i-s40
Il passo successivo della legge di parità scolastica
Dopo le famiglie e gli studenti,
più certezze anche agli insegnanti
delle scuole paritarie
Un tema rimasto aperto, ma che va affrontato e risolto,
partendo dagli oneri previdenziali
di Giovanni Manzini
Giustamente il presidente del Consiglio difende il testo della legge sulla parità
approvato dal Senato. Si tratta di un buon testo che noi intendiamo approvare il più
rapidamente possibile perché oltre a sancire buone regole e ottimi principi per le scuole
paritarie, riconosce anche apprezzabili finanziamenti alle scuole materne ed elementari.
Il punto debole, lo riconoscono tutti, è il finanziamento delle scuole secondarie. Per
queste infatti, per non incorrere in problemi costituzionali, al Senato si è scelta la
strada delle borse di studio, cioè la strada del diritto allo studio. E anche
questo un passo avanti ma forse, con una ulteriore riflessione fra tutte le forze di
maggioranza, si può fare anche meglio. Lobiettivo principale, lo ha ribadito anche
DAlema, è quello di lavorare per aumentare la qualità del sistema di istruzione,
di tutte le scuole, di quelle statali e di quelle non statali. Da qui nasce la nostra
proposta. Noi siamo convinti e non solo noi che la qualità scolastica
dipende principalmente, quasi esclusivamente, dalla professionalità dei docenti. Se così
è, allora uno Stato che voglia migliorare qualitativamente il suo sistema scolastico non
può non preoccuparsi di tutti gli insegnanti, di quelli che lavorano nello Stato e di
quelli che prestano la loro opera nelle scuole non statali.
Il primo elementare problema per un insegnante è la difesa del posto di lavoro. Possiamo
allora noi assistere indifferenti alla precarietà in cui versano questi insegnanti sia
sul piano della certezza del posto, sia sul versante contributivo?
Se è vero che obiettivo prioritario di questo governo è loccupazione, non si
spiegano alcune risposte un po scomposte di alcune forze della sinistra alla nostra
proposta di difendere questi insegnanti.
Non chiediamo, oggi, che lo Stato si assuma lintero costo per gli insegnanti;
chiediamo che si intervenga per abbassare laliquota contributiva che grava su questi
docenti. Questo sia ben chiaro senza pretendere né oneri aggiuntivi né
tanto meno risorse già destinate alla scuola statale. Si può usare una parte dei 300
miliardi destinati alle borse di studio. Si potrebbe dire che in questo modo si accomuna
al diritto allo studio il diritto allinsegnamento in uno sforzo di solidarietà tra
studenti ed insegnanti. Cominceremmo così a superare lantica guerra tra guelfi e
ghibellini. Però a questo scopo vorremmo suggerire al Presidente del Consiglio di non
usare più laggettivo pubblico come sinonimo di statale. Lidea di pubblico
oggi è cresciuta molto e non si può più ridurre alla sola accezione statale. Ma forse
è stato solo un lapsus.
3 novembre 1999
| 2
aprile 2000 webmaster@euganeo.it |
il
collegio senatoriale di Tino Bedin |