LE SFIDE DELL'ISTRUZIONE - In Italia il 3% degli alunni è straniero, contro il 6% della Spagna e il 14% della Gran Bretagna - Insegnanti in difficoltà: per l'integrazione mancano i mezzi necessari, come i laboratori linguistici Impreparati alla scuola multietnica Il 40% degli immigrati frequenta le elementari - Così in altri Paesi europei
Nadia Santi, cinquant'anni e più di venticinque di esperienza a scuola, insegna inglese nella sezione a tempo prolungato in una media di Milano: la Niccolò Tommaseo di piazza Istria. Quest'anno in prima i suoi allievi non italiani, e non europei, sono undici su diciassette; in seconda sono otto su diciannove; in terza sono undici su diciotto. Sempre per restare nel capoluogo lombardo, nella vicina scuola media Maffucci gli stranieri inseriti nelle varie classi sono ben 200 su un totale di settecento. Ed è dei giorni scorsi il caso della media di Piacenza "Faustini", i cui insegnanti hanno chiesto il "numero chiuso" per le iscrizione di allievi estracomunitari perché impossibiltati a portare avanti un'attività didattica normale. L'inserimento dei giovani non italiani nelle scuole, da anni in espansione, comincia a diventare imponente e le pone oggi di fronte a compiti sempre più gravosi. Secondo gli ultimi dati disponibili - riferiti all'anno scolastico 2002-2003 ed elaborati dal Servizio per l'automazione informatica e l'innovazione tecnologica del ministero dell'Istruzione, diretto da Alessandro Musumeci - gli "alunni con cittadinanza non italiana" sono 232.776: quasi il 3% (per la precisione il 2,96%) del totale. Dieci anni fa erano poco più di 30mila.
In testa il Nord Est. La percentuale più elevata di stranieri è presente in Emilia Romagna (5,93%, quasi 30mila) e in Umbria (più di 6mila: 5,44%); ma nella sola Milano sono 24.498, contro i 12.990 di Roma e i 10.710 di Torino. Nei grandi aggregati regionali prevale il Nord-Est (5,29% degli allievi e quasi il 30% di quelli stranieri presenti in Italia); lontanissimi da queste cifre Sud (0,75%) e Isole (0,56%). Per ora gli stranieri sono numerosi solo nei gradi inferiori dell'istruzione: il 20,77% frequenta la scuola per l'infanzia, il 40,97% le elementari, il 24,01% le medie, solo il 14,25% le secondarie superiori. Ma presto anche questa percentuale aumenterà, poiché i diplomati delle medie si iscriveranno alle superiori. L'incremento, infatti, è rapido: nel 2002-2003 gli stranieri sono cresciuti di 50mila unità rispetto all'anno precedente. É quindi probabile che il 3% sul totale degli iscritti ormai sia già stato superato. Nei prossimi anni le percentuali aumenteranno; esse infatti sono ancora basse, rispetto ad altri Paesi europei. In Spagna le cifre sono simili alle nostre: gli stranieri sono 201.518, il 2,95% degli iscritti. In Germania però erano quasi un milione (950.718: il 9,7%) sin dal 2001, con una netta prevalenza dei giovani di origine turca (43,5% degli stranieri). In Francia nel 2000 gli alunni "di nazionalità straniera" erano 652mila (poco più del 6%), e in Gran Bretagna addirittura 920mila, al gennaio 2003: il 14 per cento!
Varietà di lingue. In Italia, in compenso, è la varietà dei Paesi e quindi delle lingue e culture di provenienza - fatto di per sé tutt'altro che negativo - a creare gravi problemi didattici alle scuole. Nelle nostre aule studiano ragazzi di 189 Paesi, sul totale dei 195 Stati presenti alle Nazioni Unite! A Prato la maggior parte degli alunni extraeuropei sono cinesi, a Mantova, Reggio Emilia e Modena marocchini, a Piacenza albanesi: quanti docenti italiani conoscono il cinese, l'arabo, l'albanese? E le nude percentuali dicono ancora poco sulle difficoltà reali che incontra un docente che voglia insegnare sul serio, anche quando molti dei suoi allievi non capiscono né, tanto meno, leggono e scrivono l'italiano. Torniamo alla media Tommaseo di Milano e alle tre classi di Nadia Santi. Quali conoscenze di base hanno quei ragazzi della nostra lingua: quanto sono, cioè, in grado di seguire davvero le lezioni? In prima media due degli alunni stranieri, un cinese e un egiziano, non leggono, né scrivono in italiano, né comprendono l'insegnante quando lo parla. Sono, dice la professoressa, "da alfabetizzare" (nella nostra lingua, s'intende: i ragazzi stranieri conoscono la propria lingua materna, spesso anche molto bene).
