Giugno 1998
1 PREMESSA
1.1 GLI OBIETTIVI
1.2 I SOGGETTI
INTERESSATI
1.3 I VALORI
1.4 L’AGRICOLTURA
OGGI
1.5 LO SVILUPPO
DELL’AGRICOLTURA
2 LO SCENARIO
2.1 LA DIMENSIONE MONDIALE
2.2 LA DIMENSIONE EUROPEA
2.2.1 La riforma della
Pac
2.2.2 Gli effetti dell’Unione
monetaria
2.2.3 Il futuro della Pac
2.3 LA DIMENSIONE NAZIONALE
2.3.1. Il rilancio di una
politica nazionale
3 LA POLITICA PER L'IMPRESA AGRICOLA
3.1 L’IMPRESA AGRICOLA COME SOGGETTO PRODUTTIVO
3.1.1 Interventi strutturali
3.1.2 Interventi per la
competitività
3.1.3 Interventi per la
qualità dei prodotti
3.2 L’IMPRESA AGRICOLA COME SOGGETTO SOCIALE
3.3 L’IMPRESA AGRICOLA COME SOGGETTO AMBIENTALE
4 IL MERCATO
4.1 L’ORGANIZZAZIONE
PER LA CERTIFICAZIONE DELLA QUALITA’
4.2 L’ORGANIZZAZIONE
ECONOMICA E L’INTERPROFESSIONE
7 L’IMPEGNO DEL PARTITO POPOLARE
ITALIANO
1.1 Gli obiettivi
Il presente documento costituisce uno strumento per una riflessione
strutturale e di prospettiva del Partito Popolare Italiano sulla questione
agricola, alle prese ormai con le sfide del terzo millennio, nel presupposto
che anche su tematiche concrete, come quella agricola, il Ppi deve qualificarsi
per la capacità di coniugare analisi e proposte con i valori di
riferimento, in una visione sempre globale dei problemi.
Per questo motivo le problematiche che interessano il settore primario
saranno inquadrate non solo nel contesto nazionale, ma anche in quello
internazionale, mentre la prospettiva sarà soprattutto quella del
medio-lungo termine.
Se da una parte è relativamente semplice individuare i problemi
che affliggono l'agricoltura italiana, non altrettanto semplice risulta
l'individuazione delle soluzioni, sia per l’elevata eterogeneità
di tale settore, sia per l'incerto quadro politico-programmatico, comunitario
e nazionale, attualmente attraversati da importanti modifiche degli orientamenti
PAC, conseguenti alle mutate regole del commercio internazionale, e dell’ampliamento
degli Stati membri dell’UE.
Per questo prima di proporre una nuova linea di politica agricola è
doveroso puntare l’attenzione sulle molteplici realtà che caratterizzano
il mondo rurale. L’agrumicoltura, l’olivicoltura e le quote latte sono
solo alcune delle numerose questioni che attendono di essere risolte e
che coinvolgono migliaia di operatori.
Data la forte interazione esistente tra i diversi livelli istituzionali
ed amministrativi in agricoltura, e dato il rischio di procedere per compartimenti
stagni, si è voluto qui fare uno sforzo di elaborazione di una proposta
di insieme, nell’ambito della quale possano essere successivamente individuate
le indicazioni per i diversi ambiti operativi in modo coerente con un quadro
complessivo.
Questo proposito richiede profonde conoscenze tecniche coniugate con
una visione politica progettuale sull’argomento.
L'intento principale di tale documento, è pertanto quello di
limitarsi ad offrire gli elementi sui quali riflettere per giungere preparati
alle immediate sfide che l'agricoltura dovrà affrontare su diversi
fronti nel prossimo futuro, dalla globalizzazione dei mercati ai cambiamenti
delle abitudini di spesa, dalle innovazioni tecnologiche, incluse quelle
derivanti dalla biotecnologia, al mancato ricambio generazionale degli
operatori, dalla salvaguardia ambientale alla tutela del patrimonio storico
e culturale, sul quale si fondano le radici dell'intera società
italiana.
1.2 I soggetti interessati
La riflessione del PPI sui problemi dell'agricoltura intende coinvolgere
l'intera collettività italiana, a partire dai produttori agricoli,
e relative associazioni di categoria, passando per i cittadini, sino
agli stessi aderenti e dirigenti che operano nel Partito.
I produttori agricoli e i loro sistemi di rappresentanza vanno coinvolti
non solo per le loro molteplici funzioni economiche, sociali, ambientali
e culturali, che il Ppi riconosce e giudica essenziali per la società
italiana, ma anche perché non si può prescindere dalla loro
esperienza diretta dei problemi.
I cittadini vanno coinvolti per il loro ruolo sia di soggetti politici,
sia di consumatori di beni alimentari e fruitori dei servizi ambientali
e territoriali che derivano dall’agricoltura.
Gli aderenti e i dirigenti del Ppi vanno coinvolti per il tradizionale
rapporto con il mondo agricolo, al quale occorre ridare fiducia, e con
il quale si deve tornare a dialogare, non certo con l'ottica di "novelli
collateralismi", ma nella profonda convinzione che la tradizionale cultura
interclassista e pluralista del PPI può ritrovare nel mondo agricolo
e rurale un sicuro riferimento di ascolto e confronto. Questa opzione,
che è innanzi tutto politica, non può però prescindere
dalla consapevolezza che oggi il mondo agricolo non è disposto a
fare "aperture di credito" a nessuno, e che sarà sul terreno concreto
dei problemi e delle proposte che potranno essere acquisiti i consensi.
1.3 I valori
Il PPI si riconosce nell’affermazione di Giovanni Paolo II (Centesimus
Annus 31), secondo cui Dio ha dato all'uomo la terra perché egli
"usando il 1avoro, mediante la sua intelligenza e la sua libertà,
riesca a dominarla e a farne degna dimora".
Nell’elaborazione di queste riflessioni in materia d’agricoltura, si
è cercato di essere coerenti con le più profonde convinzioni
etiche e morali sulle quali si fonda il Partito.
In primo luogo vi è la rilevanza assoluta della persona umana
e di una delle sue principali espressioni, ossia il lavoro. Ne discende
che questo deve ricevere un’adeguata remunerazione, per poter consentire
una vita dignitosa e libera dai bisogni.
Un altro punto fondamentale è il valore della famiglia, Per
questo il Ppi ritiene che debba essere al centro dell’attenzione delle
politiche, anche economiche, l’impresa familiare, in funzione della quale
vanno disegnati gli specifici interventi delle politiche di settore.
Si è consapevoli che è estremamente difficile conciliare
tali valori con le attuali esigenze politiche e di mercato. Ne è
una prova il fatto che, per salvaguardare il reddito degli agricoltori,
si sono limitate le produzioni, pur essendovi ancora, alle soglie del duemila,
la maggioranza della popolazione mondiale afflitta da gravi problemi di
sottoalimentazione.
E’ evidente allora che occorre una rinnovata progettualità,
ricercando nuove modalità di regolamentazione del mercato, e anche
di salvaguardia dei redditi in agricoltura, nella consapevolezza che bisogna
cercare una maggiore giustizia economica, sia a livello locale che a livello
planetario, coniugando la solidarietà con la sussidiarietà,
gli interessi della nostra agricoltura con l'esigenza di promuovere "il
bene comune dell'intero genere umano" (Gaudium et spes, 78), non perdendo
la dimensione intergenerazionale delle problematiche dello sviluppo, ossia
la validità delle scelte non solo per l’attuale generazione, ma
anche per quelle future.
1.4 L’agricoltura oggi
Le ragioni per cui il Ppi ha ritenuto opportuno avviare queste riflessioni
derivano dalla constatazione che il malcontento degli agricoltori
e il disagio dell’intero settore agricolo non è un fenomeno temporaneo
ma strutturale. D’altronde sembra che nessuno sia oggi in possesso di una
proposta organica convincente e condivisibile.
Questo disagio, di dimensioni ormai continentali, è legato principalmente
ad un’eccedenza di produzioni, cui consegue la necessità di limitazioni
produttive, soprattutto per salvaguardare il reddito degli stessi agricoltori.
Questa politica, intrapresa da tempo dall’Unione Europea, mostra oggi,
più che mai, la sua inadeguatezza, al di là delle buone intenzioni
con cui è stata promossa. Infatti, in questi ultimi anni, conseguentemente
al progresso tecnico ed allo sviluppo economico, il significato dell'agricoltura
è mutato profondamente, sia in termini economici, sia sociali. Le
attività agricole hanno assunto infatti un significato sempre più
complesso, superando il semplice ruolo di settore produttivo per assumere
contemporaneamente una funzione essenziale per la gestione del territorio
e la salvaguardia dell’ambiente, con finalità sempre più
evidenti di tipo salutistico e ricreativo. Ecco quindi che le nuove politiche
per l’agricoltura devono essere impostate in un’ottica di tipo multifunzionale.
Collegato al riconoscimento del ruolo multifunzionale dell’attività
agricola, si pone la questione delle esternalità e degli strumenti
per limitare quelle di tipo negativo (ad es. inquinamento) ed incentivare
quelle positive (ad es. prevenzione dissesto idrogeologico e degli incendi,
salvaguardia del paesaggio, ecc.), sia con forme d’aiuto diretto, sia favorendo
lo sviluppo di nuove tipologie produttive (agriturismo, produzioni biologiche,
rimboschimenti, ecc.) in grado di ricondurre, perlomeno in parte, nel reddito
d'impresa questi servizi offerti all'intera collettività.
**********
Agricoltura, quindi, non è solo produzione: la storia del settore
agricolo italiano ed europeo non si esaurisce infatti nella trasformazione
di un settore dal punto di vista organizzativo, economico, tecnologico
e relazionale, ossia dei rapporti fra i soggetti che vi operano e l’insieme
degli assetti produttivi e sociali del paese.
Agricoltura significa in primo luogo uomini e territori, culture, esperienze,
valori specifici. L’agricoltura, prima di essere settore produttivo è
una parte della società che continua a manifestarsi, specialmente
nel contesto europeo, come confronto tra realtà urbana e rurale.
Il mondo rurale, oggi ben presente all’attenzione del legislatore europeo,
è stato, ed è tuttora, l’elemento principale del processo
di integrazione politica ed economica nell’Unione Europea.
A 40 anni dalla Conferenza di Stresa, che tenne a battesimo la Pac,
e nel momento in cui si consolida un passo fondamentale di integrazione
dell’Europa attraverso l’unione monetaria, appare ancora importante occuparsi
di quel mondo e di quel settore economico, che per primo ha sperimentato
il mercato unico.
Il mondo rurale costituisce quindi un’area sociale che tuttora mantiene
un’identità ed un’autonomia, di cui vi è prova in fatti e
comportamenti non solo legati alla straordinaria evoluzione del sistema
di aziende agricole, ma anche in episodi recenti, dalle quote latte in
Italia ai produttori orticoli in Bretagna, agli olivicoltori in Spagna,
che hanno interessato e coinvolto l’opinione pubblica.
Per questo le politiche per l’agricoltura, siano esse definite nelle
sedi internazionali, siano esse attuate a livello regionale, dovranno caratterizzarsi
per questa loro ambivalenza.
1.5 Lo sviluppo dell’agricoltura
La ricerca di uno sviluppo sostenibile non solo in termini economici
ma anche ambientali impone una valutazione dei modelli di sviluppo settoriale
in un contesto superiore agli ambiti di filiera e di settore, per giungere
ad una definizione di modello di sviluppo integrato, ossia di analisi degli
effetti che hanno le scelte settoriali sul complessivo equilibrio economico
e sociale locale. Deriva direttamente da questo approccio il passaggio
dal modello di sviluppo agricolo a quello di sviluppo rurale, trasferendo,
in un certo senso, la centralità dell'analisi sul territorio e considerando
inoltre le relazioni tra le aree destinate all'uso agricolo ed il resto
del territorio secondo un modello di sviluppo integrato.
