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Il dibattito in Senato sul disegno di legge di parità
Reciproco vantaggio didattico
per scuole paritarie e scuole statali

Il testo proposto dalla maggioranza riconosce ruoli e risorse a vantaggio dei giovani. Non tutto è risolto e si dovrà fare di meglio per gli studenti delle superiori

di Angelo Rescaglio
senatore Ppi

Non farò la storia dei princìpi che oggi ci hanno portato a questa discussione, ma piuttosto mi atterrò - perché sono stato un osservatore attento in Commissione - a un'idea di parità che è venuta avanti in questi tre anni. Credo che la grande dimenticanza, mentre noi stiamo discutendo, consiste in questo.
Lei, signor Ministro, ha dato una definizione della parità, che nessun giornale mai ha riportato e nessun parlamentare ha mai ricordato, la quale credo rimarrà scolpita nella storia di questo Parlamento: la parità è una scelta di civiltà. L'espressione è sua, signor Ministro e mi è rimasta impressa da quel pomeriggio in Commissione, anche perché, da giovane parlamentare, frugando nei testi di una civiltà parlamentare del passato, non ho mai trovato un'affermazione così categorica e così precisa.
Lei inoltre ha aggiunto che questa scelta di civiltà farà in modo che anche la scuola pubblica ne tragga vantaggio, non tanto per una competizione qualunquistica, ma perché la cultura di per sé è sempre competizione, nella ricerca di valori. Mi pare che questo sia un punto di partenza che ha dato poi senso a tutta una cultura della parità che in questi tre anni abbiamo vissuto insieme.
Dopo decenni di accettazione della realtà (e questo anche per la presenza responsabile dei popolari) il 5 agosto 1997 è intervenuto il primo solenne pronunciamento: anche in questo caso mai nessun Ministro in questi cinquant'anni aveva avuto un tale coraggio. Il titolo di quel pronunciamento, cioè di quel testo di legge era molto preciso: "Disposizioni per il diritto allo studio e per l'espansione, la diversificazione e l'integrazione dell'offerta formativa nel sistema pubblico dell'istruzione e della formazione", e nella relazione di accompagnamento di quel testo, che tanti hanno dimenticato, trovo alcune affermazioni che danno senso a tutta la discussione. Diceva quella relazione: "Il Governo si è dato carico di porre al centro della propria azione il potenziamento e la valorizzazione della persona umana" (a noi che siamo eredi di tutta una tradizione personalistica, del personalismo di Mounier, piaceva molto questa definizione, questo riferimento) "nell'intero sistema formativo ed ha avviato un complessivo riordino del sistema dell'istruzione incentrato sulla valorizzazione e sul miglior utilizzo delle risorse esistenti sul territorio". E ancora, parlando di scuola, dice: "(...) riconoscendo anche il valore delle iniziative di formazione e istruzione, da chiunque promosse, che siano coerenti con gli ordinamenti generali ed abbiano livelli di qualità e di efficacia adeguati al conseguimento del successo formativo".
Si parlava ancora di una verifica sull'efficacia dell'azione formativa, della vocazione altamente di qualità della scuola materna e di quella elementare, per arrivare a prevedere, alla lettera b) della relazione, "di agevolare con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia": anche questo è un concetto dimenticato!
Si parla di famiglia che educa e che forma in maniera molto precisa: formazione della famiglia! Si fa riferimento all'adempimento dei compiti relativi, previsto nell'articolo 31 della Costituzione, tra i quali rientra il dovere-diritto (articolo 30 della Costituzione) dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli.
Credo che questi siano documenti che costituiscono il primo passo di un itinerario che favorisce la comprensione della cultura della parità, come io amo definirla.
Il 10 dicembre del 1997 si è verificato un secondo fatto: l'approvazione della disposizione per la riforma degli esami di Stato, conclusivi dei corsi di studio d'istruzione secondaria e superiore. In questi giorni sono capitato per caso in un istituto cattolico, un liceo linguistico di Cremona e ho sentito, con molto piacere, affermare che, per la prima volta, non si è avuto il timore delle commissioni, come invece avveniva in passato.
