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Il dibattito nella commissione sanità del Senato
Procreazione assistita:
il confine tra scienza ed etica

Le domande che ci pone il nascituro, come fonte di diritto
di Giancarlo Zilio
componente della commissione sanità del Senato

Il tema della procreazione medicalmente assistita interpella le coscienze di ciascuno di noi più che le eventuali conoscenze scientifiche. Voglio dire che l’aspetto etico viene prima di quello tecnologico-scientifico, il che peraltro non esclude che anche quest’ultimo meriti attenta valutazione.
Come legislatori ci troviamo di fronte ad un interrogativo profondo; quale deve essere il rapporto tra scienza ed etica? Quali limiti devono essere posti? Non c’è dubbio che noi siamo tra quanti fermamente convinti che non tutto ciò che è tecnicamente possibile sia di per se stesso lecito e, soprattutto, giusto.
Da qui deriva in primo luogo l’esigenza ampiamente avvertita, non solo dalle coscienze che si riferiscono alla dottrina cattolica, di una legge che detti norme precise e chiare al fine di regolamentare una situazione di pressante emergenza, potremmo ben dire di caos, presente nel Paese. Una legge che si attende da decenni, che già nella precedente legislatura era giunta ad un testo unificato; una legge che per la materia interessata investe le nostre coscienze, i nostri riferimenti ideali, i valori profondi nei quali crediamo, e gli stessi fondamenti di una civile convivenza in cui siano rispettati e tutelati i diritti delle persone soprattutto delle più deboli e altrimenti indifese.
Questa legge si impone per consentire che chi viene all’esistenza con metodi artificiali sia tutelato da condizioni che assicurino il rispetto della dignità della persona, i suoi inviolabili diritti e il suo normale sviluppo nella famiglia, nello spirito e nella lettera degli articoli 2 e 3 e dal 29 al 32 della Costituzione.
Se la nostra è una cultura della vita e per la vita, questa legge – che è finalizzata alla nascita di nuove persone – giustamente deve prevedere, fra gli interessi in gioco, in particolare l’interesse – meglio il diritto – del concepito; il divieto della crioconservazione degli embrioni verso la loro morte; il divieto della loro soppressione, la possibilità, in via transitoria che gli embrioni destinati a morire siano adottati.
La legge, infatti, deve saper rispondere non solo al diritto dei coniugi ad avere un figlio, ma anche soprattutto al diritto alla vita ed alla famiglia del nascituro.
Donare la vita è un atto di amore, e non può quindi ridursi alla soddisfazione egoistica di un proprio bisogno, per quanto affettivo e legittimo, che tende a mettere in subordine o addirittura ad eliminare i diritti dell’altro. Attenzione anche più intensa va rivolta a questi diritti, quanto l’altro è il nascituro, sicuramente il più debole e il più indifeso, colui che non ha voce, che non ha rilevanza, ma proprio per questo deve trovare nella nostra coscienza, e soprattutto nel presidio della legge, piena attenzione, totale accoglienza e sincera solidarietà.
Si tratta in sostanza di capovolgere una mentalità che sta diventando tendenza largamente, e a mio giudizio pericolosamente diffusa, circa la considerazione del nascituro che da oggetto di diritti altrui deve diventare soggetto di diritti propri, che la legge deve sancire sostituendoli alla impossibilità del nascituro di affermarli in proprio.
A questo punto credo che dobbiamo porci alcune domande sul testo di legge che ci è stato trasmesso dalla Camera.
Acclarato che il diritto del nascituro viene prima del diritto di tutti gli altri (e non credo che ci sia alcuno che voglia contestare questa constatazione);
considerato che il richiamo alle altre legislazioni vigenti in Europa non può essere cogente per la nostra attività legislativa, non essendo dato certo l’affermazione di una presunta o pretesa superiorità di altri Paesi in termini di diritti civili, che rischia di trasformarsi in un incomprensibile e ingiustificato complesso di inferiorità, tanto più che legislazioni ampiamente permissive in materia, come in Gran Bretagna, sono oggetto di forte revisione in senso limitativo;
considerato che la procreazione omologa medicalmente assistita ha raggiunto risultati positivi nell’80 per cento dei casi, dobbiamo chiederci:
- se la legge approvata dall’altro ramo del Parlamento è tale da ovviare alla situazione di caos – di far west – che è purtroppo in atto nel nostro Paese nel settore della procreazione medicalmente assistita, stabilendo delle regole che impediscano il mercato della vita e la dispotica disponibilità degli embrioni;
- se questa legge dà una risposta al legittimo desiderio di avere un figlio da parte di chi si trova in situazione di sterilità accertata;
- se questa legge garantisce i diritti del nascituro – e quindi del nato – che è indubbiamente la parte più debole, e priva di voce propria, nel rapporto triangolare che si costituisce tra uomo, donna e figlio.
Io credo del parere, e credo anche l’intero Gruppo Popolare, che la legge approvata dalla Camera – pur con una parte, per noi negativa, che si riferisce alle coppie di fatto, che secondo noi danno minori o nulle garanzie di stabilità nei confronti del diritto del nascituro a nascere e crescere nell’ambito familiare – questa legge soddisfi almeno in larga parte esigenze di tutela della vita e dei suoi diritti secondo i principi ai quali facciamo riferimento.
Riteniamo perciò necessario e urgente che si giunga ad una sollecita approvazione del testo varato dalla camera, nella convinzione che l’alternativa sarebbe un allungarsi dei tempi con l’esito finale di no aver nessuna legge e quindi di consentire il perpetuarsi di un mercato di un mercato selvaggio senza regole in un settore di importanza fondamentale anche per le generazioni future come quello della vita e dei suoi diritti imprescindibili.

10 febbraio 2000


12 febbraio 2000
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