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Il dibattito il Senato sul disegno di legge di parità
Risposta all’esigenza di lavoro comune
della società italiana
per l’offerta formativa
Consapevoli che si tratta di un accordo difficile e forse non definitivo, di una tappa e non del traguardo; il traguardo è una legislazione di tipo europeo

di Luigi Berlinguer
ministro della Pubblica Istruzione, Ds

La scuola non statale esercita innegabilmente una funzione pubblica che va inquadrata in una più ampia esigenza di ammodernamento del sistema scolastico, anche alla luce dell'opportunità di mettersi al passo con le altre nazioni europee. Ciò anche se non va elusa l'esistenza di una specificità legata ai vincoli costituzionali, che impongono soluzioni che, come quella saggiamente contenuta nel maxiemendamento della maggioranza, siano al riparo da ogni possibile interpretazione della Corte costituzionale. Il testo presenta elementi di effettiva parità di trattamento tra le scuole pubbliche e quelle non statali ed introduce previsioni e principi di civiltà sociale e giuridica, come la particolare attenzione dedicata alla scuola per l'infanzia e l'affermazione del principio della libertà d'accesso alle scuole di ispirazione confessionale. Il Governo intende fare la sua parte per dare attuazione al principio costituzionale del diritto allo studio e all'istruzione, sostenendo le potenzialità di sviluppo di ciascuno studente e favorendo la pluralità dei modelli educativi. Il sistema scolastico futuro, infatti, dovrà fondarsi su una diversità di apporti, restituendo dignità alla formazione professionale e puntando sulla formazione continua. Tutto ciò naturalmente è condizionato dalle disponibilità finanziarie, che imporranno al Governo un atteggiamento obbligato in tema di fruizione dei benefici previsti per la realizzazione del diritto allo studio.
È stato il Governo a far iniziare nell'agosto del 1997 un'opera di legislazione su questo argomento, approvando un disegno di legge in una riunione del Consiglio dei ministri (anche questo è un fatto abbastanza inedito nella storia repubblicana); su questo tema sono poi continuate le discussioni, riproponendosi spesso posizioni contrapposte, così come è avvenuto nel corso di questi ultimi decenni.
Credo che anche nel tono generale della discussione svoltasi in quest'Aula possiamo registrare un elemento di progresso rispetto al passato, quando l'inconciliabilità delle posizioni era totale nell'interpretazione giuridica o di un solo comma dell'articolo 33 o del complesso sistematico delle norme contenute nella Costituzione su questo argomento.
Inoltre, ritengo che il testo presentato dalla maggioranza rappresenti anch'esso il segno di un cammino percorso, per cui all'interno della stessa maggioranza forse non registriamo più, anche se non completamente, come è ovvio, posizioni preconcette, bensì, al contrario, uno sforzo per trovare una conciliazione.
Il senatore Nava nel suo intervento ha detto "finalmente" - ha usato questo avverbio - "si sta giungendo ad una stretta". È stato riconosciuto dalla senatrice Fumagalli Carulli che non si tratta di un testo statalista e credo che l'autorevolezza di questo riconoscimento non debba essere trascurata, anche se tutti - penso - in quest'Aula possono rivendicare una parte di merito per il cammino percorso - mi sembra, del resto, che proprio questo fosse l'accento dell'intervento del senatore D'Onofrio - e sono consapevoli che si tratta di un accordo difficile e forse non definitivo, quindi di una tappa e non del traguardo. Tuttavia non esiste traguardo senza tappe e non esiste cammino senza un'avanzata progressiva, in qualche modo graduale, per risolvere problemi di questa complessità.
Probabilmente l'atteggiamento psicologico che non deve essere accettato è quello di caricare l'evento di un'attesa eccessiva, come ci dimostrano i nostri classici. Infatti, quando si carica un evento di un'attesa eccessiva, si rischia l'illusione e la conseguente ineluttabile delusione. Probabilmente, a tal proposito qualcosa di questa natura circola persino nel mondo degli interessati, dove forse si pensava che una soluzione taumaturgica avrebbe risolto un problema così complicato. Non ci si rende conto, invece, che anche un significativo passo in avanti ha in sé la pregnanza di una soluzione che sicuramente si evolverà.
