008
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Tino Bedin