Tutto ciò comporta una definizione complessa di un vero sistema
articolato sia in termini verticali, di filiera, sia orizzontali, di distretti,
interessando diverse categorie e soggetti: dai produttori agricoli (produttori
non solo di beni, ma anche di servizi), al sistema produttivo a monte (fornitori
di fattori produttivi) e a valle (trasformazione e commercializzazione
dei prodotti), ai cittadini (in quanto consumatori dei beni alimentari
e dei servizi), al territorio extra urbano e non, destinato ad altri settori
produttivi (zone industriali, artigianali, commerciali, ecc.) e le sue
articolazioni politiche e amministrative.
Questo sviluppo del futuro ruolo dell'agricoltura, in parte naturalmente
evolutosi, ha avuto un importante stimolo a livello di politica comunitaria,
a partire dal Trattato di Maastricht sino al Trattato di Amsterdam, e,
per quanto riguarda più specificatamente il settore primario, dal
Piano Mac Sharry del '92 fino alla Dichiarazione di Cork ('96) e l'Agenda
2000 ('97).
**********
Parallelamente a queste tematiche di grande contenuto innovativo, il
settore agricolo è andato incontro, con una evoluzione che non ha
pari in alcun’altra attività produttiva, ad un profondo mutamento
nei modi di produrre, in seguito ad una serie di innovazioni tecnologiche.
Gli effetti più evidenti sono stati quelli della sostituzione
progressiva del lavoro manuale con il lavoro meccanico e, conseguentemente,
anche una diversa organizzazione aziendale e territoriale, soprattutto
con il passaggio dalla coltura promiscua alla coltura specializzata, con
l'eliminazione delle sistemazioni discontinue, come ad esempio i terrazzamenti,
meno favorevoli all'impiego delle macchine.
Conseguentemente al progresso tecnologico e al concomitante sviluppo
economico, si è innescato per le produzioni alimentari un processo
di specializzazione e scomposizione del processo produttivo con una crescente
articolazione tecnica ed economica delle filiere produttive ed un maggiore
rapporto tra strutture agricole e mercati.
Concretamente, il progresso tecnico ha ridefinito non solo le modalità
con le quali gli agricoltori svolgono le proprie attività produttive,
ma anche la loro posizione rispetto all’intero sistema economico. In questo
senso è cresciuta la dipendenza delle imprese del primario nei confronti
di imprese esterne, sia a monte dei processi agricoli per la fornitura
di determinati fattori produttivi (industria chimica, industria meccanica,
servizi di consulenza, ecc.), sia a valle, con tutte le imprese di trasformazione
e commercializzazione, con lo sviluppo di un sistema agroalimentare, capace
di fare incontrare l’offerta alla produzione formulata dalle aziende agricole
con la domanda al consumo finale.
Dal punto di vista economico, conseguentemente a tale processo evolutivo,
le imprese agricole si sono trovate ad operare in condizioni di crescente
dipendenza tecnica ed economica, con i redditi modificati da una parte
dall’incremento dei costi espliciti d’impresa, per l’acquisto di tutti
i fattori extra aziendali e, dall’altra, dalla riduzione del valore aggiunto
derivante dalla mancata trasformazione e commercializzazione in azienda.
É a causa di questa situazione che si sono generate le crescenti
problematiche connesse alla diversa evoluzione dei prezzi dei prodotti
agricoli rispetto all’andamento del mercato dei fattori produttivi e del
consumo finale. In questo contesto si è evidenziata la diversa capacità
di controllo dei mercati da parte delle varie categorie di operatori di
filiera, e la forte penalizzazione dell’agricoltura che, svantaggiata dall’estrema
numerosità delle imprese, deve accettare un ruolo di quasi assoluta
passività (price taker).
2.1 La dimensione mondiale
Le politiche agricole nazionali del secondo dopoguerra, soprattutto
nei paesi industrializzati ad economia di mercato, hanno favorito uno sviluppo
dell’agricoltura che ha risposto alle loro esigenze alimentari e ha consentito
la crescita sociale, economica e politica delle loro popolazioni contadine,
recuperando ritardi e disagi storici, e rafforzando la vita democratica.
Il primo limite di quelle politiche nazionali è che non tenevano
conto degli effetti della loro interdipendenza a livello internazionale,
così nei primi anni ottanta ci si trovò ad affrontare il
problema delle eccedenze produttive. Questa situazione portò ad
un abbassamento dei prezzi internazionali e ad una guerra commerciale che
mise in ginocchio i sistemi agricoli dei paesi meno sviluppati, poiché
essi non avevano risorse per proteggerli. Inoltre, tale situazione appesantì
i bilanci dei paesi industrializzati impegnati a finanziare lo smaltimento
dei surplus, aggravando al tempo stesso i consumatori, anche se la dinamica
dei prezzi al consumo dipende poco dall’equilibrio fra domanda/offerta
del settore agricolo e molto di più dal costo di beni e servizi
a valle del settore (per esempio: imballaggio, trasporto, pubblicità,
ecc.). Accompagnato da aspre discussioni sul livello di protezione di ogni
sistema agricolo nazionale, avvenne il giusto inserimento delle politiche
agricole nazionali, nel contesto dei problemi del commercio internazionale,
con le trattative GATT dell’Uruguay Round, iniziate nel 1986. Questo passo
in avanti è stato però parziale dal momento che le problematiche
dell’interdipendenza tra i sistemi agricoli vengono viste solo nell’ottica
commerciale, mentre non è stata data una risposta alle problematiche
socio-economiche e politiche connesse allo sviluppo agricolo e rurale dei
diversi paesi.
Per questo c’è bisogno di una lettura
politica e sociale dei fenomeni a livello mondiale, ed in questo senso
è stato molto importante il recente Summit della FAO (Roma,
novembre 1996) sulla sicurezza alimentare mondiale poiché ha riacceso
il dibattito su alcune verità di fondo, normalmente oscurate nella
quotidianità. Ci si riferisce per esempio alla dimensione etica
del problema della fame, dal momento che tecnologia e risorse della terra
potrebbero consentire di sfamare tutti, alla necessità di un economia
solidale, al problema dello sviluppo, in particolare quello agricolo, in
quanto problema di giustizia e di destinazione planetaria dei beni, alla
sostenibilità dello sviluppo.
Non dobbiamo dimenticare che su 5,8 miliardi di parsone che oggi popolano
il mondo, oltre 800 milioni vivono in condizioni di sottoalimentazione
e tra queste si contano circa 200 milioni di bambini al di sotto dei 5
anni. A questo scenario, che interessa 88 Paesi a basso reddito e in stato
deficit alimentare, si contrappongono paesi caratterizzati da condizioni
di opulenza, dove la popolazione soffre degli eccessi opposti.
Di fronte alla previsione di una popolazione che aumenterà nel
2030 di circa 3 miliardi di unità, la preoccupazione di assicurare
una sufficiente sicurezza alimentare sembra essere destinata ad aumentare.
Dal 1950 ad oggi la quantità di terra coltivabile è scesa
da 0,50 a 0,26 ettari pro capite, con il coincidente avanzamento del problema
di scarsità idrica, spesso legato più a problemi qualitativi
che di disponibilità assoluta. Tale dato è peraltro solo
parzialmente corretto dall'incremento della produttività che è
stata resa possibile dalla progressiva applicazione delle moderne tecniche
agronomiche.
Rimane il fatto che l’istituto di ricerca internazionale World Watch
Insitute (WWI) ha recentemente lanciato un allarme sulla base dei dati
forniti dalla FAO indicando come, per la prima volta nella storia recente,
le riserve mondiali di cerali sono scese ad un’autonomia di 48 giorni,
mentre la soglia di sicurezza è valutata di 60 giorni, per evitare
il rischio che il mondo sia vulnerabile per una crisi cerealicola dovuta
ad una qualunque ragione. Come conseguenza, i prezzi mondiali del frumento,
del riso e degli altri cereali sono sensibilmente aumentati dalla fine
del 1994.
Di fronte a tale scenario, la conclusione più immediata sarebbe
quella di pensare ad un pianeta ormai giunto ai limiti di sostenibilità
alimentare dell’intera popolazione esistente. Tuttavia, almeno per ora,
le potenzialità alimentari sono abbondantemente sufficienti. Il
problema non sta nella disponibilità assoluta, ma nelle possibilità
d’accesso. Un esempio di tale condizione è rappresentato dal Brasile
il quale, pur contando circa il 66% della sua popolazione tra gli 800 milioni
di soggetti sottoalimentati, compare tra i principali esportatori mondiali
di alimenti. Un’analoga situazione si riscontra anche in India.
È evidente, quindi, la necessità di avviare un processo
di sviluppo più equilibrato e giusto delle economie e delle agricolture
locali, sulla base della convinzione che questo processo comporterà
un allargamento dei mercati alimentari solvibili, con maggiori opportunità
anche per le agricolture di qualità e per quelle dotate di un’elevata
identità territoriale.
Cè però da rilevare che le più recenti politiche
commerciali mondiali formulate in sede GATT, in gran parte auspicate dagli
Stati Uniti e accettate dai Paesi dell’UE, oltre a favorire la globalizzazione
dei mercati, tendono a limitare i livelli produttivi. Questa impostazione,
oltre ad essere evidentemente in contrasto con una strategia produttiva
impostata sul reale fabbisogno mondiale e non sulla sola domanda solvibile,
si scontra peraltro con la stessa politica agraria interna degli stessi
USA (Federal Agricolture Improvement and Reform -FAIR- Act del 1996), di
ispirazione notevolmente liberista in termini produttivi, ma accompagnata
anche da una politica di sostegno diretto alle imprese caratterizzata da
significativi sistemi di intervento.
2.2 La dimensione europea
L’analisi delle problematiche che interessano l’agricoltura italiana
non può prescindere dall’evoluzione del processo di unificazione
europea rappresentando questo lo scenario futuro. In questo ambito è
necessario soffermarsi in primo luogo sulle importanti novità
che contiene l’attuale ipotesi di riforma PAC, formulata con l’Agenda 2000
e sul rilevantissimo impatto che avrà l’Unione Monetaria (UME)
e l’allargamento dell’UE Paesi dell’Europa Centro-Orientale (PECO) sull’intera
economia del nostro Paese.
2.2.1 La riforma della Pac
Gli orientamenti comunitari in materia di politica agricola di questi
trenta anni sono stati caratterizzati da una profonda evoluzione. Rispetto
agli originari obiettivi enunciati con il Trattato di Roma del '57 (art.39),
che consistevano sostanzialmente nella massimizzazione produttiva, si è
oggi passati ad una tendenza opposta, di contenimento dei livelli produttivi,
mentre la politica dei redditi non è stata più fondata sulla
elevazione dei ricavi, bensì sul contenimento dei costi, essendo
il mercato progressivamente meno protetto.
