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Tre chiarimenti sulla parità
CI SONO tre aspetti del dibattito attualmente in corso sulla parità scolastica che
debbono essere ripresi e puntualizzati.
Il primo è rappresentato dalla presunta incostituzionalità di qualsivoglia contributo in
favore delle scuole non statali, perché contrario al famoso ed abusato 3^ comma dell'art.
33 della Costituzione. A parte le giuste controdeduzioni di quanti ricordano che in sede
di Assemblea Costituente, nel corso della discussione che introdusse tale emendamento
aggiuntivo, di fronte alle rimostranze di Gronchi per i DC, venne espressamente negato da
Corbino, Codignola e Marchesi che la nuova norma ponesse un divieto assoluto e fosse
invece solamente rivolta ad evitare un obbligo da parte dello Stato, vale anche un altro e
più aggiornato ragionamento, che di recente mi pare sia stato giustamente richiamato da Elia, nella sua qualità più di
ex-presidente dell'Alta Corte che di uomo politico e di partito.
Si tratta del costante atteggiamento giurisprudenziale della Corte Costituzionale al
riguardo. Questa non solo ha ammesso la aderenza costituzionale delle norme che prevedono
contributi relativi al diritto allo studio e come tali destinati alle famiglie od ai
singoli utenti, ma ha riconosciuto la validità delle <convenzioni> stipulate
fra enti locali e singole scuole e come tali presupposto per interventi finanziari in
favore delle istituzioni. Ultima la sentenza del marzo 1998, relativa ai ricorsi
"laicisti" presentati contro la legge regionale dell'Emilia Romagna, giudicati
dalla Corte infondati e respinti. Se si consentono, in quanto compatibili con il dettato
costituzionale, le convenzioni che prevedono finanziamenti diretti alle istituzioni, a
maggior ragione si devono ammettere il pagamento o il rimborso, totali o parziali, delle
rette sostenute dai genitori, come prevede il DDL governativo, con buona pace
dell'on. La Malfa. Compresi ovviamente i rimborsi che, pur destinati ai genitori aventi
diritto, per ragioni di semplificazione, andassero erogati direttamente alle scuole.
Secondo punto da chiarire. Affermano molti (e soprattutto i ragazzi nelle loro assemblee)
che non si deve finanziare la scuola privata perché, in tale modo, si sottrarrebbero
fondi alla scuola statale. Il Ministro, durante la trasmissione "Pinocchio", ha
mostrato un grafico illuminante in cui si vede chiaramente che su oltre 65.000 miliardi
destinati alla pubblica istruzione, 300 miliardi destinati alle private costituiscano una
percentuale così prossima allo zero, da non vedersi neppure. Ma anche quelli - nelle
opinioni dei più aggressivi - sarebbero sempre soldi sottratti alla scuola statale. Né
vale il ragionamento, che pur è giusto e va fatto, che inevitabilmente se si parla di
parità, si finisce con il parlare in favore di tutta la scuola e quindi a favorirne una
attenzione maggiore e portare buona acqua anche al mulino dell'intero sistema statale. Né
- per convincere i più riottosi - vale l'ulteriore considerazione che la scuola, come la
formazione professionale (recentemente ricodificata), la sanità, i servizi sociali, le
politiche attive del lavoro, in genere tutti i servizi diretti alla persona, anche nel
nostro Paese contemplano sistemi misti statali-non statali o addirittura pubblici-privati.
No, il ragionamento che "taglia la testa al toro" è sostanzialmente un altro ed
è dirimente. Nel nostro Paese gli iscritti a scuole non statali (dalle materne alle
superiori) sono oltre 900.000. Se le scuole che frequentano chiudessero tutte, per
larghissima parte di essi non vi sarebbe spazio nelle corrispondenti scuole statali
esistenti e lo Stato dovrebbe provvedere ad interventi di conseguenza, sopportando il
costo/alunno attualmente riscontrato per le scuole statali, cioè mediamente 6-9 milioni
per ciascuno. Per un totale da 5000 a 8000 miliardi i quali, proprio per il principio che
le risorse sono definite e non espandibili, dovrebbero essere reperiti dentro il sistema.
La conseguenza la vede chiunque. La chiusura delle non statali porterebbe - quella sì -
ad una sottrazione di fondi al bilancio dell'istruzione statale oggi esistente, a scapito
della qualità, dell'innovazione, della progettazione e persino dei legittimi interessi
del personale docente e non docente. Bella conquista. Esattamente l'opposto di quello che
si preoccupano di affermare.
Tutto ciò è tanto più vero in quanto, già da tempo, lo Stato si è reso conto di non
dover fare più concorrenza alle scuole non statali nell'ambito del medesimo territorio ed
il decreto ministeriale n. 331 di quest'anno, sulla formazione delle classi, determina in
modo chiaro che - per l'intanto nelle materne - non si possano più richiedere istituzioni
di nuove scuole statali se non in caso di chiusura delle non statali presenti nel
territorio. Secondo un principio giusto di economicità e di sussidiarietà.
Terzo appunto. Spingere l'acceleratore sulle misure di finanziamento individuali (libri,
trasporti, altri strumenti di diritto allo studio ma anche misure di recupero fiscale o lo
stesso "buono scuola"), significa non solamente rinunciare ad un quadro
innovativo generale, come quello del "sistema scolastico integrato" (che pure è
inevitabile nella prospettiva europea, come anche l'OCSE ha segnalato), ma comporta una
conseguenza del tutto negativa e che va nella direzione esattamente opposta dei propositi
dei fans "statalisti". Essi dicono di muoversi in favore di una crescita del
sistema scuola, ma alla fine, pur di evitare il riconoscimento di principio della funzione
pubblica alle scuole "private", preferiscono concedere agli studenti di queste
contributi "assistenziali" individuali.
Quale potrebbe essere la conseguenza, se attuata in via estrema? Una, molto semplice. Se
ti riconosco un ticket da spendere dove vuoi, non posso importi nessuna continuità
didattica e nessun obbligo a restare in quella determinata scuola. Puoi andare un anno in
una scuola, e l'anno dopo in un'altra, dando luogo ad una specie di fast food o di supermarket
dell'istruzione, in cui si è liberi di "spendere" il contributo statale. E'
evidente che, in tale modo, salta il quadro di stabilità e di certezza, viene impedita la
programmazione delle strutture, dei progetti, dell'innovazione e in sostanza salta
l'obiettivo complessivo della efficacia e della qualità.
Cristiano Zironi
Ufficio Nazionale Scuola PPI
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