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Intervista a Giovanni Manzini, responsabile Scuola del Ppi
Costruito un sistema integrato
per la formazione dei giovani

E' la sintesi di tutto il processo riformatore - L'impegno
per la parità scolastica - La condizione degli insegnanti - Le attese
dei docenti di religione

In questa legislatura la scuola italiana è stata sottoposta ad una overdose di cambiamento come mai era successo prima. Visto che molti sostengono che la nostra era ed è una buona scuola, c’era proprio bisogno di questa rivoluzione?
Il fatto che tutti i Paesi europei siano alle prese con analoghi problemi è la conferma più chiara che l’esigenza di riformare il sistema scolastico e formativo è direttamente collegata ai profondi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo. Il processo di globalizzazione e i nuovi sistemi di informazione obbligano la scuola e le agenzie formative di tutti i Paesi ad affrontare i problemi della educazione, dell’istruzione e della formazione in modo assolutamente nuovo. L’Italia aveva un motivo in più: non poteva più accettare che quasi un terzo dei suoi ragazzi continuasse ad uscire dal sistema senza avere conseguito o un diploma o una qualifica professionale.

La società italiana ogni volta che non riesce a risolvere un problema sociale tende a scaricarlo sulla scuola al punto che ormai rischiano di essere più numerose le nuove "educazioni" (alla salute, all’ambiente, al traffico, alla sessualità, ecc) rispetto alle discipline tradizionali. In molti si chiedono quale sia la funzione della scuola oggi.
A questo proposito ci sono due scuole di pensiero. C’è infatti chi ritiene che la scuola debba fondamentalmente, se non esclusivamente, preparare dei bravi tecnici e dei bravi professionisti, attraverso i quali il Paese posa vincere la sfida della globalizzazione. In sostanza secondo questa visione il ragazzo è funzionale allo sviluppo. C’è, invece, chi ritiene che la funzione principale della scuola sia quella di collaborare con le famiglie a far crescere persone consapevoli in modo che poi diventino dei bravi cittadini e quindi anche dei bravi professionisti. Noi siamo ovviamente per questa seconda tesi.

Alcuni sostengono che questa riforma avrebbe cancellato i contenuti formativi e la nostra tradizionale cultura. Cosa rispondete?
E’ un’accusa priva di ogni fondamento. Le leggi fino ad ora approvate sono pienamente rispettose "dell’asse culturale" di ogni curricolo e delle "competenze" intese come sintesi della conoscenza e della applicazione. Va inoltre detto che, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni dell’opposizione, la definizione dei curricoli e dei saperi fondamentali non è un compito della politica né del Parlamento, ma del mondo della cultura, della scienza e della scuola. E’ ciò che sta avvenendo.

Perché un solo anno in più di obbligo scolastico?
L’obbligo scolastico non è più, come lo è stato per oltre un secolo, una conquista di democrazia e di civiltà. L’obiettivo vero oggi è diventato l’obbligo formativo, cioè l’impegno (l’obbligo) per lo Stato di mettere in piedi tutte le iniziative in grado di assicurare che ogni ragazzo, entro i 18 anni, possa conseguire o un diploma scolastico o una qualifica professionale regionale.

E’ questo il "sistema integrato"?
Si, un sistema che vede operare insieme, in forme integrate, la scuola, la formazione professionale e l’apprendistato. In pratica fino a 15 anni la scuola è titolare del processo di istruzione e, se lo ritiene opportuno o se lo richiedono i genitori, può realizzare progetti integrati con le agenzie della formazione professionale. A 15 anni i ragazzi possono scegliere di continuare nella scuola o di passare alla formazione professionale. A 18 anni, dopo il diploma o la qualifica, possono frequentare i corsi di specializzazione di livello superiore. Noi consideriamo questo l’aspetto più qualificante di tutto il processo riformatore.

Perché nel riordino dei cicli avete ridotto di un anno il percorso scolastico?
Perché è parso opportuno che a 18 anni il giovane concludesse il suo percorso scolastico in armonia con l’acquisizione piena di tutti i suoi diritti. Non va dimenticato che contemporaneamente sono stati istituiti i corsi di specializzazione superiore (non meno di 1000 ore) che dovrebbero offrire una alternativa all’università. Questo non ha affatto, come paventa qualcuno, abbassato il livello culturale generale, anzi ha consentito di offrire a ciascun ragazzo il percorso a lui più consono per conseguire una buona preparazione di base e una adeguata preparazione professionale.