I nuovi orientamenti formulati con l'Agenda 2000 (1997) ed in parte
già avviati con la Riforma Mac Sharry (1992), puntano alla creazione
di un nuovo modello agricolo europeo. Gli obiettivi sono:
- un'agricoltura competitiva, in grado di confrontarsi autonomamente
sul mercato mondiale. Di conseguenza si abbatteranno gradualmente i meccanismi
di garanzia sia per rispondere alle pressioni dei paesi terzi, sia per
fare fronte agli enormi costi per il bilancio pubblico, ed agli elevati
effetti distorsivi;
- un'agricoltura sana, rivolta alla salvaguardia dell'ambiente ed alle
esigenze salutistiche dei consumatori;
- un'agricoltura multifunzionale, per la quale non vi è una
finalità esclusivamente produttiva, ma anche di salvaguardia della
varietà di paesaggio e della vitalità delle comunità
rurali;
- una Politica Agricola Comune semplificata, più comprensibile
soprattutto per quanto concerne l'autonomia decisionale di ogni Stato membro
nell'ambito del disegno comune. Da questo discende la necessità
di una più chiara motivazione della spesa pubblica in agricoltura,
da intendere come il tangibile contribuito che la collettività destina
agli operatori agricoli per i servizi che essi offrono.
Per garantire questi obiettivi si indicano chiaramente cinque principali linee d'intervento:
a) abbattimento dei meccanismi di protezione del mercato interno comunitario;
b) sostegno prioritario dello sviluppo delle aree rurali;
c) inquadramento delle problematiche agricole in un contesto multisettoriale
e multidisciplinare;
d) affermazione di diverse forme di sviluppo, diversificate in funzione
delle naturali vocazioni locali, ossia maggiormente rivolte allo sviluppo
endogeno;
e) sussidiarietà tra Unione, Stati, Regioni e Amministrazioni
locali.
Come specificato nelle proposte legislative formulate nel marzo '98
(Agenda 2000: le proposte operative), la riforma attuale mira a garantire
un approccio globale, snello e non burocratico per rendere l'agricoltura
europea sostenibile nel lungo periodo, a vantaggio non solo dell'industria
agricola dell'Unione Europea, ma anche dei consumatori, dell'occupazione
e in definitiva dell'intera società europea.
Di fatto tali orientamenti chiamano l’agricoltura ad un nuovo forte
impegno verso un rapido recupero della competitività delle imprese
su un mercato sempre meno garantito. Tale riforma imporrà quindi
un rinnovato impegno nel miglioramento dei processi produttivi, riducendo
i costi unitari di produzione e, contemporaneamente, soprattutto dove non
sia possibile agire in questa direzione, favorendo il processo di valorizzazione
qualitativa, facendo leva sulla tipicità dei prodotti e delle tradizioni
produttive e di consumo locali, auspicando l’affermazione in nicchie di
mercato, nelle quali poter agire secondo strategie concorrenziali non fondate
sui prezzi ma sulla diversificazione del prodotto.
2.2.2 Gli effetti dell’Unione monetaria
L’UME determinerà una nuova situazione in cui cesseranno molte
delle strategie attuate per il governo dell’agricoltura dei Paesi della
UE. In primo luogo si assisterà alla scomparsa degli automatismi
agrimonetari in conseguenza dell’eliminazione delle turbolenze dovute ai
cambi.
In secondo luogo il passaggio dalla lira all’Euro comporterà
l’utilizzo di una moneta più forte, che determinerà un peggioramento
delle condizioni di scambio con Paesi esterni all’UME, con una ulteriore
riduzione della competitività della nostra agricoltura sui mercati
internazionali.
Si evidenzieranno così in misura maggiore gli effetti dovuti
ai differenziali di competitività tra l’agricoltura italiana e le
altre agricolture europee, che interesserà soprattutto alcune filiere
caratterizzate da un basso grado di differenziazione del prodotto, come
nel caso delle produzioni cerealicole, mangimistiche e zootecniche.
La rivalutazione del tasso di conversione agricolo, conseguente all’introduzione
dell’euro anche nei pagamenti compensativi produrrà a partire dal
‘99 una riduzione dei redditi delle imprese agricole italiane, che allo
stesso tempo dovranno sopportare anche gli effetti della nuova Pac, con
la riduzione complessiva degli aiuti e dei meccanismi di garanzia. Gli
agricoltori che si troveranno a dover operare su mercati sempre più
ampi e meno garantiti dovranno fronteggiare la questione della competitività
della propria impresa, sia sul piano dei costi che sul piano commerciale.
2.2.3 Il futuro della Pac
Il regime dei prezzi è ormai destinato a scomparire in ragione
dei crescenti attriti con le tendenze commerciali mondiali, dei mancati
risultati che in trenta anni esso avrebbe dovuto produrre e, soprattutto,
per gli effetti frenanti sui meccanismi d’adattamento strutturale del sistema
imprenditoriale operante nel settore. Anche lo stesso meccanismo delle
indennità compensative sembra essere destinato a rappresentare uno
strumento transitorio, soprattutto per gli effetti di sovracompensazione
che si sono venuti a creare con il passaggio dai meccanismi di prelievi
variabili alle tariffe, a causa dei notevoli mutamenti dei prezzi mondiali
e della svalutazione di alcune monete.
Tale strumento sembra inadeguato per il futuro dell’UE, soprattutto
alla luce delle nuove adesioni PECO.
Nell’Agricultural Strategy Paper del ’95 il Commissario per l’agricoltura
e lo sviluppo rurale (Fischler) e quello per le relazioni internazionali
(Van der Broek), di fronte ai nuovi scenari mondiali e di assetto della
stessa UE, hanno sviluppato tre ipotesi evolutive: una di completo mantenimento
degli attuali orientamenti PAC, estendendoli anche al blocco PECO; una
di totale smantellamento; una intermedia alle precedenti, più credibile
delle altre, fondata sul netto ma graduale ridimensionamento degli attuali
meccanismi in favore di una crescente azione di politica rurale più
integrata.
L’ampliamento delle adesioni alla UE, nell’ipotesi del mantenimento
inalterato di certi meccanismi d’intervento produrrebbe una vertiginosa
crescita degli oneri della PAC, senza contare le tensioni che potrebbe
produrre una politica di sostegno dei prezzi nei Paesi PECO, dove si ha
un tenore di vita sensibilmente più basso e dove già la spesa
media alimentare sui consumi totali è percentualmente doppia dei
valori registrati negli attuali Paesi della UE. Infine, anche per quanto
riguarda gli importi compensativi, sarebbe alquanto difficile applicare
questa azione per i nuovi Paesi membri, in quanto questi non avrebbero
di fatto motivo di essere ammessi a tale genere di intervento, appositamente
sviluppato per far fronte ai tagli dei prezzi istituzionali di cui hanno
sofferto solo le agricolture dei Paesi già attualmente aderenti
alla Unione.
Sia per i problemi di adesione all’Unione Europea dei Paesi PECO, sia
in coerenza con i principi enunciati con Agenda 2000, ed ancor prima formulati
con la Dichiarazione di Cork, è indispensabile giungere ad una radicale
revisione della PAC, mantenendo senza dubbio l’interesse per una minima
azione di stabilizzazione dei mercati, ma agendo in primo luogo incentivando
lo sviluppo delle aree rurali, stimolando le attività economiche
che in esse possono avere luogo, nel rispetto, ed anzi in favore della
salvaguardia, dei valori ambientali, paesaggistici e storici, nella consapevolezza
che tali elementi sono nel contempo una risorsa produttiva ed un patrimonio
collettivo.
2.3 La dimensione nazionale
L’agricoltura italiana si caratterizza attualmente per una struttura
del sistema produttivo estremamente diversificata, con un’elevata specificità
locale, nonostante il trentennale sforzo di uniformazione. Tuttavia lo
scenario nazionale è dominato da questioni di carattere politico-economico,
in primo luogo legate all’esigenza diffusa di recuperare, in seno agli
orientamenti comunitari, una propria identità nazionale e di risolvere
il problema interno di coordinamento tra Stato, Regioni ed Enti delegati.
La mancanza di una politica agricola a livello nazionale, sommata alle
aumentate difficoltà dovute agli effetti degli accordi internazionali,
all’applicazione dei vari regimi di contingentamento obbligato (quote,
ecc.), alla perdita di peso rispetto ad altri soggetti del sistema (industria,
distribuzione) ha comportato il rischio di una destrutturazione selvaggia
del nostro sistema agroalimentare (basti pensare ai processi di riorganizzazione
del sistema agro industriale)
In particolare, le strutture produttive del mezzogiorno sono state
per molto tempo presentate come la causa principale del disagio produttivo.
In effetti la composizione fondiaria ridotta e frammentata per gli antichi
condizionamenti sociali (peraltro da tener presente per non commettere
l’errore di affrettati giudizi storici) ha comportato la creazione di unità
produttive spesso strutturalmente deboli e mal equilibrate. Occorre, però,
riconoscere che gli adattamenti mesi in atto (spesso più per la
capacità di autogoverno del mondo agricolo che per azioni di politiche
mirate) hanno da tempo migliorato le condizioni produttive almeno nelle
aree più fertili. E’ necessario poi ricordare che alle strutture
di base i produttori agricoli hanno saputo affiancare strutture di servizio,
sia a monte che a valle, per agevolare la produzione e valorizzarla in
termini di valore aggiunto.
Si tratta di strutture realizzate con una continua opera di capitalizzazione
delle campagne resa possibilie da una politica economica sensibile e dalla
partecipazione dei produttori più attivi.
Prioritario è perciò l’obiettivo del superamento di una
visione monofunzinale dell’impresa agricola, per un’agricoltura multifunzionale.
In secondo luogo, occorre, rispetto al mezzogiorno, sviluppare una
capacità di analisi critica della realtà per poter disegnare
una politica istituzionale adeguata.
*********
La tentazione di leggere le questioni
agricole in chiave neocorporativa è ancora forte nel nostro paese.
Certo, una lunga esperienza di politiche mirate alla pura tutela degli
assetti produttivi esistenti ha favorito in molti produttori, e più
in generale nel mondo agricolo, l’atteggiamento pericoloso di ritenere
irreversibile la mera rivendicazione di misure di sostegno, trascurando
le strategie produttive-aziendali e il loro collegamento con il disegno
programmatorio della spesa pubblica agricola. In tale modo ogni tentativo
di finalizzare l’intervento finanziario pubblico a strategie di riassetto
fondiario, produttivo, qualitativo e di mercato non conseguiva l’atteso
risultato.
La mancanza
di raccordo fra aziende e strategie di spesa pubblica agricola ha indebolito
complessivamente il settore, specialmente nei confronti della competizione
europea, anche se singole aziende riuscivano a raggiungere risultati positivi.
Le modifiche
alla PAC e la chiusura dei flussi di spesa nazionali hanno però
rapidamente manifestato la fragilità di questi risultati individuali.
Sarebbe allora sbagliato contrapporre
al già citato neocorporativismo una politica di modernizzazione
del settore pensata senza coinvolgere i produttori, o magari imponendola
a rappresentanze sindacali di categoria, oggi più deboli rispetto
a ieri.
Le grandi sfide della
competizione internazionale, le trasformazioni della Pac contenute nei
regolamenti originati da Agenda 2000, il mutato ruolo dell’azienda agricola
in ragione della sua multifunzionalità rappresentano il nuovo verso
il quale deve essere proiettata e coinvolta la nostra agricoltura.
Occorre quindi accettare
la competizione internazionale anche su mercati difficili, come quelli
agroalimentari, ma bisogna anche saper sviluppare una molteplicità
di funzioni, per altro svolte da sempre dall’agricoltura, ma che solo oggi
vengono valorizzate. Ci si riferisce alla qualità dei prodotti tipici,
al mantenimento della presenza umana sul territorio e del paesaggio rurale.
Questa modernizzazione, paradossalmente, avrà
come conseguenza la valorizzazione economica delle aziende e degli
uomini dell’agricoltura, nella misura in cui verranno mantenuti equilibri
ambientali, naturali, sociali.
L’attività agricola costituisce
infatti un fattore primario per lo sviluppo dell’area rurale. Su questa
constatazione si fonda l’impegno finanziario dell’UE, a favore delle aziende
e degli uomini che operano in questo contesto.
