Screening della prostata? No grazie
Le più recenti ricerche dimostrano che lo screening del cancro della prostata non è raccomandabile. Nonostante ciò è partita una campagna di comunicazione ministeriale in suo favore
Nel 2009 sono usciti sul New England Journal of Medicine i risultati dei due studi più ampi (uno in Europa ed uno negli Stati Uniti) mai realizzati sullo screening del cancro della prostata tramite il test di ricerca del Prostate Specific Antigen (PSA).
Lo studio europeo, che risulta più completo, evidenzia una diminuzione della mortalità pari a 7 decessi in meno su 10.000 uomini testati. Per ottenere questo risultato, il gruppo testato di 73.000 uomini ha dovuto subire 17.000 biopsie. In altri termini, per evitare una morte da cancro alla prostata, si sono dovuti sottoporre a screening 1.410 uomini, effettuare 335 biopsie e trattarne chirurgicamente 48.
Il New England conclude nel suo editoriale:“lo screening sistematico con PSA dimostra nel migliore dei casi un modesto effetto sulla mortalità da cancro alla prostata nei primi dieci anni di follow-up. Questa diminuzione è ottenuta a costo di un eccesso di casi diagnosticati e trattati. È importante ricordare che il punto cruciale non è se questo screening sia efficace ma se faccia più male che bene”.
Il Lancet commenta inoltre che “questo test è associato ad un rischio di diagnosi e trattamento eccessivo e uno screening di popolazione non può essere raccomandato sulla base di questi nuovi dati”.
Il 10 marzo scorso il New York Times ha intervistato (in un articolo dal titolo significativo: The great prostate mistake)Richard J. Ablin, lo scopritore del PSA, che ha dichiarato: Il “mio” PSA? Un disastro per la salute pubblica e per di più costosissimo.
Di fronte a questo dibattito, risulta stridente la campagna di comunicazione sociale congiunta dei nostri Ministri per le Pari Opportunità e della Salute lanciata il 27 maggio con lo slogan : “Non è la fortuna che batte il tumore alla prostata. È la prevenzione”. I comunicati ministeriali non parlano mai di PSA ma, dato che non disponiamo di interventi realmente efficaci di prevenzione del carcinoma prostatico e che l’unico screening di massa disponibile (ancorché non affidabile) è la ricerca del PSA, il gioco è fatto.
Di risposta 12 associazioni scientifiche hanno chiesto la sospensione della campagna di disinformazione.
Il Ministro Carfagna sul sito del suo Ministero afferma che: “Obiettivo primario deve essere quello di diffondere fra gli uomini la cultura della prevenzione del tumore della prostata al pari di quanto accade fra le donne con i tumori della mammella e della cervice uterina”. La differenza è che gli screening di mammella, collo dell’utero (e, dal Ministro dimenticato, colon-retto) sono dotati di prove di efficacia mentre così non è per la ricerca del PSA. Proporlo, quindi, autorevolmente come intervento di massa vuol dire diffondere speranze illusorie. Chi risulterà positivo al test dovrà fare la biopsia, un esame doloroso e a volte seguito da complicanze fastidiose; chi avrà una biopsia positiva si troverà di fronte all’incertezza sul percorso terapeutico da seguire, cioè se sottoporsi ad un intervento chirurgico spesso fortemente lesivo per estirpare un tumore che potrebbe essere lasciato in situ senza danni.
Si tratta di un tema difficile da affrontare ed ancora aperto, tuttavia, presentarlo con slogan fantasiosi è un errore certo.
Massimo Valsecchi è direttore del Dipartimento di Prevenzione della ULSS di Verona
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