i-s01

Il disegno di legge del governo
L’estensione del tempo
del "diritto scolastico"

Di fronte al disegno di legge con il quale si estende l'obbligo scolastico dai 6 fino ai 16 anni, mi pare opportuno esprimere alcune riflessioni, per interpretarlo costruttivamente negli aspetti che premono di più.
La prima è che, con tale atto, il Governo ed il Ministro sembrano avere imboccato una strada (a mio avviso giusta) che è quella di trarre immediate conseguenze dall'entrata del nostro Paese nell'Euro. Fintantoché c'era solo la speranza del nostro ingresso nella moneta unica, era un conto. Dopo il successo effettivo del Governo Prodi, è un altro. Adesso la nostra responsabilità cresce: dobbiamo fare un salto di qualità ed operare politicamente in chiave europea. Fare politica in Europa significa, come si è detto, puntare all'unità politica dell'Europa e, di conseguenza, cominciare ad attuare una azione di doppio scambio - andata e ritorno - prendendo dall'Europa e importando in Europa le nostre idee e proposte. Non c'è dubbio che - nell'ambito della complessiva politica del welfare, che a noi italiani sta particolarmente a cuore - quello dell'istruzione e della formazione sia il settore nel quale tale interscambio deve operare di più. Dobbiamo avvicinare la nostra legislazione a quella degli altri paesi europei. Dobbiamo portare ai nostri partner il respiro della nostra cultura politica che ha insegnamenti da dare, rispetto alla tecnocrazia ed agli opportunismi che talora operano in sede europea. E' giusto quindi che il primo passo sia stato questo.
Il secondo sarà inevitabilmente quello della parità, intesa come riconoscimento di una funzione pubblica svolta anche dalle scuole non statali senza fini di lucro, per l'instaurazione di quel "sistema scolastico integrato" fra scuole statali e non statali ed altresì fra istruzione scolastica e formazione professionale, che funziona bene in tutto il resto d'Europa.
Ma c'è anche un'altra motivazione per compiacersi dell'innalzamento dell'obbligo e sta proprio nelle ragioni per le quali, secondo taluni detrattori, il provvedimento sarebbe intempestivo e inopportuno: a causa di una presunta contradditorietà con la parte del DDL sul riordino dei cicli, nella quale si prevedeva che l'obbligo partisse dall'ultimo anno delle materne. Tale soluzione, che era stata impostata "a fin di bene", per incentivare la frequenza dei bambini di 5 anni e, di conseguenza, per riconoscere e finanziare la scuola non statale, non è stata sempre capita e ha dato oggettivamente luogo a confusione. Gli stessi diretti destinatari ne sembravano contrariati. L'attuale DDL fà chiarezza in modo opportuno e sancisce che la scuola e l'obbligo iniziano a 6 anni e che, a ordinamento attuale invariato, per 10 anni i ragazzi italiani hanno non tanto il dovere, quanto il diritto di frequentare gratuitamente la scuola. Sarebbe meglio, anche se la dizione corrente è quella di chiamarlo "obbligo", che lo si definisse non come un'obbligo, ma come una risorsa e lo si chiamasse "gratuità" o <<diritto scolastico>> tout court. Esso interferisce o addirittura impedisce la successiva riforma? No di certo; semplicemente nelle attuali superiori il primo biennio, come è attualmente utilizzato, diventa "obbligatorio", cioè assunto a carico dello Stato, con beneficio di sgravio per le tasche delle famiglie. Deve quindi essere interpretato come una spinta alla riforma complessiva, anche come occasione di nuove sperimentazioni di indirizzi e non visto come un ostacolo, magari con l'arrière pensée che, una volta fatto l'obbligo, non vi sia più volontà sufficiente per la riforma complessiva.
Vi è poi una terza conseguenza positiva. In questi giorni di avvio dell'autonomia scolastica una delle questioni più ricorrenti è quella che investe la scelta fra orizzontalizzazioni e verticalizzazioni. Viene solitamente posto l'accento più sugli aspetti organizzativi che su quelli didattici. Invece gli istituti comprensivi hanno una ragione prevalente nella continuità didattica fra i vari gradi, al fine di superare gli sbarramenti e di prevenire l'abbandono e la dispersione nella fase di passaggio. La logica che pervade il riordino dei cicli (sia nella versione 6+6 che in quella 8+4, che mi pare preferibile) è nella direzione di favorire tale continuità. L'obbligo toglie le remore di carattere economico e favorisce questo processo. E' una positiva ragione di fondo che non può essere sottovalutata.
Infine il ddl consente di iniziare il discorso integrativo con la stessa formazione professionale. E' vero che il testo non ne fa espressa menzione, perchè si occupa della istruzione scolastica, con un riferimento ordinamentale che riguarda solo la scuola. Ma inevitabilmente porta con sè il germe dell'integrazione - nella fascia degli anni 14-16 - fra la frequenza della scuola vera e propria e quella di un biennio nella formazione professionale. Anche questo percorso formativo, per un'evidente parità di trattamento, entrerà a far parte dell'"obbligo" e, con un sistema di sostegni economici e di crediti formativi rivolti agli studenti dei centri di formazione, comincerà a realizzare il sistema integrato.

Cristiano Zironi

giugno 1998


02/06/1998
webmaster@euganeo.it
home page
il collegio senatoriale di
Tino Bedin