2.3.1 Il rilancio di una politica nazionale
In questi ultimi mesi l’esigenza di recuperare un’identità nazionale
nelle questioni agricole, ha dato luogo all’istituzione del Tavolo Agricolo,
che rappresenta un punto di partenza estremamente importante. Tale iniziativa
non è in contrasto con la scelta europeista, essendo invece finalizzata
a mantenere viva, in seno all’Unione, l’identità dell’agricoltura
italiana, e ad accentuare una piena consapevolezza interna delle problematiche
agricole nazionali. L’obiettivo è pertanto quello di adottare una
decisa linea di affermazione comunitaria di tali questioni interne, soprattutto
per quanto riguarda le produzioni mediterranee.
In seguito ai recenti episodi legati alle quote latte e alle produzioni
oleivicole, sono stati in molti nel nostro Paese a chiedersi in quale misura
l’attuale politica comunitaria sia ancora un elemento favorevole allo sviluppo
dell’agricoltura italiana. Questa sensazione è confermata da alcuni
dati significativi che indicano inequivocabilmente come l’agricoltura del
nostro Paese, come dell’intero bacino mediterraneo, rischi di essere sempre
più emarginata in seno alla PAC. Mentre nel ’92 fruivamo di finanziamenti
comunitari sul solo fronte FEOGA Garanzia di 5.134 milioni di ECU, pari
ad oltre il 16% dell’intera voce di spesa comunitaria, nel ‘95 tali finanziamenti
sono scesi a 3.364 milioni di ECU, con un’incidenza percentuale giunta
al di sotto del 10% della spesa totale. Tale tendenza è confermata
dai dati del ’96, con una contribuzione dell’Italia al bilancio U.E. di
17.819 miliardi di lire, contro gli 11.255 miliardi ricevuti.
Il problema di un recupero parziale di una certa autonomia politica
in materia di agricoltura, oltre ad essere evidentemente auspicato, è
concretamente sentito anche a livello comunitario, dove, con la Comunicazione
del 19 settembre ‘97 (G.U. 97/C 283/02), si indica chiaramente la necessità
di consentire ad ogni Paese membro una maggiore libertà operativa
per una politica nazionale di settore: il salvataggio e la ristrutturazione
delle imprese in difficoltà sono operazioni che ogni Stato può
attivare entro i limiti fissati dall’art. 92 del Trattato Ce, previo parere
della Commissione. Nel documento sono distinti gli interventi su piccole
medie imprese (Pmi) agricole e quelli su grandi imprese, fissando precise
regole sulle modalità, portata e durata degli interventi ammissibili.
Al di là dell’esigenza di riaffermare una politica agricola
nazionale, il problema principale resta quello dello spostamento del baricentro
politico comunitario in favore di una maggiore azione di tutela delle produzioni
mediterranee e dei prodotti di qualità in genere. Di fatto l’Agenda
2000, non contiene indicazioni in tal senso e non sembra neppure
indicare delle reali opportunità per un maggiore peso dei prodotti
tipici mediterranei, in primo luogo per l’ortofrutta.
********
Le istituzioni hanno il compito di individuare una politica efficace
per intervenire nel sistema e cercare di migliorarlo. Se questo non
avviene ecco che sorgono le difficoltà.
Per questo il problema di massima urgenza, intorno al quale è
necessario giungere a delle chiare soluzioni, è rappresentato dall’attuale
organizzazione di governo dell’agricoltura italiana, ossia del ruolo del
Ministero per le Politiche Agricole, delle Regioni e degli Enti Delegati.
Al di là delle questioni legate ad un complessivo progetto di decentramento
federalista delle funzioni, gli stessi orientamenti PAC spingono verso
un sistema di gestione delle questioni agricole di tipo bottom-up, richiamando
gli Enti locali ad una maggiore partecipazione alle fasi progettuali del
governo locale e non solo alle connesse funzioni burocratico-ammministrative.
Attualmente esistono delle condizioni di rigidità tali da pregiudicare
la modulazione regionale dei provvedimenti comunitari e l’affermazione
di un modello di sviluppo diversificato e sostenibile, così come
auspicato esplicitamente anche nella Dichiarazione di Cork. Il problema
è in parte da ricercarsi negli stessi vincoli imposti in sede comunitaria
ed in parte anche nell’attuale organizzazione nazionale e, nell’ambito
di questa, soprattutto del ruolo dell’AIMA.
********
Oltre a tali questioni di generale riordino della politica nazionale
di settore, l’agricoltura italiana è attualmente interessata anche
dai problemi prodotti dalle riforme sociali, dalle ultime Finanziarie,
dalla riorganizzazione di alcune OCM (latte ed olio in testa) e dalle insufficienze
del credito.
Con la riforma dello Stato sociale è previsto un cambiamento
dei requisiti per accedere alle pensioni di anzianità, con un’elevazione
progressiva per i coltivatori diretti dell’aliquota contributiva, l’introduzione
di uno sbarramento alle prestazioni sociali agevolate e l’elevazione dell’età
di accesso alla pensione. Contribuiranno in modo rilevante anche le contrazioni
alle riduzioni contributive previste per le zone montane e svantaggiate,
nonché per il mezzogiorno.
Altre novità poco favorevoli sono giunte dalla Finanziaria in
materia di imposte. Per adeguarsi alle direttive comunitarie, il settore
è stato interessato dalla riforma delle aliquote IVA, passate da
quattro a tre, con l’aumento dell’aliquota su diversi prodotti. A tale
provvedimento si è aggiunta anche l’Imposta Regionale sulle Attività
Produttive (IRAP), imposta destinata a gravare in modo rilevante, soprattutto
nei prossimi anni, dopo che sarà concluso il periodo transitorio.
In ambito OCM i problemi maggiori si manifestano nell’ambito dei meccanismi
di limitazione della garanzia a determinate quote. Il caso delle quote
latte e della QMG europea per la produzione olearia comunitaria hanno evidenziato
diversi problemi riconducibili tanto ai meccanismi di funzionamento dei
regolamenti che alle azioni di controllo.
Per quanto riguarda il credito in agricoltura con la despecializazzazione
delle operazioni di credito si è privata la categoria imprenditoriale
agricola di interlocutori qualificati, capaci di interpretare lo strumento
creditizio in un settore, come quello agricolo, caratterizzato da aspetti
estremamente diversi dalle altre attività produttive. Anche per
effetto di tale manovra, le sofferenze sono sensibilmente aumentate e,
con esse sono lievitati i tassi applicati, giungendo a dei livelli superiori
a quelli in uso per altre attività economiche e con la presentazione
di garanzie reali, spesso accompagnate da altre garanzie supplementari.
Il rilancio dell’agricoltura nazionale deve partire da un’azione si
sostegno alle imprese agricole, considerandole sotto il profilo produttivo,
sociale e ambientale, in un contesto di sviluppo integrato dello spazio
rurale, secondo i principi enunciati in precedenza.
Le imprese agricole sono al centro di interessi di natura economica,
sociale e territoriale, per il fatto che sono moltissime le aziende familiari
di piccole dimensioni distribuite in tutto il territorio. La loro presenza
è utile per mantenere il legame tra l’uomo e il territorio, così
da tramandare nelle generazioni la cura della terra e dell’ambiente in
cui si trova. Per queste ragioni la Comunità europea ha sempre tenuto
in alta considerazione la figura dell’imprenditore agricolo, in particolare
quello a titolo principale. A questo proposito la normativa comunitaria
definisce tale soggetto colui che esercita l’attività agricola ricavandone
almeno il 50% del reddito, possiede una sufficiente capacità professionale,
predispone un piano di miglioramento dell’azienda, si impegna a tenere
una contabilità semplificata e un bilancio. Questi requisiti sono
necessari per poter chiedere sovvenzioni.
Questo approccio, anche se in termini molto differenziati, ha una valenza
mondiale ed attribuisce alle imprese agricole un ruolo estremamente diverso
da quello in cui esse erano tradizionalmente inquadrate. In quest’ambito,
una politica di sviluppo del settore a partire dal sostegno alle imprese
agricole, dovrà affrontare uno scenario caratterizzato, da una parte,
da un quadro di vicoli più oneroso e, dall’altra, da una serie di
nuove opportunità produttive (agriturismo, biologico, forestazione,
ecc.) e di nuovi strumenti di sviluppo (sull’esempio francese dei contratti
di programma di tipo ambientale tra Pubbliche Amministrazioni locali, Comuni
e imprese agricole), in grado di conciliare l’uso delle risorse rurali
per il contemporaneo soddisfacimento dell’iniziativa privata e degli interessi
pubblici.
Pertanto, una politica di sostegno delle imprese agricole, secondo
questa ottica, implica delle strategie estremamente ampie, corrispondenti
al soddisfacimento di uno sviluppo sostenibile contemporaneamente dal punto
di vista economico, sociale ed ambientale.
3.1 L’impresa agricola come soggetto produttivo
3.1.1
Interventi strutturali
Il primo necessario intervento di rilancio delle imprese agricole deve
riguardare la loro capacità produttiva, attraverso un abbattimento
dei fattori limitanti l’efficienza produttiva, siano essi legati alle dotazioni
fondiarie, sia alle dimensioni assolute dei fondi.
In primo luogo occorre quindi rendere idonee alle sfide del futuro
le caratteristiche strutturali delle aziende, riqualificandole sia al fine
dell’efficienza economica, necessaria per sostenere il confronto sui mercati,
sia della sostenibilità dei processi produttivi, secondo le responsabilità
indotte dal ruolo multifunzionale, sia per il valore sociale che le attività
agricole e il territorio rurale ricoprono.
In particolare, sarà necessario determinare un assetto dei fondi
tale da assecondare in misura maggiore le esigenze dei mercati, sia per
quanto riguarda una maggiore flessibilità nell’indirizzo produttivo
(capacità maggiori dell’imprenditore di variare l’assortimento dei
prodotti realizzati), sia per quanto riguarda un maggiore livello di competitività
merceologica, tanto in termini di costi di produzione (soprattutto in relazione
alle potenzialità di meccanizzazione delle operazioni in base alle
caratteristiche del fondo) che di qualità dei processi e dei prodotti
(caratteristiche degli impianti di produzione della materia prima, di quelli
di trasformazione, ecc.).
Naturalmente una seria politica d’incentivazione degli interventi strutturali
implica un aiuto per quanto riguarda le risorse materiali (capitali da
investire) ed umane (capacità imprenditoriali), necessarie per avviare
tali processi di trasformazione. Questo significa avviare una seria politica
degli investimenti, favorendo l’afflusso nel settore agricolo di capitali
esterni e agevolando le condizioni di credito. Questa operazione deve essere
accompagnata da un intervento rivolto alla formazione degli imprenditori,
fornendo loro le capacità per effettuare le scelte (formazione professionale,
anche di tipo permanente), oppure assistendoli con efficienti servizi di
assistenza tecnico-economica.
Tuttavia il problema degli interventi strutturali si scontra anche
con problemi legati alle caratteristiche di rigidità del mercato
fondiario italiano (sia in termini di compravendita, sia di affitto) e
ad una categoria imprenditoriale spesso poco incline agli investimenti,
talvolta per l’oggettiva scarsità di risorse e per il lungo tempo
di ritorno dei capitali, ma molto più spesso per problemi di età
di chi è chiamato ad effettuare una scelta di lungo periodo come
è appunto quella di trasformazione del fondo.
L’altro elemento che frena maggiormente lo sviluppo futuro delle imprese
in un contesto di mercati sempre più competitivi è rappresentato
dalle dimensioni dei fondi agricoli, che influenzano il livello dei costi
di produzione e le possibilità di realizzare economie di scala.