Mannhaimer nei suoi sondaggi ha rilevato che circa il 70% degli italiani non è favorevole alla legge di parità. Voi perché avete tanto insistito per approvarla? Per fare un favore alla Chiesa?
La legge di parità non riguarda tanto i cattolici ma tutta la società italiana. Consentire ai genitori di scegliere il progetto educativo che ritengono più adatto per i propri figli rappresenta un principio di civiltà, di libertà e di giustizia. Che poi in Italia due terzi delle scuole non statali siano di ispirazione cattolica significa semplicemente che nella nostra storia questa proposta e questa cultura si sono sviluppate più delle altre.

Il Polo accusa voi Popolari di aver fatto una pessima legge di parità, alcuni, addirittura, arrivano a dire che era meglio non fare nulla.
Certo, a coloro che pensano di affidare la scuola italiana al mercato selvaggio questa legge non va affatto bene. Noi però consideriamo la scuola non una azienda ma una comunità educante e quindi abbiamo ritenuto che lo Stato dovesse sostenere solo le scuole che svolgono una funzione pubblica e non chi opera unicamente per il profitto, magari gestendo dei diplomifici.

Però anche il mondo cattolico ha sollevato critiche e perplessità. Voi cosa rispondete?
La legge approvata per noi è ottima sotto il profilo dei principi e delle regole, ancora non pienamente soddisfacente per quanto riguarda i finanziamenti. E’ noto che noi siamo sempre stati favorevoli al sistema delle convenzioni per le scuole materne ed elementari e siamo soddisfatti che annualmente per queste scuole siamo previsti oltre 900 miliardi. Non ci convince la soluzione delle borse di studio per gli studenti delle medie e delle superiori. Noi puntiamo ad arrivare a finanziare la funzione docente, come avviene in tutti i Paesi d’Europa. Pertanto continueremo a lavorare per completare il disegno.

L’autonomia, il nuovo esame di stato, il riordino dei cicli, la parità, l’obbligo scolastico, l’obbligo formativo, i nuovi regolamenti, il dimensionamento, i concorsi, centinaia di direttive. In meno di quattro anni gli operatori scolastici sono stati sottoposti ad una vera e propria rivoluzione. Tutto questo sembra aver determinato in loro un forte disagio e una notevole avversione sfociata nella recente manifestazione di pazza. Che ne pensano i Popolari?
Comprendiamo il disagio degli operatori scolastici. Riteniamo che esso non derivi direttamente dalle riforme ma da tre precisi fattori: la scarsa considerazione sociale della loro professione, una retribuzione inadeguata, molta incertezza sul modo di svolgere il proprio lavoro. Essi sentono che la società, in realtà, non considera la professione dell’insegnante un punto decisivo per il futuro del Paese; anzi, spesso sui grandi mezzi di informazione si tende a scaricare sugli insegnanti gli insuccessi sociali. Per quanto riguarda la remunerazione è evidente che essa dovrà essere decisamente aumentata ma non potrà non comportare una radicale modifica dell’orario di lavoro. Noi pensiamo che, come per tutti i professionisti, il lavoro dell’insegnante dovrà svolgersi, a differenza di ora, tutto interamente all’interno della scuola. Ma questa è tipica materia di concertazione tra le parti.

La rivolta contro il concorsone è stata la miccia che ha incendiato la categoria. Come pensate che il Governo possa uscire da questo vicolo cieco?
Il concorsone è stata una scelta sbagliata non nel suo significato ma nel modo e negli strumenti. La stragrande maggioranza degli insegnanti è d’accordo nel riconoscere oltre alla quantità anche la qualità del lavoro. Quindi, premesso che lo stipendio, sia pure legato all’orario di lavoro, va aumentato per tutti, c’è la disponibilità a voler premiato chi lavora meglio. Tenuto conto che la qualità dell’insegnamento si registra fondamentalmente nel lavoro frontale di classe, ci sembra che la proposta più saggia sia quella di affidare, sia pure con il supporto di tecnici della valutazione e dei genitori, il giudizio ai dirigenti scolastici. Riteniamo però che la scelta finale debba essere discussa con gli insegnanti stessi. A tal fine noi popolari abbiamo aperto un forum sul sito Internet del Partito e stiamo ricevendo molte indicazioni utili.

A proposito di genitori come pensano i Popolari di assicurare loro un ruolo forte di partecipazione alla vita della scuola in un tempo in cui prevale sempre più la tendenza a delegare? E’ superata, secondo voi, l’idea di scuola come comunità educante?
Assolutamente no. Anzi, noi pensiamo che proprio la scuola sia l’istituzione dove non solo sia possibile incidere realmente sul progetto educativo dei propri figli ma anche dove, più di ogni altro luogo, siamo garantiti spazi veri di partecipazione democratica. In questo senso è orientato il disegno di legge sugli organi collegiali in discussione alla Camera.

