i-di31
Dopo le elezioni regionali
Il prossimo referendum
elettorale
non merita tutta questa insistenza
Leggiamo questo articolo di
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Caro Bedin,
ho letto con interesse la corrispondenza dei giorni scorsi sulle attuali vicende
politiche.
Colgo l'occasione per esplicitare la mia condivisione alle tue riflessioni, integrate
dall'osservazione di Berti, relativa al passaggio da Prodi a D'Alema. Anch'io penso che
sia stato uno sbaglio non andare alle urne in quella circostanza. Adesso non sarei
propenso ad insistere per i referendum. In questo senso, ritengo significativo l'articolo
"Il paradosso del referendum", che Giovanni Sartori ha pubblicato nel Corriere
di oggi.
Ti auguro una Pasqua di serenità.
Giuseppe Cristofani
Grantorto
La sinistra lo invoca, ma ci rimetterebbe
IL PARADOSSO DEL REFERENDUM
- di GIOVANNI SARTORI
Due quesiti: primo, se sia proprio vero che la sinistra ha subito il 16 aprile una débacle
elettorale; e, secondo, a cosa approderà, se avverrà, il referendum del 21 maggio.
Al primo quesito la risposta è no. D'Alema ha perso come leader della sinistra, ma i
numeri elettorali non indicano una disfatta. D'Alema si è dimesso perché si era esposto
troppo, e si era esposto troppo anche perché aveva purtroppo creduto ai sondaggi della
Swg. Secondo me ha fatto bene a dimettersi anche per altre ragioni. Ma tra queste ragioni
non c'è una disfatta elettorale.
Gli esiti di una elezione si misurano in voti e in seggi. In questa occasione i seggi
importanti erano le presidenze regionali delle regioni maggiori. E a quest'ultimo effetto
la sinistra aveva già perso il Nord (salvo la Liguria) alle precedenti elezioni
amministrative anche quando Bossi sbeffeggiava Berlusconi. Figurarsi ora. Le novità sono,
questa volta, che la sinistra ha perso in più, oltre all'Abruzzo, due regioni chiave, la
Liguria e il Lazio, ma in meno la Campania, passata a Bassolino.
Né queste sconfitte devono essere considerate una sorpresa. Quella nel Lazio era nel
novero delle possibilità, visto che nel '95 il Polo fu danneggiato dalla fronda di Rauti
e che un candidato più sbiadito di Badaloni era difficile da trovare. Quanto alla
Liguria, anche lì è stato ripresentato un candidato debole (tutti i sondaggi lo davano
perdente), e lì si sapeva che il voto della Lega poteva essere determinante (come è
stato).
Veniamo ai voti. Qui i conteggi sono controversi perché in Lombardia e in Veneto alcuni
partiti si sono mescolati. Ma anche stando alla stima più bassa (quella del 18 per cento)
i Ds sono pur sempre in leggera crescita rispetto alle elezioni europee del '99. Anche se
è vero che il trend del voto ds dal '94 ad oggi è stato in discesa (dopo la punta
massima del 25 per cento alle Regionali del '95), il fatto resta che domenica scorsa le
perdite sono state di alleati minori.
In realtà i voti delle ultime amministrative sono stati sorprendentemente stabili per un
elettorato che tutti i sondaggi danno come fluido e con un 30 per cento di indecisi.
Sarà. Ma fatto sta che Mannheimer (Corriere del 19 aprile) dice l'esatto vero
quando rileva che domenica scorsa i soli voti che hanno davvero "fluttuato" sono
stati i voti radicali. Per le europee gli spot di Berlusconi avevano regalato alla Bonino
un 5 per cento di voti in più. E quel regalo si è rivelato - scrive Mannheimer - un
"prestito" di voti che sono tornati alla casa originaria. Dissi allora che i
voti Bonino erano stati gonfiati dalle circostanze, e che la consistenza dei radicali
sarebbe tornata al 2-3 per cento. Peccato che D'Alema e Veltroni siano stati di diverso
avviso. Comunque sia, il dato davvero significativo è che mentre il voto radicale si
dissolveva, Bossi ha mantenuto il grosso dei suoi voti ed è riuscito a traghettarlo a
destra. Il che cambia tutte le prospettive. Come andremo a vedere.
Passo al tormentino, ma oramai tormentone, dei referendum di maggio. Il Polo chiede
elezioni subito, mentre il centro-sinistra si arrocca sulla necessità di effettuare il
referendum sul sistema elettorale (degli altri farebbe volentieri a meno) perché rivotare
con il Mattarellum non avrebbe senso. Al che il Polo risponde che l'adempimento
referendario è un pretesto per restare in sella. Non so, e nemmeno mi interessa sapere,
se l'arroccamento di D'Alema e Veltroni sull'adempimento referendario sia pretestuoso.
Perché in ogni caso il referendum rischia di essere per chi oggi lo vuole ad ogni costo
una operazione suicida.
Ammettiamo, in ipotesi, che i referendum avvengano e che sul quesito elettorale vinca il
sì. In tal caso restiamo con un sistema uninominale a un turno. Verrà modificato da una
legge di attuazione che lo trasformi in meglio? Prevedo di no, visto che proprio Veltroni
dichiara da qualche mese che il monoturno sta bene anche a lui. Nel qual caso gli deve
anche star bene che il suo partito e con esso tutta la sinistra esca distrutto dalle
elezioni che verranno. Come passo a dimostrare.
Con un sistema di collegi uninominali in ognuno dei quali vince il primo arrivato, stando
le cose come stanno, la sinistra sparirà quasi totalmente al Nord, vincerà la Toscana e
l'Emilia-Romagna, e risulterà drasticamente decimata in tutto il resto del Paese. I
numeri sono all'ingrosso questi. Toscana ed Emilia daranno 61 seggi; ai quali vanno
aggiunti un quarto dei seggi che spettano ai secondi vincitori o primi perdenti, e cioè
157 seggi. Togliendo ai 157 la quota della Toscana e dell'Emilia, restiamo con 142 seggi.
Dunque, alla sinistra andrebbero 61 seggi più 142, eguale a 203 seggi. Arrotondiamo a 230
seggi. Al Polo ne restano 400: una maggioranza schiacciante.
Il problema non è, allora, che alle amministrative la sinistra ha fatto peggio del
previsto. È che esiste oramai tra destra e sinistra un distacco di 10 punti percentuali
che viene consolidato dall'apporto di Bossi e che non può in alcun modo essere compensato
(anzi) dall'apporto, all'altro estremo, di Bertinotti. Dunque il problema è che mutando
sistema elettorale - e cioè passando dal Tatarellum delle amministrative all'uninominale
secco prefigurato dal referendum - le stesse distribuzioni di voto approdano a una
distribuzione di seggi che stritola la sinistra. È davvero paradossale che il referendum
veda impegnati ad oltranza coloro che rischiano di uscirne annientati.
Corriere della Sera
Risponde Tino Bedin
Ti ringrazio di aver allargato il discorso al referendum. Ho allegato l'articolo di
Sarori, perché può aiutare a capire i numeri. Ma a parte questi, ho personalmente una
netta contrarietà ad un referendum che creerebbe una maggioranza casuale (tale
diventerbbe la ripartizione dell'attuale 25 per cento ora assegnato con il metodo
proporzionale). Ho anche una netta contrarietà ad insistere in una linea di sistema
elettorale come quella resa ancora più rigida dal referendum, che allontana la gente dai
seggi e fa aumentare i partiti-persona. Discutiamone.