Per questo aspetto occorre pertanto sviluppare una concreta politica
di riordino fondiario attraverso i seguenti strumenti:
- diritti di prelazione;
- affitto;
- meccanismi fiscali e procedurali;
- credito;
- interventi diretti di riordino fondiario, almeno in alcune zone (spesso
marginali) dove i processi di frazionamento raggiungono livelli estremi.
Tale politica va poi inserita nell’ambito della PAC, le cui modalità
attuative devono essere più vicine alla cultura degli imprenditori
agricoli italiani, per i quali, per esempio, non sono utili iniziative
come quelle di prepensionamento, che, infatti, non hanno mai raggiunto
livelli significativi di adesione.
Con particolare riguardo al tema dei contratti di affitto dei terreni,
di cui è noto il problema del rinnovo si resta convinti che la soluzione
migliore sia quella di continuare a percorrere, con rinnovata fiducia,
la via dell’affitto volontario, reincentivando però l’interesse
dei proprietari a stipulare contratti attraverso disposizioni tributarie
di agevolazione, mentre particolari imposte dovrebbero essere introdotte
per i trasferimenti di fondi a soggetti non coltivatori.
L’agricoltura moderna ha bisogno infatti che il contratto di affitto
si presti ad una funzione viva e non statica di gestione e di organizzazione
della produzione con una durata certa ed un’adeguata stabilità che
consenta lo sviluppo dell’impresa. Ha bisogno che accanto al problema della
regolamentazione dei contratti sia affrontato quello dell’accesso alla
proprietà agricola e, soprattutto, richiede la permanente considerazione
della tutela sociale del lavoro come motore dell’impresa.
3.1.2 Interventi
per la competitività
Il processo di globalizzazione dei mercati renderà necessario
intervenire sul recupero della competitività dell’impresa agricola
agendo, oltre che in termini di generale riordino fondiario e strutturale,
anche sul contenimento dei costi e, soprattutto per l’Italia, sulle azioni
di differenziazione qualitativa dei prodotti.
Il primo fronte sul quale intervenire è quello dell’armonizzazione
dei costi di produzione rispetto ai livelli raggiunti dai principali concorrenti
internazionali. Spesso i maggiori oneri di produzione in Italia sono riconducibili
ad una mancata riorganizzazione strutturale e professionale, che nel nostro
Paese incontra difficoltà insormontabili a causa della scarsa dinamicità
imprenditoriale, spesso causata dai problemi d’accesso al credito e dalle
dimensioni non ideali delle aziende. Oltre ai necessari interventi in favore
di una politica creditizia più favorevole e per la ricomposizione
fondiaria, una seria politica di riduzione dei costi di produzione passa
innanzitutto attraverso una riqualificazione professionale degli imprenditori
ed un rinnovamento generazionale, favorito da una politica d’ingresso dei
giovani in agricoltura.
L’armonizzazione dei costi deve inoltre riguardare gli oneri fiscali
e contributivi, auspicando una rimodulazione del prelievo nel rispetto
delle diverse condizioni strutturali e di rischio che caratterizzano l’agricoltura
rispetto alle altre attività produttive, considerando anche la situazione
esistente nei principali Paesi principali concorrenti.
Più specificatamente sarà necessario operare su:
- il costo del lavoro, sia per quanto concerne gli oneri sociali e l’elasticità
del fattore (lavoro interinale, forme autogestite, ecc.);
- i costi di acquisizione dei mezzi tecnici di produzione;
- il regime fiscale;
- il credito.
Per quanto riguarda il credito, si ritiene che la riforma della legislazione
sul credito per l'agricoltura dovrà qualificarsi, in particolare,
per alcuni aspetti (peraltro in larga parte contenuti nella proposta
di riforma predisposta dal MIPA).
In primo luogo va condivisa la separazione del credito agrario dall'incentivo
(agevolazioni), sia per ragioni oggettive di scopo/fine, sia per la considerazione
che il produttore agricolo è ormai un soggetto adulto, che non ha
bisogno dell'intermediazione pubblica nella contrattazione del costo del
denaro.
Sotto il profilo scopo/fine
va tenuto presente che il credito e un mezzo di produzione e che il concorso
sugli interessi è uno strumento di politica agraria.
I produttori sanno contrattare
con le banche e il tasso di riferimento da tempo
è diventato per loro più un vincolo che una protezione. Per
questo il trasferimento dell'incentivo al produttore agricolo (parte contrattuale
comunque debole) contribuisce a dare forza contrattuale (esempio con qualche
analogia: riforma della legislazione sui Consorzi di difesa).
In secondo luogo non va dimenticato che oggi è meno strategico
per l’impresa il costo del denaro (l'area finanziaria) rispetto solo a
qualche anno fa, e questo soprattutto in seguito alla caduta dei tassi,
all'ingresso in Europa, e per l’accresciuta cultura finanziaria degli imprenditori
agricoli; tutti fenomeni che hanno contribuito a ottenere tassi di interesse
sostanzialmente accettabili. Molto più strategico è invece
il fattore semplicità e tempestività nell'accesso al credito,
anche in relazione alla rapidità e flessibilità delle decisioni
aziendali, per cui assume maggior rilevanza strategica l'area della garanzie.
Occorre riflettere con attenzione, alla luce delle esperienze fin qui
maturate, se occorra perseguire in maniera univoca il percorso dei "Consorzi
Fidi", o se non convenga ripartire anche dall'esperienza del FIG e del
FIG sezione speciale, in una prospettiva di unificazione dei due strumenti,
di articolazione "regionalista" degli stessi e di compartecipazione dei
diversi soggetti interessati (Produttori, Pubblica Amministrazione, Banche).
3.3.3 Interventi per la qualità dei prodotti
In Italia le possibilità di recupero della competitività
delle produzioni sul piano dei costi sono in molti ambiti pregiudicate
da una serie di vincoli di politica economica nazionale (legati al debito
pubblico, alla fissazione del costo del lavoro, ecc.) e di carattere tecnico
(condizioni agronomiche).
Per rimediare a questa situazione sarà necessario operare attraverso
la differenziazione qualitativa dei prodotti italiani, sia in base alle
caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche da essi posseduti, sia
per quelle edonistiche, riconducibili ad una percezione da parte dei consumatori
delle caratteristiche che il prodotto detiene in ragione di una certa tipicità
del luogo e dei metodi di produzione. La differenziazione qualitativa del
prodotto italiano consentirà la costituzione di nicchie di mercato
governate da una concorrenza non fondata sui prezzi, ovvero da mercati
dove la domanda non è sensibile tanto ai prezzi, quanto alla qualità
degli alimenti: solo in tale modo sarà possibile continuare a difendere
certi prodotti che, a causa di un maggiore ed incomprimibile costo di produzione,
debbono essere commercializzati a dei prezzi che non potranno mai raggiungere
i livelli dei diretti concorrenti. È questo il caso di molti degli
oli extra vergini di oliva italiani, per i quali il maggiore prezzo è
giustificato da un principio di superiorità che va oltre alle caratteristiche
qualitative misurabili. Questa politica di recupero della competitività
sul piano qualitativo richiede una seria azione di certificazione e di
controllo, evitando tutte le possibili forme di speculazione.
L’azione di recupero e valorizzazione della qualità dei prodotti
e degli stessi processi produttivi, non esasperando l’efficienza del sistema
produttivo in termini di volumi, rappresenta una linea strategica pienamente
coerente con lo sviluppo sostenibile. Con essa, infatti, vengono riqualificate
le naturali vocazioni produttive locali e molti aspetti, che in un processo
di omologazione produttiva mirata al contenimento dei costi rappresenterebbero
dei vincoli, assumono significato di elementi alla base della tipicità
del prodotto ottenuto.
Inoltre, legando la qualità superiore di un prodotto alla tipicità
del luogo, si determina una maggiore relazione tra il bene alimentare ed
il territorio nel quale si realizza, con enormi vantaggi, soprattutto per
quei prodotti potenzialmente più soggetti al trasferimento fisico
e concentrazione dei semilavorati in industrie di trasformazione e commercializzazione
distanti dal luogo di produzione della materia prima.
3.2 L’impresa agricola come soggetto sociale
Coerentemente con quanto affermato in premessa i Popolari ritengono
di dover ribadire, almeno in termini di priorità, l’importanza dell'impresa
familiare a conduzione diretta. Questa priorità di interessi non
vuole certo limitare le possibilità di sviluppo imprenditoriale
a nessuno, ma intende difendere le diverse tipologie, prevedendo per ciascuna
di esse un’azione mirata, sia in termini di tetti massimi, sia di priorità,
operando, peraltro, secondo criteri già percorsi, senza troppe sofferenze
ideologiche, dagli stessi USA.
In secondo luogo, agendo sinergicamente agli
stessi indirizzi comunitari in materia d’impiego professionale giovanile,
la politica di sostegno delle imprese operanti nel settore agricolo deve
passare attraverso il sostegno della presenza giovanile, in modo tale da
favorire il passaggio generazionale, la formazione e l'assistenza tecnica,
nonché una rete di servizi reali all'impresa, anche al fine di migliorare
la qualità della vita.
Quest’ultima affermazione introduce il tema dello sviluppo locale dell’agricoltura.
Tale sviluppo, oltre che essere riconducibile al grado di successo economico,
determinato dalle potenzialità produttive locali, è da ricercarsi
anche nel complessivo assetto territoriale, per quanto concerne le dotazioni
in termini di servizi locali e la complessiva qualità della vita.
In altri termini, in molti ambiti, pur non esistendo impedimenti tecnici
allo sviluppo agricolo, esiste il problema di un grave livello d’esclusione
sociale, tale da scoraggiare la permanenza, a prescindere dal successo
economico delle attività praticabili.
Una azione di rivitalizzazione delle attività agricole, soprattutto
nelle aree più marginali, deve innanzitutto partire dalla garanzia
di accesso da parte della popolazione locale ad una serie di servizi, a
partire da quelli di assistenza sanitaria, sino a quelli di istruzione,
trasporti pubblici, comunicazione (posta, telefoni, ecc.).
Il processo di concentrazione di questi servizi di pubblica utilità,
ispirandosi ad una efficienza misurata esclusivamente in termini di costi
di gestione, oltre che nascondere una profonda ingiustizia, potrebbe condurre
ad un ulteriore accentuarsi dell’esodo rurale, alimentando nuovi fenomeni
di abbandono del territorio con tutti gli effetti di dissesto connessi.
In tali condizioni, i minori costi conseguenti alla concentrazione di tali
servizi, verrebbero probabilmente vanificati dai maggiori costi che si
dovrebbero sostenere per i più frequenti fenomeni di degrado ambientale
(incendi, frane, smottamenti, ecc.).
Per tale motivo, è necessario che la valutazione dell’efficienza
distributiva dei servizi pubblici tradizionali (scuola, sanità,
poste, trasporti) non avvenga esclusivamente in termini di densità
di popolazione, ma contempli anche la garanzia di un livello minimo di
diffusione territoriale, riservando particolare attenzione ai soggetti
agricoli, non certo in termini gratuiti, ma in virtù del ruolo sociale
che essi ricoprono in favore della collettività.
3.3 L'impresa agricola come soggetto ambientale
Si è detto che l’inquadramento dell’agricoltura in un contesto
polifunzionale determina un ruolo delle imprese agricole non solo nell’ambito
delle produzioni alimentari ma anche in quello della tutela ambientale.