Un’ultima domanda. Al Senato è in discussione il disegno di legge sullo stato giuridico degli insegnanti di religione. Che previsioni si possono fare?
Si tratta di materia delicata perché fa riferimento anche a questioni concordatarie. Ma pensiamo che il testo del Comitato ristretto (noto sotto il nome di testo Occhipinti) con alcuni emendamenti migliorativi possa essere approvato nelle prossime settimane. Noi riteniamo infatti che si tratti di un atto di giustizia dovuto a questi insegnanti che non possono essere esternamente precari.
Da quest'anno i senatori (e i deputati) italiani sanno in anticipo quello che vuole fare l'Europa. Lo sanno in forma istituzionale e quindi dicono subito quello che gli va bene, quello che potrebbe piacergli di più e quello che proprio non gli va. Non lo possono dire direttamente a Prodi, ma lo dicono a D'Alema, al ministro delle Politiche comunitarie Patrizia Toia, al ministro degli Esteri Lamberto Dini perché ne discutano con Prodi e con gli altri governi.
Per la prima volta infatti il Parlamento italiano (al Senato è la Giunta per gli Affari europei) è chiamato ad esprimersi sugli obiettivi strategici della Commissione Europa per il periodo 2000-2005 e sul programma legislativo della Commissione per l'anno Duemila. Sono due documenti che delineano la prossima attività legislativa dell'Unione Europa, fissando quindi le priorità ed anche delineando le scelte strategiche. Per questo i documenti vengono esaminati da tutte le commissioni permanenti del Senato per diventare oggetto di una relazione da parte della Giunta per gli Affari europei.
Il coinvolgimento diretto del Parlamento italiano è una novità istituzionale (non solo procedurale) che ben si concilia con lo spirito che unifica il programma legislativo per il Duemila proposto da Romano Prodi: in ogni capitolo della politica europea la Commissione sottolinea i contenuti e gli obiettivi riguardanti il servizio ai cittadini. E' il segno di una consapevolezza: la costruzione dell'Europa è sempre più affidata al consenso politico dei suoi cittadini; per ottenerlo, l'Unione Europea deve scegliere politiche che conducano a reali miglioramenti nella vita quotidiana delle persone che ci vivono.
La sicurezza alimentare, la sanità e l'ambiente sono i settori nei quali nel Duemila l'Europa punta a migliorare la qualità della vita di tutti e quindi ad essere riferimento sociale, dopo essere stata per molti decenni un riferimento politico.
In particolare, per quanto riguarda la sicurezza alimentare, il programma annuale della Commissione prevede l'istituzione dell'Autorità alimentare europea, partendo dalle conclusioni del Libro bianco che l'Unione ha recentemente pubblicato sull'argomento. E' una prospettiva che il governo italiano non solo deve sostenere, ma di cui potrebbe farsi protagonista, creando le condizioni perché sia proprio l'Italia ad ospitare la sede dell'Autorità alimentare. Non è una questione di "geografia istituzionale europea", ma il riconoscimento della "via italiana alla buon cibo", cioè la via che passa attraverso prodotti di qualità, garantiti da indicazioni geografiche e denominazione di origine. Si tratta di una scelta produttiva ed organizzativa che complessivamente l'Unione Europea sarà chiamata a compiere nel settore agricolo e che bene si sposa appunto con la sensibilità dei cittadini dell'Unione in tema di salubrità dei cibi.
Una salubrità che si costruisce sul campo, ma anche dipende anche dall'ambiente. La scelta che Romano prodi propone è di fare della tutela ambientale una scelta trasversale, che incroci tutte le politiche comunitarie, a cominciare da quella agricola.
Si tratta anche in questo caso di prendere atto di una sensibilità che è all'interno della più generale attenzione che i cittadini europei pongono alla loro salute. Nel corso del Duemila la Commissione europea presenterà una comunicazione su una strategia per la salute nell'Unione Europea. Sono previsti interventi per la sorveglianza epidemiologica, il controllo dei medicinali, la sicurezza del sangue, la lotta alle dipendenze.
Nel corso del Duemila l'Europa non sarà solo questo: ho scelto però i temi della qualità della vita per ribadire la "vicinanza" dell'Europa alla quotidianità dei cittadini, ma anche perché attorno a molti di essi è vivo il dibattito nazionale. Avere per la prima volta la possibilità di spostarlo ed arricchirlo a livello europeo è una buona opportunità non solo per i senatori.


2 aprile 2000
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Tino Bedin