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Una rinnovata cura nell'insegnamento di questa materia
L'ora di religione
nei nuovi cicli scolastici
Non ne risulteranno cattolici più ferventi, ma persone più mature e cittadini più motivati

di Alberto Monticone
capogruppo Ppi alla commissione Istruzione del Senato

La riforma dei cicli scolastici comporta un grande impegno, non solo del mondo della scuola ma di tutta la cultura italiana, per l’individuazione dei contenuti didattici, dei saperi e dei criteri formativi che devono innervare il nuovo ordinamento. In tale contesto si pone in termini nuovi anche l’insegnamento della religione cattolica, previsto dal concordato del 1984 e dall’intesa dell’anno seguente tra lo Stato e la Chiesa cattolica italiana. Vi è anzitutto la necessità di riorganizzare quell’insegnamento nella scuola di base, che sostituirà la scuola elementare e in parte secondaria inferiore. Nella prima infatti sono oggi previste due ore settimanali, mentre nella seconda soltanto un’ora, ovviamente anche con modalità diverse. Probabilmente sarebbe opportuno mantenere il sistema dell’attuale elementare nei primi cinque anni, dal sesto anno di base invece si avrebbe una sola ora.
Ma il vero problema risiede nella congiunzione tra nuovi cicli ed autonomia: ogni istituto scolastico può infatti organizzare, nel rispetto di alcune linee generali vincolanti per tutti, tanto il calendario e l’orario, quanto l’inserimento di materie opzionali o complementari. C’è il concreto rischio che l’insegnamento della religione sia considerata disciplina secondaria oppure opzionale, alla stregua di attività didattiche aggiuntive rispetto al normale curriculum e così collocabile in orari non solo all’inizio o al termine delle lezioni, ma addirittura in ore pomeridiane anche oltre l’orario del tempo lungo, disconoscendone l’apporto essenziale all’istruzione dei ragazzi.
Qui allora emerge con chiarezza la necessità di precisare, anche a fronte di ricorrenti affermazioni circa il carattere "catechistico" dell’ora di religione, la natura culturale e formativa della disciplina. Dopo il Concordato del ’29 la Chiesa godeva certamente di alcuni privilegi per le proprie attività in Italia, ma proprio per questo e per l’ancora ampia pratica religiosa non aveva alcun bisogno di far catechismo e proselitismo nella scuola: tuttavia l’affidamento dell’insegnamento a docenti sacerdoti o religiosi dava, al di là della serietà del loro impegno, una certa caratteristica clericale all’ora di religione. E nonostante ciò i ragazzi italiani poterono usufruire di un contributo formativo assai utile e convergente, a far tempo dal 1948, anche con l’idea di cittadinanza che sottende la Costituzione repubblicana.
Va del resto detto che proprio la Costituzione, frutto del patto sociale e della cooperazione di culture diverse, avvalorò la formazione etico-politica dei cittadini, non in forza dell’art. VII, ma con l’impianto dell’insieme dei suoi primi articoli concernenti i valori e i diritti fondamentali.
Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha profondamente innovato il proprio modo di intervento nella società superando ampiamente di fatto il metodo concordatario ed aprendosi al dialogo con le culture.
Il punto rilevante al nostro assunto era che il Concilio affidava ai laici il compito di animare cristianamente la società, che in quegli anni iniziava un forte processo di secolarizzazione. La Chiesa in tal modo educava alla laicità e lo faceva anche nell’introdurre nella scuola docenti di religione laici, i quali non solo non facevano opera catechistica, ma presentavano la religione cattolica, o meglio la sua proposta etica e culturale, quale fattore determinate nella formazione culturale ed umana dei ragazzi.
La revisione del Concordato, nel 1984, riconobbe e confermò questo processo di trasformazione dell’insegnamento e della classe docente di religione. Non fu un atto riconducibile al tradizionale criterio difensivo della Chiesa a fronte dell’affermata secolarizzazione. Ma non fu neppure la coraggiosa scelta di una strada nuova, che pure nello stesso ambito cattolico ed ecclesiale veniva proposta. Di fatto però nella scuola una preparata e motivata generazione di insegnanti, per lo più laici, diede alla religione una funzione indispensabile nella didattica e costituì un solido punto di riferimento per alunni, docenti e per lo stesso funzionamento dell’istituzione, mentre adeguati libri di testo contribuirono a definire meglio contenuti e metodi della disciplina.
L’intesa dell’85 dovrà essere necessariamente riveduta, ma quel che più importa è che nella nuova definizione dei saperi e dei contenuti didattici la scuola italiana si avvalga, nel suo insieme e nelle sue articolazioni, dell’opportunità valoriale, anche in senso civile e democratico, dell’insegnamento della religione cattolica e di un corpo di insegnanti ormai altamente qualificato, che attende da molti anni il riconoscimento di uno stato giuridico.
Proprio la secolarizzazione della politica e della vita comunitaria, la frammentazione culturale e sociale nonché la crescente presenza di culture e religioni diverse dovrebbero richiamare l’attenzione di tutti, credenti e non credenti, all’importanza di assicurare un’offerta formativa radicata nella nostra storia e capace di aiutare – insieme con tutte le discipline specifiche – i giovani a scoprire se stessi come uomini e donne, con diritti e doveri, e come cittadini del mondo, ma anche di un Paese che comunque deve al cattolicesimo parte notevole della propria identità.
Una rinnovata cura dell’insegnamento della religione cattolica è quindi anche interesse della democrazia: la laicità della scuola e dello Stato sarà salva perché gli alunni che si avvarranno dell’ora di religione non saranno per essa cattolici più ferventi, ma certamente persone più mature e cittadini più motivati.

Marzo 2000


15 marzo 2000
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