Come sottolineato in più punti del documento, la definizione
dell’impresa agricola come soggetto ambientale determina per gli operatori
del settore una nuova serie di responsabilità, tutte incentrate
allo sviluppo di un equilibrio tra processi produttivi e ambiente. Questi
principi evidenziano come i fondi rurali, rappresentino una risorsa sia
per le imprese, come fattore produttivo, sia per la collettività,
come componente del territorio dove la popolazione non solo svolge le proprie
attività economiche, ma anche attività di tutela ambientale
e ricreative.
L’impresa quale soggetto ambientale, se da una parte impone agli imprenditori
una diversa sensibilità, sempre più spesso codificata in
una crescente serie di divieti e di vincoli, dall’altra parte richiama
la collettività ad un riconoscimento dei servizi ambientali che
essa garantisce a tutti. In base a tale considerazione è necessario
remunerare tali servizi in misura tanto maggiore quanto minori sono le
opportunità delle imprese di internalizzare tali servizi nei redditi
e quanto maggiori sono le locali condizioni di marginalità e di
disagio sociale. Questa azione di sostegno pubblico all’agricoltura del
proprio Paese, motivata non più secondo una logica assistenzialistica,
ma in ragione di un riconoscimento tangibile per un servizio che essa offre
alla collettività, restituirebbe al settore una giusta dignità
e consentirebbe di formulare nuovi criteri di allocazione delle risorse.
È fondamentale che la valenza ambientale delle imprese non favorisca
oltremodo una certa cultura giuridica fondata sui divieti, ma sviluppi
una nuova filosofia, basata sulla rivitalizzazione dell’iniziativa privata
nei territori rurali, nel rispetto della multifunzionalità delle
risorse impiegate.
Lo sviluppo futuro dell’agricoltura italiana e comunitaria è orientato ad una sempre maggiore relazione con il mercato, a sua volta caratterizzato da una evoluzione globalizzante. Quest’ultimo processo evolutivo deve avvenire tenendo presente che:
- il mercato non è un valore, ma uno strumento;
- il mercato globale va accompagnato da politiche globali, in termini
di costi, di parametri ambienta1i e igienici, in termini di informazione
e tutela dei consumatori;
- il processo di globalizzazione deve avvenire con la crescita della
domanda solvibile, ossia con la crescita equilibrata ed equamente diffusa
dell'economia mondiale. Questo processo consentirà una crescita
dei mercati solvibili, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi,
offrendo nuove opportunità di sbocchi commerciali sia per le produzioni
di massa scarsamente differenziate (es. cereali), sia per i prodotti di
qualità (es. vino, olio, prodotti caseari, ecc.).
Questo avvicinamento al mercato, che avviene contemporaneamente al processo
di globalizzazione, deve essere guidato da nuove regole atte a favorire
il passaggio da un sistema completamente amministrato ad uno con maggiori
meccanismi di autogoverno.
In questo passaggio evolutivo sarà necessario riconsiderare
la politica UE delle quote, e tutte le altre forme di controllo produttivo,
considerando le esperienze non certo felici del passato ed il nuovo scenario
competitivo mondiale.
Al di là dell’incertezza delle prospettive future delineate
con l’Agenda 2000, sin da ora è comunque possibile immaginare un’evoluzione
destinata a ridurre forme di intervento di questo genere, sia per gli esiti
sino ad oggi ottenuti, sia per gli eccessivi oneri determinati.
Diventa pertanto una necessità per il mondo agricolo e per tutti
i soggetti di filiera, riaffermare con forza un percorso di integrazione
e di programmazione, attraverso una rinnovata politica per l’economia contrattuale,
da costruire non solo in un’ottica di confronto (accordi interprofessionali),
ma anche di "integrazione" (gli Organismi Interprofessionali, le "azioni
verdi").
4.1 L’organizzazione per la certificazione della qualità
Come indicato in precedenza, il processo di valorizzazione qualitativa
rappresenta quindi un’importante opzione strategica per sostenere le imprese
italiane in un mercato europeo sempre meno garantito e sempre più
globale.
La differenziazione del prodotto consentirà di sviluppare delle
nicchie di mercato nelle quali competere non in termini di prezzo, ma di
qualità. Percorrendo questa strategia di valorizzazione qualitativa
si garantiranno i seguenti obiettivi:
- consentire la permanenza di prodotti altrimenti destinati ad estinguersi
per gli eccessivi costi di produzione;
- sviluppare delle barriere d’ingresso per i prodotti che non rispettano
degli standard qualitativi minimi, soprattutto nell’ambito delle caratteristiche
di salubrità;
- conferire ai prodotti italiani una identità più definita
(made in Italy), consentendo una più incisiva azione di marketing
mix;
- legare la qualità del prodotto al territorio così
da coinvolgere l’intera area al successo del prodotto.
Ma il problema della qualità come strategia di mercato non deve
limitarsi alla sola qualità del prodotto, ma deve riguardare anche
la qualità di sistema, ossia la qualità dei processi produttivi
e non solo in relazione agli aspetti che direttamente incidono sulle caratteristiche
del bene alimentare pronto per il consumo finale. In Italia, purtroppo,
siamo ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi come la Francia e la
Gran Bretagna, dove si contano centinaia di aziende che hanno certificato
volontariamente la qualità delle loro attività produttive
secondo le norme ISO 9000. Per le imprese, la scelta della certificazione
qualitativa delle proprie attività, impone il rispetto di un disciplinare
di produzione e comporta maggiori vincoli che talvolta si risolvono anche
in maggiori oneri di produzione. Tuttavia, si deve considerare che già
la certificazione di prodotto determina delle condizioni vincolanti anche
lo stesso sistema produttivo.
Questo processo di valorizzazione sul piano della qualità globale,
dovrà essere affrontato considerando i seguenti problemi:
- limiti di standardizzazione dei sistemi produttivi e dei prodotti,
dovuti alle caratteristiche di variabilità stagionale, tecnica,
ambientale, ecc., tipiche dell’agricoltura;
- capacità di riformare le strutture produttive per renderle
capaci di raggiungere gli standard qualitativi, scontrandosi con i soliti
problemi connessi alle trasformazioni (disponibilità di capitali,
capacità imprenditoriali, ecc.);
- frammentazione del sistema agroindustriale italiano, soprattutto
nell’ambito dei segmenti alti delle filiere (produttori agricoli);
- diffusione della contrattazione interprofessionale e delle forme
di integrazione (orizzontale e verticale), per compensare le caratteristiche
di articolazione tecnica ed economica delle filiere alimentari contrastanti
con i processi di valorizzazione globale;
- informazione dei consumatori, finalizzata al contenimento degli effetti
indesiderati connessi ad un eccessivo proliferare dei marchi;
- sviluppo di un efficiente sistema nazionale di certificazione e controllo,
che da una parte garantisca il consumatore e dall’altra tuteli i produttori
da azioni speculative di vario genere;
- omogeneizzazione dei livelli e dei parametri di
controllo sanitario, al
fine di evitare concorrenze sleali da parte di prodotti di importazione;
- semplificazione delle norme di produzione
e commercializzazione per le produzioni tipiche al fine di
valorizzare anche lo scambio diretto
produttore-consumatore.
4.2 L’organizzazione economica e l’interprofessione
Dato che l’imprenditore agricolo non ha alcuna capacità di realizzare
da solo, le finalità di cui all’art. 39 del Trattato di Maastricht,
è necessario che egli si unisca ad altri soggetti per dar corpo
ad una entità in grado di perseguire tali risultati. Il legislatore
comunitario è stato ben conscio di questa realtà e sin dai
primi anni 60 ha sempre incentivato ogni forma associativa. A questo scopo
furono emanato diversi regolamenti (26/1962, 1360/1978, 2081/1992, 2082/1992).
Nella consapevolezza di fare una considerazione forse scomoda, ci si
chiede se oggi non sia in corso una sorta di gioco delle parti tra Amministrazione
Pubblica e Mondo Agricolo. Da una parte si e costretti a ridurre le politiche
di garanzia, ma, nel contempo, si continua a creare astrusi e complicati
meccanismi di controllo e indirizzo delle organizzazioni economiche dei
produttori, magari per il semplice potere che ciò consente di mantenere,
in favore di categorie burocratiche che vivono solo grazie alle varie torri
di Babele normative, assicurandosi il ruolo di interpreti autentici. Dall’altra
parte si pone il Mondo Agricolo, ancora incapace di affrontare una seria
politica di organizzazione economica delle produzioni, soprattutto in un'ottica
di programmazione finalizzata ad una logica non più assistenzialistica,
ma di efficienza di mercato.
Questa considerazione, vuole essere chiaramente una provocazione per
sottolineare in primo luogo che è giunto il momento di non fornire
più alibi a nessuno: occorre una semplificazione delle procedure
ed una maggiore elasticità normativa, da parte dell’Amministrazione
Pubblica, nei confronti dei vari soggetti economici, trovando riferimento,
senza motivo di scandalo, anche nel diritto commerciale ordinario (pensiamo
all'annosa questione dei rapporti tra Associazioni di Prodotto e Cooperative
e alla natura giuridica delle prime).
In tal senso è compito della politica sciogliere in tempi brevi
alcuni nodi da troppo tempo "irrisolti", in particolare:
- semplificazione e pluralismo normativo, in termini di "tipologie di
riferimento" per la personalità giuridica delle Associazioni di
Produttori;
- revisione della Legge 88/88 sugli Accordi interprofessionali, tesa
a farne un vero strumento di riferimento in termini di economia contrattuale
(l’"erga omnes", l’effettiva ricaduta nei confronti dei soggetti industriali
sottoscriventi, l'allargamento anche al sistema distributivo);
- introduzione, anche nel nostro Paese, di una normativa quadro per
l'interprofessione di filiera.
Occorrerà peraltro valutare, non in un’ottica assistenziale,
ma di "piano di ristrutturazione", se non sarà opportuno avviare
anche politiche di accompagnamento a processi di riorganizzazione del sistema
di Organizzazione Economica dei Produttori (tesa a una semplificazione
e razionalizzazione) in analogia con quanto già fatto per l'Agroindustria
(ad esempio la ristrutturazione dell'industria saccarifera).
Per questo motivo si ritiene che si debba ritornare ad un comportamento
di maggiore coerenza con i contenuti dell’art. 46 della Costituzione, non
tanto in termini fideistici o puramente ideologici, ma nella consapevolezza
che oggi, pur nel dramma di una destrutturazione selvaggia, molto spesso
governata dai Direttori di Banca (quando non dai Magistrati) della seconda
metà degli anni '80, esiste un tessuto di Cooperazione Agricola
diffuso, in molti settori, con situazioni economico-finanziarie che oggi
consentono di farne non il "parente povero" dell'agroindustria (vedi il
rapporto Nomisma de1 1996), ma uno dei riferimenti su cui ricostruire il
futuro della nostra agricoltura, nell’ottica di recupero di quote di valore
aggiunto. Ciò, non in una prospettiva di politiche di privilegio,
ma di reale pari opportunità, nella consapevolezza, tra l’altro,
che il mercato non può essere basato solo su meccanismi autoregolati.
L'integrazione a valle dovrà essere giocata, peraltro, non solo
sul terreno della Cooperazione, ma anche su quello dell'ingegneria societaria,
attraverso un utilizzo maggiormente mirato in questo senso degli strumenti
finanziari pubblici che già operano nel settore agroalimentare,
anche con una maggiore coerenza con le linee d’indirizzo che il Parlamento
ha già voluto indicare.
La funzionalità della P.A. rappresenta oggi uno degli elementi
più importanti per una ripresa dello sviluppo della nostra agricoltura.
Anzi, secondo il parere di molti, essa è uno degli elementi che
maggiormente diversificano le condizioni operative del produttore agricolo
italiano rispetto ai colleghi di altri Paesi.