Più conoscenze. Quattro ragazzi, due dei quali cinesi, si esprimono con gravissime difficoltà. Tre alunni hanno bisogno di "potenziare" le proprie scarse conoscenze. Soltanto due degli undici stranieri - undici, ricordiamolo, su diciassette! - hanno "scarsi problemi", cioè riescono a seguire le lezioni, anche se, inevitabilmente, quando scrivono fanno molti errori di ortografia. In seconda media solo un ragazzo, iscritto que st'anno e proveniente dall'Ecaudor, "è da alfabetizzare"; sei hanno capacità linguistiche "da potenziare" e soltanto uno si serve dell'italiano senza incontrare grandi difficoltà. In terza media, "due alunni sono da alfabetizzare" (ma uno è entrato in classe soltanto quest'anno): due "sono da potenziare" e ben sette (la maggior parte degli allievi di terza lavorano già da due anni con l'insegnante, che li segue sin dalla prima) "sono quasi a posto", rispetto agli allievi di madre lingua italiana. Che cosa possiamo desumere da tutto ciò? Almeno tre fatti molto importanti: per le nostre scuole e quindi per il Paese. Primo. Di fronte a simili percentuali di stranieri, gli insegnanti sono di fronte a un compito sovrumano, se non intendono abbandonare a se stessi né questi né, tanto meno, i ragazzi di nazionalità italiana. I professori della Tommaseo non conoscono il cinese, né lo conosce l'"unico" docente di sostegno dedicato all'inserimento dei ragazzi extracomunitari: un solo docente di sostegno per i 56 ragazzi stranieri iscritti alla media milanese. Manca alla Tommaseo, come a molte altre scuole italiane, un essenziale strumento didattico, il laboratorio linguistico, indispensabile per insegnare una lingua come l'inglese, che non presenta gravi difficoltà grammaticali o sintattiche ma ha una pronuncia, già di per sé assai ardua da imitare correttamente, che quasi mai corrisponde alla grafia. I problemi grammaticali e sintattici si possono affrontare con un serio studio mnemonico, ma quelli fonetici hanno bisogno o di docenti di madre lingua, oppure di corsi registrati, di cuffie, di strumenti elettronici sui quali ripetere: insomma, del laboratorio.
Solidarietà. "Di fronte a simili difficoltà, per fortuna - continua l'insegnante - l'atteggiamento dei ragazzi italiani è cordiale, aperto, solidale rispetto ai compagni non europei, anche se i loro progressi ne sono inevitabilente ritardati". Ottimo risultato: al quale, evidentemente, non è estraneo l'insegnante, che è, anzi, l'elemento decisivo. Ecco allora il secondo fatto importante: per la comprensione reciproca tra coetanei di lingue e culture diverse la scuola è più importante di ogni altra istituzione. Terzo fatto importante: spesso, se non sempre, le nostre scuole fanno fronte con successo a questo compito, grazie alla passione e all'intelligenza dei loro docenti migliori. In terza media infatti, ovvero dopo due anni d'inserimento, i ragazzi extraeuropei "senza gravi problemi linguistici" non sono più due su undici, come in prima, ma sette su undici: insomma, la maggioranza degli stranieri. Superfluo aggiungere che i docenti migliori dovrebbero essere premiati - come oggi non avviene - da aumenti di merito e da una progressione di carriera adeguata all'impegno. Va detto, infine, che nel Paese - eccettuate alcune forze politiche - la sensibilità per questi problemi sta crescendo. A Milano, per esempio, lavora la Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), attiva dal 2001 con analisi e varie iniziative, erede della Fondazione Cariplo Ismu operante dal 1991. L'ultima delle sue iniziative, in ordine di tempo, è stata un convegno internazionale organizzato pochi giorni fa a Milano, insieme al ministero dell'Istruzione e al British Council: "Gestire la diversità a scuola in Italia, Spagna e Gran Bretagna". Dal confronto è emersa una notevole omogeneità, non solo nei problemi ma anche nelle risposte. E il nostro Paese non ha affatto sfigurato, né per quantità né per qualità di progetti.
Le cifre dell'Italia
Alunni stranieri 232.766 Nell'anno scolastico 2002-2003 gli alunni stranieri sono stati 232.766, pari al 2,96% del totale della popolazione scolastica. Ai primi posti tra i Paesi di provenienza ci sono l'Albania, il Marocco, l'ex-Jugoslavia e la Romania.
Paesi 189 Nelle scuole italiane sono presenti bambini e ragazzi da 189 Paesi di 195 Stati del mondo. A Milano sono rappresentati 165 Paesi (al primo posto le Filippine), a Roma 144, a Cremona 90 (qui al primo posto troviamo l'India).
Elementari 40,97% La maggior parte degli alunni con cittadinanza non italiana frequenta le scuole elementari (40,97%). Seguono le secondarie di I^ grado (24,01%) e quelle dell'infanzia (20,77%). Licei e istituti tecnici richiamano il rimanente 14,25% degli studenti stranieri.
Lombardia 24,75% É la Lombardia la regione che accoglie sui banchi di scuola più studenti di cittadinanza non italiana (57.610 sul totale nazionale). Seguono l'Emilia Romagna (12,62%) e il Veneto (12,6%). In fondo alla classifica, il Molise con lo 0,15%.
Così in altri Paesi europei Cosa succede negli altri Paesi? La Spagna, ad esempio, per calcolare gli alunni stranieri, utilizza la stessa metodologia italiana: si considera tutto l'arco scolastico, dalla scuola infantile a quella superiore, e sono "stranieri" tutti i ragazzi che non hanno nazionalità spagnola. Chi ha doppia nazionalità è considerato spagnolo. In base a questi criteri nell'anno-2001-2002 è risultata una percentuale simile a quella italiana: 2,95%, ossia 201.518 alunni stranieri. In Inghilterra, l'appartenenza etnica viene autocertificata dai genitori per gli alunni fino a 11 anni, poi dai ragazzi stessi, in base a un criterio non legato alla nazionalità, bensì alla provenienza da un gruppo che si difinesce, ed è riconosciuto dagli altri, una comunità distinta. In base a ciò, a gennaio 2003 si sono contati 920mila ragazzi, ossia il 14% dell'intera popolazione scolastica.
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