Dobbiamo registrare un importante passo in avanti. A questo proposito devo dire che i passi avanti sono sempre frutto di mediazioni. Non esiste in politica una soluzione diversa da quella delle mediazioni e non è corretto rifiutare, in principio, una soluzione di mediazione, perché essa è un elemento di sintesi rispetto a posizioni precedentemente inconciliabili. Quando si vuole raggiungere la condizione del passaggio di una norma, di una legge attraverso un itinerario che deve portare a sintesi posizioni molto lontane, quello che viene chiamato con un termine ingiustamente spregiativo "compromesso" è invece un momento importante. Quello che il Governo ritiene sbagliato è considerare questo compromesso di basso profilo, perché così non è. È vero, ci possono essere compromessi di profilo alto o dignitosi: credo che il risultato che in questo momento abbiamo di fronte ai nostri occhi, e forse a portata di mano, non è un compromesso di basso profilo. È una soluzione alla quale - come prima dicevo - tutti hanno collaborato.
Ricordo, per esempio, posizioni difficili anche all'interno del Governo e tuttavia una coerenza - come, peraltro, nella stessa maggioranza - di persone, di Ministri e di membri del Parlamento che hanno esercitato una funzione per giungere a questo risultato e che hanno avuto una partecipazione molto attiva in questo senso. Credo che il Governo abbia il dovere - lo fa con molta convinzione - di ringraziare per l'apporto fornito dalle diverse parti, perché è stato determinante per giungere a questo risultato.
Abbiamo dovuto lavorare su questo argomento ispirandoci certamente alle esigenze della società italiana, alla necessità di un rinnovamento del sistema formativo del nostro paese, al suo ammodernamento e al fatto di avere elementi di comparazione con il resto dell'Europa. Anzi, ciò che ora sta succedendo è già da tempo successo in Europa e non può non essere per noi una bussola. In Europa ciò che oggi la Costituzione richiede al nostro Parlamento come impegno legislativo assoluto è stato già realizzato da tutti i suoi Stati membri.
Tutti gli Stati europei, alcuni prima, altri dopo, si sono dati leggi che hanno disciplinato la materia.
Tuttavia in Italia abbiamo anche un vincolo costituzionale che altri paesi europei non hanno, perché abbiamo una storia tormentata della formazione dello Stato unitario di cui vi sono tracce nella Costituzione. È pertanto necessario, nell'affrontare un tema così delicato, ispirarsi ad un elemento di sapienza: dobbiamo produrre una norma che non presenti rischi di impatto costituzionale, che non possa essere oggetto di un'interpretazione contraria alla Costituzione, perché sempre di interpretazione si tratta e non esistono verità assolute in tale campo. Questo infatti la scienza giuridica dell'interpretazione ci ha insegnato, ossia che non esistono verità assolute, ma verità relative, che si incarnano in un provvedimento giurisdizionale dell'unico organo a ciò deputato, ossia la Corte costituzionale.
Ebbene, sarebbe poco saggio che il Parlamento italiano si cimentasse con tanta passione su un argomento di questo tipo con rischi di impatto costituzionale e con la possibilità di vedere vanificato il proprio lavoro da un provvedimento giurisdizionale che ne dichiari l'illegittimità all'insegna del dettato costituzionale.
Abbiamo dei vincoli e penso che il lavoro compiuto in questi mesi e in questi anni, condensato forse da questo punto di vista nell'emendamento presentato dalla maggioranza, abbia voluto tener conto di questo ed anche della diversità delle opinioni dei giuristi sull'argomento, che danno dell'inciso dell'articolo 33, terzo comma, della Costituzione interpretazioni differenti, legittimamente tali. Di questo rispetto dobbiamo essere consapevoli nei confronti degli interpreti della Costituzione, ma la saggezza impone di evitare ogni rischio, anche quello che una particolare interpretazione non condivisa possa mettere in non cale il lavoro che abbiamo faticosamente portato avanti.