Infatti, lavorando con molta attenzione, abbiamo previsto nella nuova normativa che l'istituto rimane sede di esame; non si discute sul progetto educativo e la commissione - ugualmente alle scuole di Stato - era ordinata secondo tre più tre o quattro più quattro componenti; non si discute neppure il credito scolastico perché è legato a un progetto educativo specifico.
Nel dicembre del 1998, parlando di disposizioni urgenti in materia di personale scolastico (la famosa "riservata" che andrà in atto tra poco) si prevede che "sono ammessi anche i docenti non abilitati, che abbiano prestato servizio anche negli istituti e scuole di istruzione secondaria legalmente riconosciuti o pareggiati, nonché nelle scuole materne autorizzate, per almeno 360 giorni nel periodo compreso tra l'anno scolastico 1997-1998, di cui almeno 180 giorni compresi negli anni scolastici 1994-1995, 1995-1996, 1996-1997 e 1997-1998".
Questo fatto avviene per la prima volta nel nostro paese, ma rimane ancora il grosso problema di un coefficiente di servizio che è a metà. In Commissione però abbiamo già lottato per rivedere questa norma che, a mio parere, è anocronistica. Tuttavia, alla "riservata" potranno accedere, per la prima volta in questo paese, anche gli insegnanti che hanno operato nella scuola non statale.
Vi sono poi i regolamenti dell'autonomia, i discorsi in rete, fino alla fornitura dei libri di testo, che la scorsa settimana abbiamo approvato per gli studenti della scuola dell'obbligo e della scuola secondaria superiore, stabilendo che possono accedere al beneficio della fornitura gratuita, totale o parziale dei libri di testo, gli alunni che adempiono l'obbligo scolastico e che appartengono a nuclei familiari la cui situazione economica sia equivalente a 30 milioni annui di reddito.
Anche in questo caso abbiamo insistito - ed è stato accolto - sul principio che prevede che non vi sia nessuna distinzione tra gli studenti della scuola statale e quelli della scuola non statale.
In quest'Aula ci si è scagliati anche contro il Comitato ristretto in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto: il Comitato ristretto - anche con la volontà accanita del senatore Biscardi di ascoltare l'umore che serpeggiava in questo paese - ha avuto una funzione, solo che i politici, i commissari della 7a Commissione non sono sempre stati attenti. Sono state svolte 50 audizioni alle quali eravamo quasi sempre i soliti a partecipare. Abbiamo sentito qual era il tipo di accoglimento di questa proposta e di questo problema che nel paese in questi anni è cresciuto anche per la volontà di tanti politici che appartengono a quest'Assemblea. Queste audizioni sono state molto interessanti, anche se da versanti opposti, naturalmente.
Ho sentito in quest'Aula un riferimento alla scuola ebraica; in proposito ricordo quel giorno in cui ci si accanì - un po' eccessivamente, secondo me - contro la parità, perché le idee sono diverse in questo paese. Comunque, ben 50 audizioni ci hanno portato a capire il problema e la dimensione culturale dello stesso. I testi del relatore Biscardi sono stati analizzati in modo poco approfondito, senza scendere nei particolari. Per carità, non eravamo d'accordo su tutto, mancava la parte economica, lo so bene, ed alcuni princìpi potevano essere discutibili; però non vi è stato ancora - l'ho detto in Commissione - chi si sia soffermato per un momento su due princìpi che erano fondamentali, per la prima volta solennemente affermati. Al capo III si dice che è vietata ogni forma di controllo sull'orientamento culturale e sull'indirizzo pedagogico-didattico delle scuole e degli istituti di educazione privata; e, ancora, alle scuole paritarie è garantita piena libertà per quanto concerne l'orientamento culturale, l'indirizzo pedagogico-didattico e il progetto educativo che da essi discende. Una duplice affermazione che credo non consenta molti tentennamenti. Veniva affermato il concetto essenziale che la scuola non statale ha un progetto educativo e mi riferisco sempre ad un progetto educativo serio.