Occorre una vera rivoluzione copernicana nei rapporti tra funzionario
pubblico e produttore agricolo, assegnando al primo un ruolo di collaborazione
e consulenza e non solo di pura funzione burocratica ed amministrativa,
ormai giunta a livelli di connotazione borbonica. Ciò comporterà
innanzi tutto una ricostruzione culturale e, probabilmente, anche una seria
politica di riforme e di ricambio, come accaduto in Spagna.
Soprattutto nell’ambito delle Amministrazioni regionali e negli Enti
delegati, è auspicabile che la riorganizzazione delle funzioni siano
rivolte al recupero di un più incisivo ruolo propositivo e progettuale,
per la definizione di una politica agricola nazionale, regionale e locale
conforme ad una formulazione di tipo bottom-up. Questo approccio consentirà
di avvicinare maggiormente le linee pubbliche di governo alle aspettative
dei cittadini e degli operatori economici, favorendo una più ampia
e spontanea adesione della collettività alle linee di sviluppo proposte.
Nella revisione del ruolo delle P.A., la riforma del MIPA rappresenta
la punta di un iceberg, alla quale deve combinarsi una coraggiosa riforma
dei poteri locali, stando attenti al fatto che il governo delle autonomie
locali non deve servire a moltiplicare le gabbie burocratiche, ma ad avvicinare
il cittadino, e, quindi, il produttore agricolo, allo Stato. Alcune linee
d’indirizzo per un nuovo rapporto agricoltura / P.A. sono così individuabili,
secondo un percorso già avviato:
- Semplificazione legislativa e burocratica;
- Sportello unico;
- Autocertificazione;
- Principio del Silenzio/Assenso;
- Piena responsabilità del Pubblico Funzionario (non solo se
fa male, ma anche se non fa);
- Introduzione di una Authority per i rapporti Produttore Agricolo
/ P.A. (difensore civico agricolo).
Anche nelle modalità di erogazione dei finanziamenti occorre ridefinire meccanismi più semplici e rapidi (istruttoria del progetto - approvazione dello stesso - immediata messa a disposizione vincolata delle somme stanziate - liquidazione delle stesse sulla base degli stati di avanzamento o delle fatture quietanzate). Un circuito virtuoso potrà essere sviluppato attraverso un’integrazione tra Agricoltura, P.A. e Sistema Bancario.
Da quanto detto in precedenza appare evidente come lo sviluppo dell’agricoltura
richieda una profonda innovazione del sistema produttivo, sia dal punto
di vista tecnologico sia di marketing, a partire dalle imprese sino alla
P.A.
Questa esigenza, combinata alle scelte di uno sviluppo che per essere
sostenibile deve partire dalle peculiarità del sistema produttivo
locale, richiede delle forme di sviluppo non omologate ad un unico best
way, prodotto magari per delle realtà culturalmente e agronomicamente
non paragonabili alle condizioni in cui si trovano le varie agricolture
del nostro Paese.
Deriva da questa scelta strategica e dalla preferenza per uno sviluppo
di tipo endogeno, la necessità di intensificare gli sforzi in favore
della ricerca e della sperimentazione nazionale, soprattutto in favore
delle innovazioni non brevettabili.
Un primo intervento dovrà essere rivolto al completamento della
riforma degli istituti di ricerca afferenti al MIPA, mirando ad una loro
riorganizzazione in un organismo coordinato dal Dipartimento per l’innovazione
e valorizzazione della qualità, in cui sia chiara la funzione di
servizio che s’intende offrire, ed evitando qualunque forma di polverizzazione
delle risorse.
Una particolare attenzione dovrà essere rivolta al potenziamento
delle relazioni con le Università e con il CNR, sia per quanto riguarda
le risorse disponibili sul piano della ricerca e della sperimentazione,
sia per la formazione di professionisti in grado di rispondere alle sempre
più diverse esigenze del settore.
Affinché le attività di ricerca e sperimentazione possano
avere i massimi effetti è indispensabile anche lo sviluppo di un
efficiente sistema di formazione professionale e di assistenza tecnico-economica.
Tutti questi obiettivi dovranno confluire in un unico progetto integrato,
immaginando un inquadramento organico di questi quattro elementi, con un
efficiente sistema di comunicazione bidirezionale, di divulgazione delle
innovazioni e di orientamento della ricerca, al fine di soddisfare le esigenze
più impellenti degli operatori del settore. E’ solo mantenendo questo
dialogo che potrà essere garantito il contatto con la base del sistema
produttivo, evitando dei filoni di ricerca sterili, sia a causa dell’impossibilità
di raggiungere gli operatori agricoli, sia perché lontani dalle
problematiche reali e pertanto privi di una ricaduta pratica.
Per la più ampia e corretta diffusione delle innovazioni, e
per lo stesso orientamento della ricerca, è indispensabile l’elevazione
della professionalità degli operatori dell’agroindustria. Ciò
soprattutto di fronte alle nuove responsabilità che il ruolo polifunzionale
attribuisce agli imprenditori agricoli e per le stesse nuove potenzialità
produttive che tale situazione offre, ma per le quali è indispensabile
un rilevante aggiornamento, se non addirittura una completa riconversione,
delle capacità imprenditoriali.
Quanto segnalato nei capitoli precedenti costituiscono già
una sorta di programma di politica agricola. In questo capitolo finale
si intende semplicemente riassumere le linee di indirizzo.
Prima di formulare tali linee, che il Ppi si impegna a portare
avanti, si preferisce ribadire alcuni principi che indicano le direzioni
e le mete che si intendono raggiungere. Questi sono:
a) adesione
all’apertura dei mercati e all’integrazione internazionale, ma viva attenzione
per la formazione di regole e controlli a livello internazionale, che
correggano le forme più dure e distorsive di dumping sociale (per
esempio lo sfruttamento dei bambini, ecc..) e ambientale;
b) sostegno del processo
di cambiamento nella divisione mondiale delle produzioni agricole, dando
più spazio ai PVS, e allo stesso tempo della salvaguardia dello
sviluppo locale, in modo che ogni Paese possa avere un percorso di sviluppo
adeguato al proprio mondo agricolo e rurale;
c) riconoscimento dell’importanza
della riforma agraria, in particolare nei PVS, finalizzata ad uno sviluppo
agricolo che veda come protagonisti i contadini e le popolazioni rurali,
gli imprenditori agricoli, così come le imprese familiari, la cooperazione
e l’associazionismo nelle sue diverse manifestazioni economiche e
sindacali;
d) ammissione della necessità per l’Europa di collocarsi in
questa nuova divisione del lavoro puntando sulla qualità e salubrità
dei prodotti, il loro legame con le tradizioni, l’integrazione di filiera,
il ruolo multifunzionale dell’agricoltura, il rafforzamento dei distretti
economici agroalimentari, l’imprenditorialità diffusa e lo sviluppo
delle potenzialità della ruralità. Un nuovo patto tra agricoltura
e società può essere parte integrante di quel modello sociale
europeo che sarà alla base del ruolo politico economico e culturale
che l’Europa giocherà a livello internazionale nel futuro. In questo
nuovo patto un criterio informatore deve essere quello dello sviluppo sostenibile
e duraturo, nonché la difesa del patrimonio genetico che le sperimentazioni
fuori controllo potrebbero mettere a rischio;
e) promozione e salvaguardia della presenza di un numero adeguato di
agricoltori sia al fine di garantire la vitalità del settore che
di consentire lo svolgimento di attività di valorizzazione e di
tutela del territorio e dell’ambiente. Per questo vanno evitate politiche
distorsive che favoriscono la fuoriuscita di lavoratori, come è
stato fatto finora, e privilegiano le rendite fondiarie, mediante il legame
degli aiuti compensativi alla superficie aziendale. Questa situazione,
oltre a essere penalizzante per il lavoro agricolo, determina una ridistribuzione
del reddito dai lavoratori ai proprietari fondiari. Andrebbe perciò
introdotto un sistema di sostegno del lavoro, dipendente e indipendente,
mediante la riduzione della fiscalità a suo carico.
Enunciati questi principi possono essere ora delineati gli indirizzi
politici che il Ppi intende promuovere per l’agricoltura italiana. Va detto
però che non si intende offrire una ricetta con la quale risolvere
subito gli ormai ben noti problemi che affliggono il settore. L’intenzione
è quella più limitata di ricondurre le problematiche del
settore nell’ambito di una approfondita discussione nel Partito, cercando
di inquadrare il significato che dovrà assumere l’agricoltura italiana
nella società del 2000 e, coerentemente ad esso, indicando le principali
priorità d’intervento in favore di un suo sostegno.
Dopo aver letto questo documento risulta evidente il fatto che la complessità
dello scenario, al di là delle facili previsioni pessimistiche,
non consente la definizione di un chiaro futuro assetto. Allo stesso tempo
è però evidente che l’agricoltura del terzo millennio assumerà
un ruolo ben diverso da quello avuto nel passato e questo non tanto in
termini economici, quanto in termini culturali e sociali. Tali mutamenti
già sono più o meno marcatamente presenti nell’opinione pubblica
e negli stessi mercati, dove già producono effetti tangibili, sia
in termini di nuove tipologie produttive (legate alla fruizione del tempo
libero e alla qualità dell’alimentazione, ecc.), sia di un
diverso comportamento del consumatore nel momento delle scelte.
Il Partito Popolare Italiano con il presente documento intende pertanto
sviluppare un primo approfondimento sui temi del rilancio di una politica
agricola nazionale, che, pur dovendosi sviluppare pienamente in armonia
con gli indirizzi comunitari, garantisca l’identità dell’agricoltura
italiana, nella convinzione che la diversità è una ricchezza
e non certo un elemento perturbativo.
È evidente che le proposte del Ppi dovranno interagire e integrarsi
nell’ambito delle politiche del governo, la cui sede di elaborazione è
il neocostituito Tavolo Agricolo. In quella sede e in altre si cercherà
di contribuire alla definizione di un nuovo corso nello sviluppo dell’agricoltura
italiana, fondato su di un ampio patto sociale, tra agricoltori e società,
riconferendo all’agricoltura l’importanza che essa merita e che certo non
può essere misurata semplicisticamente solo in termini di punti
percentuali sul PIL.
L’effetto immediato che tale patto dovrà produrre sarà
quello di amplificare il peso dell’Italia nell’ambito delle scelte PAC,
e di elevare l’agricoltura del nostro Paese al ruolo di settore nazionale
strategico, non più assoggettabile ad una politica di sacrificio,
magari in favore di altri settori economici, anche se del nostro stesso
Paese.
Il recupero della legittima dignità del settore primario nei
valori politici e sociali nazionali, dovrà essere accompagnato da
una più efficiente gestione nazionale di tutte le questioni connesse
all’agricoltura.
Per questo motivo occorrerà definire un Sistema Informativo
attendibile, chiaro e completo, immaginando una gestione dei dati sia a
supporto di tutte le iniziative assunte in sede comunitaria, sia per le
azioni di scelta decentrate, soprattutto per quanto riguarda le priorità
d’intervento locale ed i criteri di allocazione più efficiente delle
risorse. Partendo da una dotazione di informazioni attendibili sarà
possibile operare con maggiori certezze, auspicando peraltro un ricorso
ad un criterio più analitico nelle scelte, basato sull’analisi previsionale
degli effetti derivanti.
Sempre in termini d’efficienza sarà indispensabile ricondurre
le Pubbliche Amministrazioni ad una funzione di servizio, a supporto dell’iniziativa
privata. In questo senso è indispensabile una profonda riorganizzazione
dell’intero sistema burocratico ed amministrativo, curando in particolare
l’annoso problema delle deleghe e della sussidiarietà.