È stato detto che anche nel testo della maggioranza non si arriva alla parità: non sono d'accordo. Sono convinto, invece, del contrario, ossia che in quel condensato, breve e succinto testo (come devono essere le leggi, di pochi commi o di pochi articoli, come lo si voglia interpretare) esistono elementi importanti che riguardano l'obbligo costituzionale di approvare una legge sulla parità e sull'equipollenza di trattamento per le scuole non statali.
Innanzi tutto, ricordo la statuizione del servizio nazionale per l'istruzione che sicuramente preesiste, che oggi già in qualche misura funziona e che tuttavia in questo disegno di legge viene eretto a sistema, viene definito con sapienza giuridica e risponde ad un'esigenza di lavoro comune di tutta la società nell'offerta formativa, che è, appunto, il cardine dello sviluppo di una società moderna e più equa.
In secondo luogo vi è l'affermazione, anch'essa nella realtà e tuttavia non ancora formalmente acquisita, che chi assegna titoli di studio aventi valore legale esercita una funzione che non può essere considerata privata, ma che è una funzione pubblica.
Se le famiglie affidano i propri figlioli ad un'istituzione, comunque sia gestita, che però ha dallo Stato l'autorizzazione non solo a svolgere il suo compito formativo ma a farlo concludere con un titolo che ha valore legale, è chiaro che si tratta di una funzione pubblica, e questo va ribadito come giustamente è stato fatto nel testo.
In questo provvedimento (che ci accingiamo, spero, ad approvare) sono statuite inoltre altre regole molto rilevanti. C'è sicuramente una parte importante della disciplina della parità, anzi, una parte oggi parzialmente carente - credo colpevolmente carente - in questo paese perché una materia così delicata ha bisogno di regole e deve essere lo Stato, quindi il Parlamento, a dettarle nell'interesse generale del paese.
Se la discussione ha avuto una lacuna - posso permettermi di rilevarla - è che il Parlamento ha trascurato un elemento che considero molto importante: la questione della scuola per l'infanzia, che è stata considerata un atto dovuto o un elemento marginale all'interno di questa disciplina, dimenticando forse la crescente attenzione di tutto il paese nei confronti di un problema così delicato; dimenticando forse che il nostro paese è più avanti di altri nel settore della scuola per l'infanzia e ha raggiunto vette di qualità. La destinazione di tanta attenzione alla scuola per l'infanzia da parte della presente proposta normativa è un dato di civiltà, un fatto elevato, socialmente e moralmente rilevante e quindi, anche per questa ragione, il testo in esame non può essere considerato un compromesso di basso profilo.
Infine, vi è la statuizione del principio del diritto allo studio, troppo trascurato nelle Aule parlamentari, con troppa fretta totalmente deferito alle regioni, lo Stato rinunciando ai suoi poteri di indirizzo anche nelle materie di competenza primaria delle regioni.
Abbiamo stabilito un passo avanti significativo proprio in materia di parità, in materia di regole, e vorrei ricordarne una di straordinaria importanza che è scolpita nel testo in esame. Abbiamo affermato un principio presente alla coscienza laica del paese e alla componente più elevata dello stesso mondo cattolico, anche nell'esercizio della sua funzione educativa e di istruzione e nella qualificazione che le migliori delle scuole gestite dal mondo cattolico hanno realizzato in Italia e, soprattutto, all'estero: il principio della libertà di accesso alle scuole, anche a quelle definite di tendenza, che hanno un proprio principio educativo. Un principio in base al quale l'accettazione dell'ispirazione del modello educativo non significa accettazione della confessionalità dello stesso; è il principio della distinzione tra elemento confessionale e ispirazione religiosa del progetto educativo, che non sono la stessa cosa. La scuola resta la scuola, anche se è ispirata ad un modello ideale: la sua funzione specifica si distingue dai luoghi del reclutamento religioso, del reclutamente confessionale, dell'esercizio dell'attività confessionale. Ciò è ammesso dalla parte più nobile del mondo cattolico, ma non era stato ancora acquisito come principio giuridico ed è molto importante che ciò avvenga.