Lo dico qui con molta tranquillità: io ho conosciuto la scuola cattolica, quella seria. Mi spiace che qualcuno abbia introdotto oggi il problema del "diplomificio", che non appartiene alla mia storia, di chi ha vissuto una vita nella scuola; la scuola cattolica seria, che si è identificata nel concetto fondamentale di libertà, di un progetto portato avanti che la scuola di Stato non ha il diritto di controllare, perché questa è l'essenza stessa della natura della scuola paritaria.
Quindi, direi che c'è stato un tentativo complessivo di portare avanti un discorso che oggi dà senso a questa discussione. A chi pensa che questa impostazione di analisi sia caduta dall'alto, chi ritiene che soltanto i meriti siano di alcuni, dico: no, credo che abbiamo lavorato tutti perché si arrivasse ad una discussione seria e culturalmente motivata.
Il testo della maggioranza che è in discussione riconosce un unico sistema nazionale di istruzione - e credo che questo sia un principio che è già stato ampiamente sottolineato - costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e dagli enti locali. È assicurata piena libertà dall'articolo 2, che prevede la possibilità di scelta del regime di riconoscimento legale; sono previsti poi il finanziamento alle regioni ed il riconoscimento della famiglia. Ho già insistito su quello che per me è un punto fondamentale: la convenzione con le scuole materne ed elementari.
Certo, è sempre stato detto e scritto che la parità si caratterizza per due aspetti, quello dei princìpi e quello dei finanziamenti. Per quanto attiene ai princìpi, l'accordo raggiunto stabilisce che le scuole paritarie fanno parte, a pari titolo con le statali, del sistema nazionale di istruzione. Si riconosce la loro funzione di servizio pubblico ed è ad esse riconosciuta piena e totale libertà di progetto educativo e di scelta dei docenti ed anche quest'ultimo aspetto non è secondario.
Per quanto riguarda i finanziamenti si riconoscono circa 30 milioni annui per sezioni di scuola materna e 35 milioni per classi di elementari. Non dimentichiamo che le scuole materne ed elementari rappresentano il 70 per cento dell'intero complesso delle scuole non statali del nostro paese.
Sono inoltre stanziati 300 miliardi per borse di studio da destinare alle famiglie a basso reddito.
È giusto inoltre ricordare anche altri due interventi per noi qualitativamente molto importanti e cioè, da un lato, l'estensione alle scuole paritarie dei benefici della legge n. 104 del 1992 riguardante il sostegno ai ragazzi portatori di handicap.
Certo, siamo noi i primi a dire che il sistema delle borse di studio non è il migliore dal momento che si configura come un surrogato del buono-scuola; se poi si stabilisce che esso deve essere di pari importo tra studenti delle scuole statali e di quelle paritarie, in presenza di risorse assai modeste esso finisce per essere ingiustamente uguale per situazioni diseguali. Qualora le risorse fossero più consistenti, in virtù del vincolo della documentazione espressamente richiesta dalla legge, si potrebbe facilmente superare questa disparità.
Crediamo fondamentalmente in una scuola paritaria, che non abbia finalità di lucro. Da qui il nostro riconoscimento e ricordo di uomini di fede colti che in questo paese hanno saputo educare tanti giovani al rispetto della famiglia, dell'autorità e della patria con scelte culturali efficaci e coerenti, spesso in un clima di povertà e di solitudine.
Nella mia storia di 37 anni di docente in un liceo scientifico, non posso ignorare che lo Stato deve avere una scuola efficiente. Mi spiace di aver sentito alcune espressioni, riportate qui, che sembrano colpevolizzare coloro che guardano ad una scuola libera perché vogliono mettere in discussione una scuola pubblica. Questa non è la nostra storia, perché la scuola pubblica deve avere una sua efficienza.
Ma oggi i tempi danno ragione a chi guarda al futuro della scuola stessa, valorizzando le potenzialità reali culturali che il paese possiede: una classe docente che lavora con passione negli istituti pubblici e nelle scuole non statali. Questo è l'unico itinerario percorribile se vogliamo dare ai giovani l'immagine di una cultura e di una ricerca davvero a misura d'uomo.


13/08/1999
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