RASSEGNA STAMPA

Repubblica
19 giugno 2006
di Mario Pirani


Ma per la Sanità si spende davvero tanto?
In Italia è del 6,3% del pil, in Francia il 7,4, in Germania l'8,6

Il copione è noto. Ogniqualvolta la spesa pubblica esce fuori controllo a finire per prima sul banco degli accusati è la sanità. Si denunciano scostamenti abnormi dalle previsioni, sprechi inauditi, eccessi di cure e di farmaci, furfanteria diffusa. Dopo la fase, come la chiamò Federico Caffè, del "terrorismo contabile", subentra quella dei sacrifici imposti con tagli ai bilanci, riduzione di servizi e prestazioni, tosature all´industria farmaceutica.
Non essendo i malati una categoria (in genere o guariscono o muoiono e, quando si cronicizzano, specie gli anziani, sono le famiglie a farsene carico) i sindacati si limitano a qualche mugugno.
Il governo, assillato dallo stato in cui ha trovato il bilancio pubblico, sta seguendo la strada di sempre. Va però detto che l´approccio scelto denota una metodologia apprezzabile perché evita le accuse generiche e le concentra sui deficit e i debiti che gravano solo su alcune regioni poco virtuose che hanno assunto impegni di spesa non coperti da finanziamenti corrispondenti. Non vi è dubbio che vada loro imposto un percorso di rientro, in mancanza del quale sarà indispensabile un inasprimento fiscale locale che inciderà sui cittadini. Peraltro non si può ignorare che sull´indebitamento delle regioni pesa la incompleta erogazione da parte dello Stato negli ultimi tre anni dell´aliquota di compartecipazione all´Iva che era stata fissata per legge nel 2000. Si tratta di un mancato introito stimato tra gli 8 e i 12 miliardi che corrispondono grosso modo ai debiti accesi presso i fornitori.
Il lettore potrebbe chiedersi, peraltro, visto che reputo inevitabile la manovra prospettata, per quale ragione vi dedichi queste righe. La ragione sta in quanto detto all´inizio, nell´esigenza, cioè, di mettere in luce la fallacia della filosofia accusatoria con cui vengono da molto tempo affrontati i problemi della sanità pubblica. Dovrebbe, invece, essere tenuto presente che gli sfondamenti della spesa pubblica preventivata avvengono in un contesto di investimenti nettamente inferiore a quello dei principali paesi europei: mentre in Italia essa è del 6,3% del pil, in Francia tocca il 7,4, in Germania l´8,6, in Svezia il 7,9, in Danimarca il 7,3 e così via.
È indubbio, d´altra parte, che la spesa sanitaria – pubblica e privata – tende a salire sia per ragioni strutturali (la cosiddetta "malattia da costi" derivante dall´impossibilità di incrementare la produttività nel settore sanitario al livello degli altri comparti dell´economia), sia per il rapido invecchiamento della popolazione e il prolungarsi dell´attesa di vita che aumenta in modo esponenziale i costi delle cure almeno dai 65 anni in avanti, sia per i progressi sempre maggiori delle tecnologie diagnostiche e delle innovazioni terapeutiche che comportano crescenti spese per assicurarne la fruibilità a tutti i cittadini qualora si voglia assicurare il diritto alla salute in modo egualitario.
È, infine, indubitabile che se il centro sinistra vorrà rispettare il suo programma, specialmente per ciò che concerne un Fondo speciale per migliorare gli standard sanitari nel Mezzogiorno e un Fondo per gli anziani non autosufficienti occorrerà reperire risorse ulteriori. Dove trovarle? Una risposta va individuata fin d´ora se si vuol rendere credibile e condiviso un programma politico. Se gli obbiettivi sono chiari e ben percepibili all´opinione pubblica, dovrebbe essere possibile chiedere una compartecipazione alla spesa sia sotto forma di ticket sia sotto forma di imposte specifiche di scopo.
Comunque neppure per questa via sarà possibile sopperire a tutte le necessità di spesa sanitaria. Occorre affrontare la questione sempre elusa: non è la spesa sanitaria pubblica col suo 6,3% ad essere fuori quadro ma la spesa pensionistica – la più alta d´Europa – che assorbe il 15,4% del pil. Quasi un quarto è versato a persone con meno di 65 anni, dato che l´età media di uscita dal lavoro è nel nostro paese intorno ai 60 anni, mentre in confronto a trent´anni orsono l´attesa di vita si è prolungata attorno agli 80 anni. Come ha ricordato il governatore Draghi «affrontare il nodo dell´età media effettiva di pensionamento è una priorità ineludibile». Se andremo ancora avanti così non avremo presto i soldi né per assicurare agli anziani pensioni decenti né per curarne la salute.
È desolante che i tre leader sindacali seguitino a compiacersi del loro assurdo diniego e i governanti si affrettino ad adeguarsi al diktat. Salvo a rifarsi sulla spesa sanitaria. Solo perché i malati non hanno sindacato e i sindacati, invece, contino la maggioranza degli iscritti fra i pensionati.

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rs-06-050
20 giugno 2006
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