Personalmente ho conosciuto moltissime scuole ed università cattoliche all'estero - sebbene non ne abbia conosciute molte in Italia - che avevano al loro interno studenti musulmani, ebrei o non credenti e che non hanno preteso un'adesione confessionale. Vorrei ricordare all'intera Aula, anche a coloro che sono scettici di fronte a questo problema e rinunciatari di fronte all'affermazione di un così elevato principio, che a scuola si fa scuola; i compiti culturali fondamentali della scuola hanno una fisionomia e una tipologia distinte. Badate, ciò è molto importante per il presente e sarà ancora più importante per il futuro, in una società multietnica e multireligiosa in cui elementi di fondamentalismo, presenti forse in altre religioni, potranno farci ipotizzare l'istituzione di scuole, che la Costituzione consente, di forte orientamento religioso, legate ad elementi di fondamentalismo, nei confronti dei quali il sistema deve fin d'ora difendersi attraverso la statuizione proposta nell'emendamento presentato dalla maggioranza, che costituisce una scelta di civiltà.
D'altro canto, come sapete, il provvedimento può percorrere il suo cammino perché vi è un altro elemento di novità che riguarda non tanto la questione specifica della parità ma l'ordinamento: l'autonomia di tutte le scuole, non soltanto di quelle non statali, anzi in particolare delle scuole dello Stato che sono numericamente prevalenti. Ecco, il passo avanti che noi facciamo collegando la normativa sulla parità con quella sull'autonomia scolastica è molto pregnante da un punto di vista culturale; più di un intervento ha colto questo aspetto e credo si comprenda come esso ha costituito una delle ragioni della crescita della parte comune della coscienza scolastica ed educativa a questo proposito.
Ho fatto cenno al rilievo dell'intervento sulla scuola per l'infanzia. Vorrei ricordare che in questi anni la scuola materna statale ha aumentato le sue sezioni. C'è stato uno sviluppo della scuola materna statale: è un dovere dello Stato, nel momento in cui ancora tutto il territorio nazionale non è coperto adeguatamente da questo importante servizio. Tuttavia, in questo disegno di legge oggi prevediamo la possibilità di un'ulteriore espansione anche della scuola materna non statale nelle sue due grandi componenti: una rilevante componente affidata alla capacità dei comuni e un'altrettanto e forse maggiore componente, numericamente parlando, gestita da privati.
L'obiettivo di questo Governo, del resto scritto anche in documenti ufficiali e nel disegno di legge sul riordino dei cicli scolastici, in questi giorni all'esame della Camera dei deputati, è quello di un'estensione graduale ma decisa della scuola materna, della scuola per l'infanzia su tutto il territorio nazionale. Abbiamo raggiunto il 94 per cento degli scolarizzati, una cifra imponente, ma non basta anche perché questo dato è solo statistico; infatti in molte regioni si è raggiunto il 100 per cento ma ve ne sono altre, particolarmente nel Mezzogiorno, in cui sono ancora carenti le iniziative a questo proposito. Bene, noi vogliamo oggi chiedere uno sforzo all'intera società, cominciando dallo Stato, però rivolgendoci all'intera società, per aiutarci e sostenerci affinché ci sia una concreta possibilità di raggiungere l'obiettivo della generalizzazione.
A questo proposito voglio dire una cosa particolare. Sapientemente l'emendamento della maggioranza ha fatto un richiamo al secondo comma dell'articolo 33 della Costituzione; anche se il richiamo è forse giuridicamente pleonastico ha sicuramente una valenza politica. Vorrei ricordare che in questo comma si fa obbligo alla Repubblica di istituire scuole statali in tutto il territorio nazionale. Il Governo considera questo un obbligo imprescindibile. La nostra Costituzione ci dice questo; ecco perché la nostra Costituzione ha un particolare imprinting, ha una sua caratteristica particolare che non va trascurata. C'è un obbligo per il Governo e noi dobbiamo e vogliamo rispettarlo, e ciò riguarda tutti gli ordini e i gradi scolastici. Lo Stato deve garantire a tutti coloro che vogliono frequentare una scuola di Stato la presenza di un'istituzione scolastica statale; lo garantirà nelle forme più flessibili, più possibili e più congeniali alle diverse condizioni orografiche, tuttavia lo deve garantire. Il Governo è fedele a questo principio che inserisce un elemento di priorità nella politica scolastica, che non può essere trascurato da nessuno, a qualunque formazione politica appartenga.
