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Il Piano sanitario nazionale

Tutti in salute
con un patto di solidarietà
La riaffermazione della responsabilità pubblica nel perseguimento degli obiettivi di salute, fissa una netta demarcazione alle fughe liberistriche, facendo ricorso al criterio della partecipazione istituzionale dei vari enti territoriali e degli stessi produttore ed erogatori delle prestazioni, sia pubblici che privati

di Severino Lavagnini

Abituati dalla cronaca a considerare la sanità soltanto uno spaccato della vita popolato dagli operatori biancovestiti, da angoscianti corsie d'ospedale e dalla denuncia in corpo otto delle malefatte o delle infime dispute politiche e di categoria, il Piano Sanitario Nazionale 1998-2000, presentato nelle scorse settimane dal Ministro Rosy Bindi, ci concilia con la speranza che, oltre i fatti e le beghe quotidiane, esiste anche nella sanità un quadro superiore di obiettivi ed indirizzi generali, tra loro connessi da un programma finalizzato all'individuazione e al coordinamento dei bisogni sanitari attuali e prossimi venturi del Paese.
Il documento si presenta quindi come una elaborazione realistica, ponderata e complessiva di tutti gli sforzi che il Governo ritiene di dover o poter compiere a livello progettuale o fattuale in tema di sanità e salute nei prossimi tre anni. Uno sforzo serio ed equilibrato, non per questo alieno dall'affrontare il rischioso punto che lega i bisogni sanitari a quelli propriamente sociali ed umani della persona. Asciutto, come si conviene ad un parlare conciso e mirato, il documento riprende e rilancia, in forma più aggiornata, i principi fondativi dell'equità, dell'universalità, della solidarietà della partecipazione democratica contenuti nella legge 833 del '78, che segnò il passaggio del precedente assetto, organizzato su base mutualistica, a quello attuale del Servizio Nazionale.
La sanità da allora - è facile quindi comprendere l'importanza della svolta -  è diventata una "questione sociale"; lo Stato si è assunto l'onere di provvedere direttamente al suo finanziamento, erogando prestazioni uniformi a tutti i cittadini.
Il Piano Sanitario Nazionale ora presentato è alla sua seconda edizione ufficiale - appunto il triennio 1998-2000 -, ma il tema della sua elaborazione e referenzialità è stato incombente come vincolo ed esercitazione disciplinare nelle ipotesi e nei dibattiti a cui ha dato luogo per diciannove anni, fin dal momento della istituzione del Servizio Sanitario.
Il Piano in effetti è il tentativo di dare ordine ad un intervento sanitario pubblico che non può, per la sua natura istituzionale, collegare gli obiettivi dell'equità e dell'efficienza allocativa delle risorse e dell'efficacia dei servizi a quello necessitante e razionalizzante della programmazione delle strutture. Un esercizio di buon senso che si limita a disincentivare il liberismo selvaggio in sanità delle strutture e degli interventi pubblici e privati, con il relativo spreco delle risorse. In tal senso il Piano non solo supera vecchi e nuovi motivi di polemica ma dilata l'orizzonte culturale e politico della sanità ad aspetti comportamentali, finora  marginalizzati, in ragione di una visione eccessivamente sanitarizzante o medico centrista del Servizio. La ragionevole riaffermazione della responsabilità pubblica nel perseguimento degli obiettivi di salute, fissa una netta demarcazione alle fughe liberistiche (neo assicurative o vetero mutualistiche), facendo ricorso al criterio della partecipazione istituzionale dei vari enti territoriali e degli stessi produttori ed erogatori delle prestazioni, sia pubblici che privati.
Il lavoro onesto e paziente del Ministro Bindi, volto a superare le difficoltà della sfida sanitaria, chiamando a raccolta tutti, ed in primo luogo le istituzioni, per la loro natura e missione, ben merita gli ulteriori approfondimenti ed integrazioni in divenire che il testo stesso sollecita.
Le critiche rivolte a questo - come al precedente Piano e in generale al principio stesso della programmazione - tradiscono, ancora una volta, la loro origine di provocazione meramente politica. La madre di tutte le critiche è quella che rileva la fragilità finanziaria del Patto di solidarietà per la salute - come civilmente ha titolato il Ministro Bindi il documento -, proponendolo come obiettivo di solidarietà e concordia nazionale.
Un giudizio che marca nel documento la latitanza sui temi economico-finanziari, ovvero nella provvista delle risorse necessarie al sistema per fornire le prestazioni e i servizi che promette.
Si può osservare che nella sanità - come rilevano nel caso italiano gli economisti sanitari - il problema della allocazione delle risorse è prioritario alla loro stessa quantificazione (5,29% sul PIL in Italia, 13,2% negli USA con 37 milioni di esclusi dall'assistenza). In effetti, senza voler arrivare a dire che "chi meno spende meglio sta", la peculiarità pubblicistica della organizzazione sanitaria italiana è quella di possedere le potenzialità per poter, più dei sistemi sanitari privati (sebbene il privato sia nel nostro Paese ampiamente presente in quanto fornitore dei servizi), migliorare i margini del suo rendimento quali-quantitativo, in ragione della diretta e prevalente capacità di azione e programmazione del soggetto pubblico, nella gestione del sistema.
Questa particolarità, dal Piano non soltanto viene valorizzata come una ulteriore ed intrinseca risorsa del sistema ma, utilizzando la unicità ed unitarietà della sua natura, consente agevolmente la sinergia con il sistema privato che, in ragione della sua flessibilità e dinamicità, si colloca in un ruolo di propulsione e concorrenza con il pubblico.
Attraverso la rete decentrata delle istituzioni che fissano gli obiettivi e il ruolo integrato e concorrente del pubblico e del privato, che perseguono il processo della loro realizzazione, si sviluppa il tema sociale e politico della partecipazione economica come prioritaria integrazione di distinte plurali solidarietà.

Il senatore  SEVERINO LAVAGNINI
è vicepresidente dei Senatori del Ppi
e capogruppo Ppi Commissione Igiene e Sanità del Senato

 


07/08/1998
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