Detto questo si possono
delineare però alcune proposte che possono avere il valore di linee
di tendenza. Esse vengono articolate in funzione della sede istituzionale
alla quale sono dirette, ossia la Commissione UE e il Governo italiano.
Politica a livello UE
Non si può realisticamente pensare di
fare proposte serie nel campo della politica agricola prescindendo dall’attuale
distribuzione istituzionale dei poteri di governo del settore. Per questo
motivo il primo compito di una politica agricola nazionale deve consistere
principalmente nell’individuazione degli interessi nazionali e nell’elaborazione
di proposte conseguenti da avanzare in sede comunitaria.
Su questo piano, l’aspetto
che il Ppi considera di maggiore importanza, e che attualmente è
oggetto di discussione e confronto nelle sedi comunitarie, riguarda la
concezione degli aiuti, ovvero le loro finalità.
Finora, anche con la riforma
della Pac del 92, i sussidi costituivano strumento di sostegno al reddito,
parametrato principalmente alle quantità prodotte. Questo approccio
ha provocato una burocratizzazione dell’agricoltura, il moltiplicarsi delle
frodi, e soprattutto una disincentivazione al miglioramento della qualità
dei prodotti e delle stesse capacità professionali degli agricoltori,
per i quali era più importante conoscere i meccanismi amministrativi
che l’innovazione delle tecniche produttive. Inoltre, non essendoci tetti
agli aiuti, succedeva che buona parte di essi andassero alle aziende meglio
organizzate, che sono spesso le più grandi, con danno per le piccole
aziende familiari.
Il Ppi vuole evitare tutto questo.
Per questo motivo propone che gli aiuti vengano
rimodulati, in modo da stimolare il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
a) una distribuzione degli aiuti non più collegata direttamente
al prodotto, ma al fattore lavoro, con dei tetti agli aiuti concessi alla
singola azienda. In altre parole tali aiuti andrebbero parametrati non
tanto in funzione delle quantità di prodotto o della superficie,
ma soprattutto del numero di persone che vi lavorano;
b) il miglioramento della qualità dei prodotti, che è,
ormai, l’unica arma commerciale per la nostra agricoltura, essendo sul
piano dei costi poco competitiva. Per questo motivo gli aiuti dovrebbero
essere modulati in funzione della capacità di raggiungere standard
qualitativi, ed, in genere, finalizzati al miglioramento della competitività.
Si intende, con questa impostazione, stimolare le capacità professionali
degli agricoltori, evitando che essi diventino solo dei buoni compilatori
di moduli;
c) il rafforzamento degli istituti dell’associazionismo e della
cooperazione, così da consentire il mantenimento della pluralità
delle strutture aziendali e, al tempo stesso, il miglioramento dell’efficienza
produttiva e dell’efficacia commerciale;
d) la valorizzazione delle funzioni complementari a quella produttiva,
quali il mantenimento della qualità dell’ambiente, la creazione
di strutture per il tempo libero (es. agriturismo), la produzione di biomasse
per fini energetici.
A onor del vero la stessa Commissione europea si sta orientando
su questi indirizzi e le proposte di riforma che sono attualmente in discussione
riflettono alcune delle considerazioni sopra indicate. L’azione che pertanto
il Ppi intende portare avanti è il rafforzamento di queste convinzioni
affinché siano fatte proprie dal governo nazionale e, tramite esso,
dagli altri partners europei.
La considerazione appena fatta introduce
la seconda proposta del Ppi. I Popolari chiedono che le autorità
competenti rafforzino la capacità negoziale del nostro paese nelle
sedi istituzionali comunitarie. E’ forte la sensazione che nelle sedi europee
le esigenze italiane siano sottovalutate o mal comprese. Per far questo
occorre, oltre a formare professionalità adeguate, inserire la politica
agricola nel contesto della politica estera.
Una forte capacità
negoziale dovrebbe favorire la comprensione delle nostre esigenze. Forse,
un esempio in tal senso, si è avuto con la crisi delle multe latte.
In quell’occasione però non si è riuscito a capire sulla
base di quale logica, per esempio, le quote nazionali latte siano considerate
immutabili per sempre, anche di fronte a evidenti squilibri fra consumo
e produzione nei vari paesi, come è il caso italiano, dove, se da
una parte arrivano le multe per eccesso di produzione, dall’altra siamo
costretti, in virtù di quelle stesse quote, a importare il 40% del
nostro fabbisogno di latte.
Un altro esempio potrebbe provenire
dalla necessità di una valutazione più attenta delle conseguenze
degli accordi commerciali fatti dalla Commissione con paesi terzi, poiché
i loro effetti negativi potrebbero essere non equamente distribuiti
fra i paesi membri. Non si tratta di assumere posizioni protezionistiche,
bensì di fare in modo che non siano sempre le produzioni mediterranee
a essere svantaggiate.
Politica a livello nazionale
Se è vero che il
primo dovere di una politica agricola nazionale è monitorare quanto
avviene a Bruxelles, è altrettanto vero che esistono margini di
manovra per iniziative di politica agricola, compatibili con gli obblighi
comunitari, e che sono complementari alle azioni dell’Unione Europea.
Si allude in primo luogo
alle politiche che influenzano l’impiego e il costo dei fattori di produzione
dell’agricoltura, ossia terra, capitale, lavoro.
Per far questo si può ancora
utilizzare, sebbene con margini molto stretti, la leva della politica fiscale
(es. aliquote Iva), della politica previdenziale (es. aliquote contributive),
della politica creditizia. Non si tratta di inventare nulla, bensì
di valutare l’adeguatezza degli strumenti attuali, eventualmente ipotizzando
di modificarli in modo integrato.
Stessa necessità di integrazione
esiste tra la politica agricola e le altre politiche settoriali (industriale,
turistica, ambientale, energetica, infrastrutturale, ricerca). In questa
direzione occorre rafforzare gli sforzi per consentire all’azienda agricola
di sviluppare pienamente il suo ruolo multifunzionale, che in futuro costituirà
sempre di più la base della propria ricchezza. Bisogna, cioè,
garantire la diversificazione delle fonti di reddito. Si allude al possibile
ruolo nella trasformazione (agrindustria), nel turismo (agriturismo) e
nella protezione ambientale (es. manutenzione boschi), o nella produzione
di biomasse (per fini energetici). Anche gli aiuti comunitari, come è
stato detto, devono essere finalizzati a questo scopo.
Un altro campo di azione è
il monitoraggio continuo della nostra agricoltura e delle sue problematiche.
Se si vuole utilizzare al meglio gli strumenti previsti dalla normativa
comunitaria, bisogna conoscere bene le necessità dei nostri addetti
all’agricoltura, delle nostre produzioni, sia in termini tecnico-produttivi
che di mercato. Per questo, prima si è parlato della necessità
di un sistema informativo.
Per la messa a punto delle proposte
italiane in sede comunitaria occorre essere aggiornati sulle tipologie
produttive, le caratteristiche delle aziende e la loro distribuzione (es.
piccole, zone svantaggiate), in modo da avere ben presenti gli interessi
nazionali. Si tratta di conoscenze comunque utili per realizzare, nei modi
compatibili, una politica nazionale per l’agricoltura, che sia finalizzata
alla valorizzazione delle nostre specificità e identità.
A questo scopo interviene il terzo possibile
asse di una politica nazionale: l’avvio di una politica di sostegno alla
qualità e all’immagine dei prodotti, anche tramite la riforma degli
istituti del consorzio, della cooperativa, delle associazioni, nonché
delle modalità di certificazione della qualità. Si intende
valorizzare le forme di organizzazione economica dei produttori, in particolare
la cooperazione agroalimentare, semplificare la normativa in materia, e
sviluppare gli organismi e i rapporti interprofessionali (agricoltura-industria).
Questa riforma deve avere per obiettivo l’acquisizione,
da parte dei nostri produttori, di una maggior forza di penetrazione sui
mercati, e di un maggior potere contrattuale nei confronti dei settori
della trasformazione e della distribuzione. Per questo diventa particolarmente
importante facilitare l’accesso agli strumenti pubblici attualmente esistenti
per il marketing (es. Ice). D’altronde, la competizione sul mercato mondiale
si può fronteggiare soprattutto aumentando la qualità, anche
tramite innovazioni biotecnologiche, non tanto riducendo i costi, per ora
più difficilmente comprimibili.
Accanto al miglioramento della qualità
vi deve essere lo sviluppo di una politica dell’immagine dei nostri prodotti,
tesa a far acquisire un particolare significato di pregio alle nostre produzioni,
come accade d’altronde nel settore della moda. Il pregio acquisito dal
prodotto può poi rivelarsi utile, in termini turistici ed economici,
anche ai territori ai quali il prodotto è legato.
Infine, non può mancare fra gli indirizzi
principali di una moderna politica agricola la semplificazione burocratica
e il sostegno agli enti regionali. Il passaggio di molte competenze alle
regioni da una parte, e l’esperienza di questi anni dall’altra, hanno evidenziato
la necessità di una semplificazione delle procedure amministrative
che fanno capo alle Regioni e all’Aima. Bisogna riconoscere che le frodi
sono sempre possibili, anche con una macchina amministrativa attenta e
pesante. D’altro canto, sta alle forze di polizia effettuare controlli
e punire eventuali reati. Ne consegue che, al pari di quanto sta avvenendo
in altri settori (v. legge 59/97), il sostegno pubblico alle imprese agricole
potrebbe passare anche tramite la semplificazione e l’accelerazione delle
pratiche amministrative, da realizzare sia con le leggi nazionali (es.
riforma Aima, Ministero, attualmente in esame), sia con le leggi regionali.
*********
Tutte queste linee d’intervento dovranno essere assunte considerando
come l’agricoltura del futuro dovrà assolvere un ruolo polifunzionale,
trovandosi ad operare in un contesto problematico reso ancor più
complesso dalla globalizzazione dei mercati e dal ritardo strutturale indotto
dalla precedente PAC. La sfida che la nostra agricoltura dovrà affrontare
sarà quella di definire delle strategie di sviluppo in grado di
recuperare il tempo perso, cercando di conferire alle esternalità
positive il significato di vantaggio competitivo anziché di vincolo
nelle scelte produttive.
In altri termini, il rispetto per le risorse del mondo rurale dovrà
rappresentare un obiettivo sia per il decisore pubblico che per l’imprenditore,
e questo potrà accadere favorendo lo sviluppo della qualità
del sistema agricolo italiano, offrendo sia ai consumatori italiani, sia
a quelli esteri un insieme di beni e servizi accomunati dal fatto di essere
nelle loro caratteristiche un’esclusiva del nostro Paese.
Questo impegno dovrà trovare un riscontro tangibile anche nella
remunerazione per i servizi di tutela ambientale e di salvaguardia del
paesaggio e dei valori culturali che l’agricoltura garantisce in favore
dell’intera collettività.
Ecco quindi che la sfida che si trova a sostenere l’agricoltura italiana
oggi, non è solo quella di definire un nuovo scenario tecnologico
ed un diverso equilibrio economico: il problema più grosso è
di tipo culturale, di sensibilità collettiva e della specifica categoria
imprenditoriale agricola.
*********
Queste sono le idee fondamentali sui quali il Partito Popolare Italiano
crede sia opportuno operare per sostenere il rilancio dell’agricoltura
italiana, impegnandosi fermamente in favore di un sostegno al settore che
non si risolva in una nuova azione assistenzialistica, ma che si fondi
prioritariamente sulla rivitalizzazione dell’iniziativa privata.
| 07/08/1998
webmaster@euganeo.it |
il
collegio senatoriale di
Tino Bedin |