Tuttavia, c'è un altro principio che viene richiamato da questo disegno di legge: come è stato richiamato in questo dibattito sulla linea di almeno due sentenze della Corte costituzionale, noi abbiamo affermato che il valore contenuto nell'articolo 34 della Costituzione, che cambia l'antica cultura dell'assistenza scolastica in quella del diritto allo studio, ed è quindi un principio promozionale e non paternalistico, vale per qualunque bambino e qualunque ragazzo d'Italia a qualunque scuola egli sia iscritto. La Corte costituzionale lo ha detto in modo netto; ma questo è già stato scritto prima nella Costituzione. È un valore prioritario il sostegno al diritto allo studio. Questo disegno di legge - o meglio questo lavoro legislativo del Senato - fa giustizia di questo principio.
Ho letto in qualche giornale e in qualche dichiarazione una punta di rammarico nel richiamare il concetto di "bisognosi": anzi, talvolta, si è fatta persino ironia a tale riguardo. Vogliamo rifiutare nettamente questo approccio.
La necessità di sostenere coloro che hanno difficoltà non solo economiche ma anche culturali - per poter fruire del diritto all'istruzione è un obbligo dello Stato, del paese e dell'intera società. L'affermazione del diritto allo studio è innanzi tutto un'affermazione di alto valore morale e non si può irridere a questo fatto: non si può considerare come una soluzione di rifugio il voler sostenere con convinzione un cammino di questa natura.
Permettetemi di aggiungere che appare talvolta odioso voler distinguere gli uni e gli altri studenti; appare talvolta non di ottimo gusto dire che bisogna introdurre per forza delle distinzioni e delle discriminazioni. Certamente, un principio di uguaglianza si fonda sulla circostanza che le diversità e le disparità di condizione e persino di spesa vanno tenute presenti nell'intervento dello Stato: non c'è dubbio. Però consideriamo quest'insistenza, espressa in questo modo, non opportuna. Mi sembra più importante affrontare in modo preciso e netto il bisogno di sostenere lo sviluppo delle potenzialità di ciascun bambino e di ciascun ragazzo e, quindi, le politiche di sostegno indirizzate a tale scopo.
Nel testo dell'emendamento presentato dalla maggioranza è previsto con sapienza l'intervento straordinario dello Stato, per gli anni 2000-2001, a favore delle regioni perché intervengano a sostegno della spesa sostenuta dalle famiglie e documentata in base al controllo della fruizione e dell'utilizzo della spesa stessa. È un principio importante, che è sicuramente il frutto di un compromesso, di uno sforzo comune; un principio importante in base al quale la spesa va effettivamente sostenuta, deve essere documentata e la fruizione del beneficio e le modalità di utilizzo devono essere disciplinate da un intervento normativo secondario del Governo, da un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
È stato presentato in proposito un ordine del giorno dai colleghi Nava e Napoli Roberto. Vorrei specificare la situazione di fatto di fronte alla quale ci troviamo; già ho detto qual è la situazione di principio presente nell'emendamento presentato dalla maggioranza. Per il 2000 disponiamo di 250 miliardi che erano stati destinati al diritto allo studio e allocati nella tabella A nel fondo globale del Ministero della pubblica istruzione e di 300 miliardi per l'anno successivo. Se noi destineremo - come probabile - queste risorse a circa 500.000 alunni, la cifra che potremo assegnare non potrà essere sicuramente superiore a 500.000 lire a testa.
L'affermazione del principio del diritto allo studio, della spesa effettivamente da erogare, in questo momento, è condizionata dalle disponibilità finanziarie. È stata fatta la scelta di concentrare le risorse quasi assolutamente sulla scuola materna non statale. Le risorse destinate invece al diritto allo studio in questo momento sono limitate, ma sono certamente aggiuntive a quelle che stanno già erogando i comuni e le regioni. Tuttavia, questa è la disponibilità di bilancio: una somma, grosso modo, di 500.000 lire a testa per 500.000 bambini o ragazzi (mi riferisco alla somma complessiva, naturalmente).
