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La nuova suddivisione della scuola dell’obbligo
Stretto rapporto dei cicli scolastici
con l’autonomia e la parità

Il testo approvato dalla Camera ed ora al Senato è coerente e coordinato con l’intero impianto della riforma dell’istruzione, che accoglie l’impostazione del Ppi

Dopo l'approvazione da parte della Camera del ddl sul riordino dei cicli scolastici, due importanti quotidiani titolavano il primo "approvati i cicli: muore l'elementare" e il secondo (Repubblica) "primo sì alla riforma della scuola, addio alle medie", a dimostrazione che il vittimismo e la confusione regnano sovrani. D'altro lato anche due autorevoli amici, su "Avvenire", nell'esigenza di esprimere le posizioni delle reciproche categorie docenti, facevano titolare l'uno "I maestri elementari: legge poco chiara" e l'altro "insegnanti medi: altre le priorità". Sia Forte che Corradini hanno incentrato i loro commenti sulla struttura del "ciclo di base" (cioè di quello "primario", rispetto al "ciclo secondario" portato dall'art. 4) e sulla durata di sette anni rispetto agli otto anni delle attuali elementari e medie. A dire il vero le considerazioni di entrambi sono fortemente costruttive e rivolte a riconoscere il valore politico in qualche misura storico del passaggio odierno.
Ma, in generale, c'è chi legge i 7 anni come 4 + 3, sacrificando l'elementare, ovvero come 5+2 riducendo lo spazio della media e, conseguentemente, ritenendo anche poco rispettata l'età sottostante degli allievi che connota quella fase pre-adolescenziale che si riteneva più garantita dalla scuola media autonoma.
Il mio, in questa sede, vuol essere invece un contributo di riflessione che recuperi il significato alto del provvedimento approvato e che, contemporaneamente, non escluda le ragioni e le sensibilità che le posizioni suesposte rappresentano.
Partiamo dalla storia, o meglio dalla cronaca di formazione del testo approvato. L'evoluzione che il progetto di riordino dei cicli ha subito è stata consistente e tutta nella direzione indicata da Partito Popolare.
Non si può dimenticare che, nel gennaio 1997 quando Berlinguer presentò il famoso "documento", la filosofia che sottintendeva era mista. Da una parte vi era la giusta valutazione di ridurre a 12 anni l'intero percorso scolastico (rispetto agli attuali 13), per consentire ai nostri giovani di uscire a 18 anni ed affrontare alla pari età dei loro colleghi europei sia l'immissione nel mondo del lavoro, sia la prosecuzione nell'università o nella istruzione superiore. Ed, accanto, l'altra giusta volontà di ridurre la eccessiva segmentazione degli studi, di favorire la continuità didattica e la impostazione di un'orientamento continuativo fondato più sulla didattica orientativa che non sui moduli sconnessi ed estemporanei. Ma la risposta del documento di allora era viziata da un eccessivo determinismo e da una architettura che veniva interpretata come una "punizione" (e se realizzata l'avrebbe provocata) verso la scuola media unica del modello Gui del '62. Infatti la articolazione in due cicli ciascuno di 6 anni, portava a molte conseguenze negative: il poco rispetto delle esigenze delle diverse fasce di età degli allievi, la difficile amalgama delle figure professionali sballottate tra i due cicli, perfino la impossibile e molto problematica collocazione dei due ordini dentro un tessuto geografico come quello italiano fatto di tanti piccoli comuni. Contro quel progetto i Popolari hanno sviluppato, con il ministro e le forze della maggioranza, un ragionamento di modifica e di perfezionamento.

