RASSEGNA STAMPA

Il Mattino di Padova
3 febbraio 2002

PADOVA
I docenti: ci paghiamo la pubblicità
per spiegare il no al progetto Moratti

«Partita importante che riguarda il futuro di tutta la società Altro che "la prima riforma dopo quella di Gentile": si tratta di un ritorno ad essa»

A pagina 20 del giornale di oggi pubblichiamo - come inserzione a pagamento - un comunicato con cui i 609 docenti e dirigenti di scuole di ogni ordine e grado di Padova e provincia firmatari dicono no alla riforma prospettata dal governo su proposta del ministro Letizia Moratti (gli insegnanti sono coordinati in particolare da Patrizia Cibin, Lucia Betto, Beatrice Biasio, Sipontina Manzella, Enrico Bertolini, Gianna Tirondola, Rosa Puca, Beppi Zambon, Gigliola Salmaso, Graziella Fornasiero). Ai docenti stessi - che chiedono anche a tutti gli altri colleghi interessati di aderire - abbiamo posto alcune domande per saperne di più sulla loro clamorosa iniziativa.
E' davvero inusuale che gli insegnanti scelgano il comunicato-stampa per esprimere le loro opinioni.
«La scelta del comunicato stampa», spiegano, «risponde all'esigenza di esprimere al pubblico più ampio, anche a chi non è "addetto ai lavori", le nostre preoccupazioni in merito alle ipotesi di riforma scolastica del governo. Noi partiamo dalla convinzione che la scuola appartiene alla collettività, che l'istruzione e la formazione sono il presupposto del benessere e dello sviluppo sociale».
«Da dicembre, nelle scuole, è in corso la discussione sul "Rapporto Bertagna" e sulle altre misure di politica scolastica: la modifica degli esami di Stato "blindata" nella Legge Finanziaria, il disegno di legge sulla riforma degli Organi collegiali e la proposta arenatasi in Consiglio dei ministri, due settimane fa. Gli studenti ne hanno discusso nelle loro autogestioni. Gli insegnanti si sono documentati e hanno espresso le loro valutazioni nelle riunioni, talvolta nei collegi docenti appositamente convocati. In diverse scuole sono stati prodotti documenti, comunicati anche alle famiglie. Al primo coordinamento autoconvocato eravamo tantissimi. Al di là dei rispettivi orientamenti politici o sindacali, abbiamo inteso esprimerci sulla riforma anzitutto come "tecnici", criticandone gli aspetti didattici e organizzativi. La discussione deve uscire dalle scuole e coinvolgere la società: è una partita troppo importante, riguarda il futuro di tutti noi».
Cosa non vi convince della riforma Moratti?
«E' l'impianto stesso che ci trova in disaccordo. La scuola pubblica, secondo noi, dovrebbe essere laica e pluralista e ciò significa formare delle persone che abbiano capacità critica autonoma. I progetti della Moratti vanno nel senso opposto: rigida separazione tra istruzione liceale e formazione professionale, riduzione drastica dell'orario curricolare, regionalizzazione delle scuole professionali, primo passo verso la differenziazione del titolo di studio, incertezza sulle possibilità di accesso, per tutti i giovani, ad un percorso educativo non settoriale ma completo. Sono indizi di un modello di società che non si preoccupa di garantire, almeno in partenza, uguali opportunità».
In che misura, a vostro giudizio, la riforma metterà in pericolo la sussistenza delle cattedre?
«Anche se al momento è difficile quantificare, questa possibilità è concreta, considerando le prospettive di riduzione dell'orario obbligatorio. Gli organi di stampa, in questi giorni, ipotizzano il taglio di 8.500 cattedre nel prossimo anno, ma fonti sindacali indicano una perdita ben più consistente di posti di lavoro negli anni successivi».
Che giudizio esprimete sulla scuola padovana?
«Possiamo affermare che vi è un deficit di presenza pubblica nelle scuole materne ed elementari. La cronaca recente lo ha evidenziato: mancanza di posti, servizi cari e carenti. La riforma Moratti li peggiorerà ulteriormente con la reintroduzione del maestro/a unico. Per quanto riguarda la scuola superiore, la lunga esperienza di esami di Stato che abbiamo condotto ha dimostrato, nel complesso, un livello qualitativo adeguato e discretamente omogeneo della scuola pubblica nel nostro territorio. Adesso, con l'eliminazione dei commissari esterni dall'esame, temiamo che anche nella scuola pubblica venga meno un importante stimolo alla serietà della preparazione. La scuola in questi anni non è rimasta ferma, ma ha realizzato numerosi percorsi di sperimentazione, progettati e attuati attraverso l'iniziativa dei docenti. L'ultima proposta del governo è di mantenere invariate elementari e medie e di aprire la forbice tra licei e formazione professionale di 4 anni, con l'obbligo di un quinto anno per l'accesso all'università. Nonostante il governo la presenti come la prima riforma strutturale dopo la riforma Gentile, a noi pare invece la riproposizione di essa. Ma è iniziato il XXI secolo».

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5 febbraio 2002
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