È chiaro che si tratta di una somma che, come prevede il testo della maggioranza, è di pari importo per gli studenti della scuola statale e non statale. Dobbiamo convenire tutti che questo livello di somma sarà erogato per sostenere spese effettive di diritto allo studio e spese non difficilmente documentabili per tutti (per esempio per quanto riguarda il costo dei libri, dei trasporti, delle mense o dell'approvvigionamento informatico), comunque spese più direttamente previste come diritto allo studio.
Quindi, l'invito che viene avanzato da parte dei colleghi Nava e Napoli Roberto a stabilire un tetto minimo è già in re ipsa, è già nelle condizioni di compatibilità finanziaria, è nelle cose. Posso dichiarare, pertanto, che il Governo si dovrà attenere a questo principio, in tal senso. E poichè dobbiamo stabilire quello che succederà con questo provvedimento per quanto concerne la disponibilità finanziaria, penso di venire incontro anche ad un'esigenza quale quella rappresentata dai colleghi nel modo che mi è stato possibile dire qui ora, e cioè che la destinazione è fortemente coerente con il testo dell'emendamento.
Mi auguro che i colleghi Nava e Napoli Roberto siano soddisfatti da questa risposta e che quindi sia inutile procedere ad un confronto sullo stesso ordine del giorno. Questo mi porta a fare una seconda notazione. Voglio ringraziare il senatore D'Onofrio, che ha affermato con energia (io penso interpretando un'esigenza diffusa in tutto questo Parlamento, in tutta quest'Assemblea) che la centralità della scuola, come esigenza del Governo, del Parlamento e del paese, è una centralità di tutta la scuola e che l'attenzione di tutti noi è a tutta la scuola. Naturalmente in questo la prevalenza è inevitabilmente quella della scuola pubblica per ragioni - se mi permettete - di principio e di effettiva consistenza, per quello che la scuola pubblica ha rappresentato nella storia del nostro paese, ma anche perché oggi essa costituisce la spina dorsale della funzione educativa e formativa, e quindi oggi una contrapposizione fra l'uno e l'altro settore non interessa né la scuola pubblica né quella non statale.
Mi sembra che il testo dell'emendamento della maggioranza rappresenti un passo in avanti significativo per uscire dalle secche di una discussione che ha tormentato la stessa maggioranza. Quando si è parlato, nel primo testo originario del Governo, di "servizio pubblico integrato" con molta sapienza è stata fatta la distinzione fra l'esercizio della funzione pubblica, che ho richiamato all'inizio del mio intervento e che è inequivocabile, e - invece - la funzione sistemica del sistema nazionale di istruzione, nel quale la scuola pubblica ha quella posizione di preminenza che la Costituzione le riserva.
Tuttavia, nella discussione sono risuonate richieste di affrontare questo problema non come legato esclusivamente alle polemiche del passato, ma guardando all'evoluzione del sistema formativo-educativo di questo paese nel suo complesso.
Concentrare l'attenzione esclusivamente sui 12 o 13 anni di scuola nelle tradizionali aule scolastiche significa non comprendere che l'avvenire di questo paese è affidato al convergere nella funzione educativa di una diversità di apporti.
Per esempio, trovo poco condivisibile l'idea di escludere sempre l'attenzione verso la formazione professionale per una visione eccessivamente "scuolacentrica", magari perché vanno alla formazione professionale ragazzi diversi da quelli che frequentano la scuola o forse perché essi sono in condizioni economico-sociali diverse. Avere una visione dell'attività formativa che tenga ancora in un ghetto la formazione professionale e la consideri come un elemento negativo o comunque da trascurare o appannaggio di altre istituzioni che non sono quelle statali vuol dire compiere un errore grave.
Più grave ancora è il fatto di non comprendere che l'avvenire di un sistema educativo si fonda essenzialmente e soprattutto sull'educazione lungo tutto l'arco della vita, sulla formazione continua, sulla formazione degli adulti, sulla formazione ricorrente.