Il testo approvato dalla Camera è tutt'altra cosa ed elimina i rischi suddetti, accentuando le caratteristiche positive della riforma. Noi preferivamo il modello 8 + 4, ma a ragion veduta, tenuto anche conto delle altre leggi nel frattempo approvate (prima quella dell'innalzamento dell'obbligo scolastico) e di quelle in corso (come la parità, che riconosce da subito il sistema integrato nella fascia della primaria), penso che l'ultima versione abbia il grande merito di essere coordinata e coerente con l'intero impianto.
Seconda considerazione: la continuità in base alla cui sfida viene proposto il primo ciclo della "scuola di base" è garantita in un quadro che deve essere totalmente ripensato, ma che non annulla le caratteristiche buone e i vantaggi delle due precedenti strutture elementari e medie. La scansione in bienni consente che nei primi due si collochino le funzioni e le responsabilità pedagogiche proprie della scuola elementare, senza che l'anno in meno porti dei danni effettivi. Viceversa la continuità e la coerenza del percorso dentro la medesima struttura eviterà i doppioni e il terzo biennio si raccorderà con i precedenti, consentendo per determinate materie (ad esempio la storia) uno sviluppo unico e più serio ed approfondito. L'ultimo anno viene definito di completamento e di orientamento. Quindi possiamo dire che il triennio della vecchia media è in qualche misura salvaguardato, con il conseguente rispetto della particolare esigenza dell'età degli studenti, migliorato da un richiamo a dedicare attenzione e insegnamenti propri a favorire il passaggio alle superiori e ad evitare la "strage" del primo impatto con queste. Quindi il punto fermo di due cicli e non tre va mantenuto, riconosciuto e valorizzato come una grande risorsa per il rinnovamento anche dei contenuti didattici e formativi.
Qui viene la terza considerazione. L'ordinamento è un contenitore per sua natura vuoto e neutro. E' importante perchè non ostacoli nuovi contenuti e le nuove impostazioni didattiche. Lo è ancor più in connessione con la nuova disciplina dell'obbligo scolastico, così come noi l'abbiamo voluta, vista come diritto formativo e non come obbligo-costrizione, che termina a 15 anni (e nel nuovo ordinamento copre l'intero primo ciclo e il biennio del secondo, in modo coordinato ed organico, senza le sbavature che c'erano in tutti i precedenti progetti), ponendo le basi per un diritto all'istruzione o alla formazione professionale (in due canali di pari dignità) nella fascia 15-18 anni, con il conseguimento da parte di ogni ragazzo di un diploma o di una qualifica professionale, nell'ambito di un sistema realmente integrato.
Quarta ed ultima considerazione. La "nuova scuola" trae fondamento soprattutto nella grande riforma dell'autonomia che si rivela realmente come la "madre di tutte le riforme" e si sostanzia nell'autonomia didattica, nella predisposizione collegiale a livello di singola istituzione-comunità scolastica dei P.O.F. (cioè dei piani dell'offerta formativa), dei piani di studio e dei "curricula" il più possibile personalizzati e aderenti alle esigenze di qualità e di successo formativo. Il nuovo ordinamento va perciò letto, se si vuol essere corretti, non isolandolo dal contesto, ma in combinato con le altre riforme. Oramai il mosaico complessivo è evidente e quasi completato è credo che a questo punto sia importante anche conoscerlo in modo completo ed approfondito e non giudicarlo in modo parcellizzato od avendone solo una limitata, se non limitatissima, conoscenza nei testi e nei contenuti reali.
Dopo l'approvazione del nuovo contratto e l'ulteriore definizione degli integrativi per docenti, dirigenti e personale amministrativo ATA, con la indizione del concorso ordinario e di quello riservato alla sistemazione dei precari, nonchè alla immissione diretta in ruolo degli abilitati non vincitori, si dimostra che la centralità dei protagonisti, soprattutto degli insegnanti, viene riconosciuta e valorizzata. Completano il quadro la pubblicazione del decreto 233/99 sugli organi collegiali territoriali e, speriamo presto, l'approvazione del provvedimento degli oo.cc. di istituto.
Come si vede gli obiettivi qualificanti che i popolari si erano dati per il rinnovamento di "tutta" la scuola italiana sono già stati o stanno per essere raggiunti, con una coerenza ed una organicità che dovrebbero quanto meno venirci riconosciute.

Cristiano Zironi

24 settembre 1999


28 settembre 1999
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