Ho sentito e ho letto nell'intervento del senatore Cortiana, oltre che di altri, una rivendicazione di questa componente culturale. Le fondazioni, le ONLUS, il complesso della società esprimono e devono esprimere, più di ora, un'offerta formativa continua: bisogna studiare tutta la vita; bisogna aggiornarsi tutta la vita; bisogna sapere che oggi concentrare lo studio soltanto nell'età scolare (che pure è l'età del massimo investimento, è sicuramente l'età più importante), dando ad essa l'esclusiva di una funzione formativa, è un errore. Quindi, anche alla luce di questa nuova impostazione, noi dobbiamo guardare la disciplina della parità ed uscire da un passato che ha relegato questo tema soltanto al confronto puramente ideologico.
Parlavo dell'autonomia delle scuole dello Stato, dell'arricchimento che questo comporterà alla capacità progettuale del piano dell'offerta formativa, quindi ad un maggiore pluralismo culturale ed intellettuale dentro le scuole dello Stato, ad una capacità di emulazione che può portare ad un elevamento complessivo della qualità della scuola, anche con l'attenzione dovuta - che qui è stata richiamata - per le particolarità del nostro sistema delle autonomie (penso, per esempio, a Trento e a Bolzano). Bisognerà tenere conto anche delle osservazioni fatte a tal proposito: questa scuola è coerente con il progetto della libertà di insegnamento? È coerente con il progetto di una accentuazione della libertà ai massimi livelli, sia individuale, sia delle singole istituzioni scolastiche? È dentro la cultura europea? È in grado di arrivare fino a ciò che noi vogliamo sia il sistema formativo e educativo di questo paese, ad una grande eterogeneità, al fatto cioè - badate, cari colleghi - di rispettare anche le individualità, le vocazioni, le attitudini, gli interessi, le differenze che esistono tra cittadino e cittadino, fra bambino e bambino, fra ragazzo e ragazzo? Una scuola, quindi, che valorizzi le potenzialità di ciascuno e così realizzi il grande principio dell'uguaglianza; non una scuola che abbia un unico modello da imporre, come tale espellendo coloro che non ci si ritrovano o non sono adeguati a seguirlo fino in fondo. È la scuola della diversità, della ricchezza che la cultura della diversità ha introdotto in tutti i settori dello Stato. Andando verso una società multietnica, questo aspetto andrà sicuramente accentuato.
È per questo motivo, senatore Rescaglio, che mi sono permesso di dire in Commissione che riuscire a risolvere il problema tormentato della parità in un'ottica moderna, guardando avanti e non soltanto retrospettivamente, è una scelta di civiltà; ne sono tuttora convinto. Il ritardo gravissimo di questo Parlamento, che dopo cinquant'anni di vita repubblicana non è ancora riuscito a darsi una legge, significa che esso ha guardato fino a ieri al passato e non ha voluto guardare al futuro. È vero, la cultura è emulazione, competizione, quindi è la creazione di condizioni di effettivo pluralismo nel quale la concezione che noi stiamo ora presentando di un'offerta formativa che promana da tutti i pori della società e che è disciplinata e rigorosamente regolata dalle norme dello Stato, è l'unico modo di venire incontro a questa novità.
Mi domando: perché non prendere atto del fatto che dentro quest'ottica, in questa visione moderna, civile e di libertà (di libertà di insegnamento, prima di tutto, ma anche di libertà di accesso, di libertà di confronto), si sia compiuto un passo così in avanti? Si tratta del vecchio male del massimalismo che voleva raggiungere tutto d'un colpo un risultato dopo cinquant'anni di incapacità di produrre? O si tratta forse, da parte di taluno (e qualcuno c'è sicuramente in Italia), di uno strumentalismo del "tanto peggio, tanto meglio", del desiderio che la legge non diventi legge, che non si arrivi a questo traguardo per poter continuare a rinfocolare costantemente il dibattito politico su un tema che invece ha bisogno di una soluzione? Si preferisce il nulla? Il nulla di fatto? Il riaprirsi di polemiche estenuanti? O si vuole tentare, invece, come è sapienza della politica, di raggiungere quel punto di caduta, di confronto, di arrivo, che possa mettere insieme diverse culture, per dare per questo all'Italia, finalmente, come la Costituzione ci impone, una legge di parità?
Voglio esprimere tutta la mia speranza che il lavoro e la fatica di queste ore e di questi giorni ci possa portare a questo risultato.

 


13/08/1999
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